mercoledì, 26 novembre 2003
(iron maiden, wildest dream)

de mente

mente e corpo hanno un rapporto simile a quello genitori-figli. la mente bada al corpo e cerca di regolare le sue abitudini e i suoi appetiti e proteggerlo dai suoi eccessi. è sempre più sensata, previdente - insomma, adulta - del corpo, che se non fosse per lei non sarebbe nemmeno nato. ma col tempo il rapporto cambia, come i figli che a poco a poco acquisiscono autonomia e non dipendono più tanto dall'attenzione dei genitori, il corpo comincia a liberare la mente. come, per esempio, farla dormire fino a tardi mentre si alza dal letto, si lava i denti, ecc, fa il caffè ed esce. sicuramente hai avuto un'esperienza simile. sei per strada da ore, o al lavoro, o a lezione, quando la tua mente d'un tratto si sveglia, si guarda intorno e si lamenta:
perché non mi hai svegliato?
non ce n'era bisogno - risponde il tuo corpo.
dove siamo? cosa sta succedendo? diomio. ti sei alzato dal letto, ti sei lavato i denti, hai preso il caffè, sei uscito in strada e sei arrivato fin qui - da solo?!
già.
sei un mentecatto!
sicuro. ma ora ho bisogno di te.
calma, calma. ho bisogno di un caffè per svegliarmi.
ci sono casi in cui la mente si sveglia solo a metà pomeriggio. altri in cui il corpo torna a casa la sera e la mente dorme ancora. e allora il corpo accende la tv, per non svegliarla.

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Con il tempo, il rapporto tra mente e corpo cambia in altre maniere. prima, il corpo voleva (sesso, cibo, festa, emozioni) mentre la mente chiedeva moderazione. poi la mente vuole e il corpo dice 'sei matta'.
dai! la notte è piccola per noi - dice la mente.
vacci tu - dice il corpo, e si stiracchia.
sei un insulso. senza di te non ha senso. non ho sensi. né trasporto. dai!
non eri tu che mi dicevi di pensare bene prima di obbedire ai miei impulsi? ecco, ci ho pensato bene, e da questo divano non mi leva nessuno.
non devi pensare. penso io per te.
negli ultimi tempi, pensi solo cazzate.
sì! cazzate. colpi di testa. vita. dai!
calma, mente.

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prima, il corpo è trascinato dalla passione, e ascolta gli allarmi della mente tutto il tempo.
'attento', 'bada a quello che fai', 'pensa alle conseguenze', 'non ti scaldare', 'controllati'. il corpo ascolta o non ascolta, ubbidisce o non ubbidisce ma, tra figuracce e slanci che funzionano, si mantiene l'armonia familiare.
poi, il dialogo è invertito.
la mente:
io gli mordo la chiappa.
il corpo:
lascia perdere.
la mente:
sì che lo faccio.
non contare su di me.
vigliacco.
cerca di pensare ad altro.
non posso. devo mordergli la chiappa.
pensa a quello che dovrai fare per mordergli la chiappa. primo, salire sul palco. nelle tue condizioni fisiche, non ci riusciresti al primo colpo, una scena pietosa. interverrebbero le guardie del corpo e ti butterebbero fuori. dovresti corrergli dietro, e lui scapperebbe da te. anche se tu riuscissi a raggiungerlo, dovresti scegliere la chiappa da mordere al primo tentativo, perché non ce ne sarebbe un secondo. pensa allo scandalo, le foto sui giornali, il servizio su verissimo.
non m'importa. io gli mordo la chiappa. ora. sei pronto?
certo che no.
uno, due e...
mente, odio dover usare la stessa frase che mi hai detto mille volte contro di te, ma è l'unica che va bene in questo frangente.
che frase?
sta' buona.
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martedì, 25 novembre 2003

(iron maiden, wildest dreams)

 

genzianacee


dicono che il miglior afrodisiaco siano le noccioline, quelle con la buccia. gli spazzi le bucce dalle cosce, ti spazza le bucce dal maglione, ed è fatta. altri afrodisiaci devono essere ingeriti, e sull’argomento esiste una vasta letteratura – quasi tutta in francese.

madame de maintenon ordinava al suo cuoco di preparare costolette di vitello con acciughe, basilico dolce, chiodi di garofano, coriandolo fresco e cognac per tirare su luigi XIV. non si sa il risultato prodotto sul re, ma la ricetta delle cotelettes de veau à la maintenon è famosa ancora oggi, un esempio di effetto collaterale storico. madame du barry invece puntava sui soufflé di zenzero per mantenere l’interesse del suo amante reale, luigi XV. diceva che veniva sempre bene. il soufflé, non il re.

i carciofi erano considerati afrodisiaci. e lo scrittore ettore drissot si preparava per le notti brave nell’alcova mangiando anguille con trote, arrotolate in cartocci imburrati, cotte alla brace e servite su un guazzetto di gamberi pepato, che raggiungevano l’effetto desiderato solo se accompagnate da un buon vino sauternes. non abbiamo nessuna testimonianza delle partner dello scrittore sull’efficacia della ricetta. dalla sua descrizione, si può dedurre che spesso drissot ricorreva alla ricetta non per aiutare il sesso ma per sostituirlo.

i tartufi bianchi piemontesi erano considerati infallibili, ed erano ancor più stimolanti se preparati con fegato d’oca e un po’ di vino bianco. brillat-savarin ha scritto che una certa signora francese si è quasi arresa all’assedio di un giovane gourmet che le proponeva di servire selvaggina con tarfufi bianchi in cambio d’amore, e la sua ammirazione andava non tanto alla solida virtú della dama ma piuttosto alla sua resistenza, decisamente inspiegabile. brillat-savarin insinua che il pretendente abbia insistito e la dama abbia resistito finché lui non le ha offerto tartufi bianchi interi, cotti sotto la brace, perché a quel punto la resistenza sarebbe stata disumana.

tutte queste ricette – le ho lette in un libro di george lang che si chiama compendium of culinary nonsense and trivia – erano migliori e più potenti se accompagnate dal vino di genziana, preparato così: si grattugia una radice di genziana e la si lascia in infusione nel cognac per un giorno. si aggiunge del bordeaux, si filtra tutto da un passino fine e lo si lascia in un recipiente ermetico per otto giorni. non aprire vicino ai bambini.

 

***

 

(prova empirica)

 

hai mai sentito parlare del vino di genziana?

no. che è?

stavo leggendo che la genziana è afrodisiaca.

non so nemmeno cosa sia.

afrodisiaco?

no. genziana.

nemmeno io. guardo nel dizionario?

e poi:

siediti qui accanto. così lo vediamo insieme.

certo.

fammi vedere. ge, ge, ge... ‘geniale’, ‘genio’, ‘genitale’...

quando eri piccola, cercavi parolacce nel dizionario?

come no! mi ricordo quando ho scoperto che sul dizionario c’era ‘culo’. grandioso. poi ho cercato tutti i sinonimi di ‘culo’ che conoscevo.

io ho cercato subito pene.

e tutti i soprannomi.

certo che si fanno certe cose sceme...

‘genitivo’, ‘genitore’, aspetta, sto cercando nella pagina sbagliata. ‘genziana’. ‘genziana’. ecco qua. ‘genziana’. hmmm... ‘pianta della famiglia delle genzianacee...’

qual è la famiglia?

genzianacee. perchè, la conosci?

no no. è che l’hai detto in un modo. così...

cosa?

sexy. ‘genzianacee’...

aspetta che ripongo il dizionario e torno subito.

e poi:

vuoi un po’ di noccioline?

 

(funziona)

 

***

 

oggi, con la chimica, tutta questa letteratura è vecchia. trote, anguille, ostriche, radice di genziana, bucce di noccioline sulle cosce, tutto sostituito dalle pillole. (mi sono appena resa conto che, pur avendo ricevuto migliaia di email increaseyourpenis, non ho mai letto – suppongo per pudore – come cazzo si fa: pomatina? ginnastica? macchinetta? sciroppo? compressa?). è vero che di alcuni dei rimedi cui l’uomo ricorreva in passato, tipo corna di rinoceronte in polvere, non si sente la mancanza. ma l’umanità ha perso qualcosa quando ha perso il rischio di morire di congestione durante una scopata, dopo una scorpacciata per garantire che tutto andasse bene. è meno intensa la nostra avventura sulla terra. e penso spesso a quel guazzetto di gamberi...


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lunedì, 24 novembre 2003

(planet funk, one step closer)

 

oro

 

ho un mucchio di ricordi inutili, devo fare pulizia. avevo 7 anni... se vuoi fermarti qui, ti capisco. no, nessun imbarazzo. vai a leggere qualche altro blog, qui perderesti tempo alla grande. non ti preoccupare. ti capisco. tranquillo, tranquilla. io stessa rimango solo perché mi devo liberare di tutti questi file che mi ingombrano la testa.

insomma avevo 7 anni e ancora vivevamo a rio. io e le mie sorelle andavamo a una scuola privata, con lo scuolabus. e mi sono innamorata di un ragazzino della scuola che veniva in bus con noi. una di quelle passioni da 7 anni, terribile e, nel mio caso, segreta e silenziosa. mia madre non ha mai usato gioielli, ma la mamma di mio padre le aveva lasciato in eredità collane, braccialetti, un anello, spille, tutto molto dorato, un oro rossiccio e massiccio che mi sembrava favoloso. il tesoro era nascosto nel’armadio dietro la macchina da cucire. la mia attenzione si appuntava su una parure braccialetto-anello di oro bombato e tutto lavorato come se gli avessero dato tante martellatine (le mie competenze orafe sono rimaste a 7 anni). un giorno, avevo la febbre e non ero andata a scuola, quindi non avevo visto francisco josé. prendo una decisione coraggiosa: lui non mi ha mai visto senza l’uniforme scolastica, gonnellina a pieghe blu, camicia bianca, calzettoni.

scelgo l’abitino più scollato e corto, mi metto il cerchietto coi fiorellini, una spruzzata mefitica di joy di jean patou, il braccialetto e l’anello. la collana no perché volevo che vedesse il nastrino della vertiginosa scollatura. e sono scesa ad aspettare le sorelle che tornavano con lo scuolabus. quando arriva, ancheggio sensuale fino al bus per salutare il signor lopes, l’autista, e francisco josé si sporge dal finestrino e mi chiama ‘ehi, tu, cosa’. l’emozione è uno schianto, ovviamente non mi volto per rispondergli ma ancheggio via sui sandaletti con tre centimetri di tacco. e inciampo. e l’anello mi scivola dalla mano e cade in un tombino.

non ho dormito quella notte. aspettavo con ansia che qualcuno scoprisse l’assenza dell’anello, mi fermavo davanti a tutte le vetrine delle gioiellerie cercando un anello simile per ricomprarlo. ne ho trovato uno molto meno bello, ma ho calcolato che mi sarebbero serviti 773 anni di paghette settimanali per acquistarlo. mia mamma se ne accorse solo anni dopo, impacchettando la roba per venire in italia. ‘che strano, c’era anche un anello con questo braccialetto, forse se l’è preso eneida’. in quel minuto sono morta e sono rinata.

non l’ho raccontata nemmeno a carmen questa cosa. a luciana, figuriamoci. francisco josé il giorno dopo la mia performance si è seduto accanto a me nello scuolabus, e ho scoperto che usava scaccolarsi mentre parlava.

la storia finisce qui. ti avevo detto che avresti solo perso il tuo tempo. ma certe volte penso a quel pomeriggio e immagino cose. tipo leggere, un giorno, l’autobiografia di un famoso capo dei pompieri (francisco josé voleva diventare capo dei pompieri)  che racconta di questa splendida bambina con l’anello e il braccialetto, che purtroppo non se lo filava di pezza, non spiccicava nemmeno una parola quando lui le parlava. ‘ogni tanto ripenso a quella bambina, e mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se mi avesse parlato almeno una volta’. 

dopo la storia dell’anello, sono riuscita a rubare qualcosa solo sedici anni dopo, la prima volta a parigi, una bottiglietta d’acqua di un bistrot che tengo come un trofeo (rubo spesso bicchierini di grappa, ancora oggi).

post scriptum tipo c’entra niente. la penultima volta che sono stata a rio, col koala, sono andata a vedere la scuola. l’hanno buttata giù e ora c’è un centro commerciale lì, pieno di gioiellerie.

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domenica, 23 novembre 2003

(tricky, antimatter)

 

mmam m

 

giù le mani dal calamaro

i racconti si contraddicono. qualcuno assicura che hanno lottato armati di forchettone e ramaiolo, altri insistono che non sono arrivati a tanto. il fatto è che i due son dovuti passare al pronto soccorso prima di andare in commissariato. perché è stato versato del sangue.

vanessa e riccardo avevano organizzato un pranzo al mare per far conoscere i genitori. i due erano praticamente (parola che non dice niente e serve a tutto) sposati, era ora di far incontrare i genitori.

mio padre è un esperto di grigliate di pesce – aveva detto vanessa.

mio padre è un mago della cucina di mare – aveva detto riccardo.

avrebbero dovuto prevedere quel che è poi successo, ma non l’hanno previsto. hanno deciso che era ora di presentare le famiglie e che una grigliata di pesce nella casa al mare dei genitori di vanessa era l’occasione perfetta per l’incontro. i due cuochi certamente si sarebbero capiti. davanti al barbecue, tutti tendono a fraternizzare.

è cominciata male. il padre di vanessa ha rivolto al padre di riccardo la domanda fondamentale, la domanda che stabilisce, in partenza, la scuola del cuoco. e dicono anche l’indole e il carattere.

sale grosso o marinata?

né sale grosso né marinata – ha risposto il padre di riccardo. – ho una tecnica di condimento che fa a meno del sale.

il che significava che il padre di vanessa partiva svantaggiato. ma ha cercato di non far trapelare la sua insicurezza mentre si avviavano, i due, verso la griglia. il padre di vanessa pensava ‘avrei dovuto intuire il personaggio quando ha chiesto se il vino era barriccato’.

il padre di riccardo doveva portare il dolce, ma aveva portato anche degli antipastini. invenzioni sue. per esempio crocchettine di manioca e gamberi. ‘per liberarci dall’ortodossia di cozze e vongole’. e alcuni pesci che forse il padre di vanessa non conosceva, come un pesce amazzonico che si trova solo da trinca a testaccio e...

seduti sulle sdraie nel giardino che separava la casa dal barbecue, gli altri non accompagnavano quello che succedeva davanti alla brace. una battaglia di ego e di stile che, invece di avvicinare i due, li trascinava verso un esito imprevedibile, potenzialmente tragico. si sono resi conto di quello che stava succedendo solo quando hanno sentito la voce del padre di vanessa che urlava ‘ah sí? ah si’?’ con rabbia, e si sono girati tutti verso il barbecue... a questo punto i racconti divergono. alcuni dicono che hanno visto i due tirare di scherma con degli spiedoni o dei forchettoni, altri dicono che i due si stavano picchiando rotolando per terra. il fatto è che, mezz’ora dopo le presentazioni, i due cuochi stavano facendo a botte.

al commissariato, il padre di vanessa ha raccontato di aver sopportato tutto stoicamente, il disprezzo dell’altro nei confronti del sale grosso e dello spiedo, le ricchionate per sostituire un onesto sauté di cozze e vongole, i pesci esotici da preparare in maniera esotica (‘usa perfino il kiwi!”), ma non ce l’aveva fatta quando l’altro aveva definito i calamari un ‘luogo comune’ della grigliata di pesce, una ‘banalità stucchevole’ e, alla fine, (ecco quando era esploso) una ‘dimostrazione di mancanza di immaginazione’.

nessuno poteva trattare così i calamari davanti al padre di vanessa. era come se avesse insultato un parente. non poteva sopportarlo.

ah sì? ah sì?

e l’aveva colpito.

la convivenza di vanessa e riccardo ha resistito alla lite, e alle denunce per lesioni corporali, dei due padri. le madri hanno fatto amicizia, ma non sono mai riuscite a riavvicinare i mariti. il padre di riccardo dice che non è possibile parlare con un pazzo retrogrado e il padre di vanessa dice che non è possibile avere rapporti con chi insulta i calamari. e qualcuno commenta che è sempre così in tutte le arti: l’inevitabile scontro tra classicismo e avanguardia.



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venerdì, 21 novembre 2003

(dave gahan, dirty sticky floors)

 

okok

 

cose che non esistono più

 

portasigarette, per esempio. non esistono più. i pacchetti di sigarette son belli, non più tanto ora, con quelle targhette del cazzo che qualche effetto lo fanno, mentre scrivo adocchio la scritta `stai morendo lentamente`, giro il pacchetto e leggo `ricordati di fare una tac`. ma vuoi mettere quei portasigarette, quegli astucci di metallo, dorati o argentati. solo gli uomini li usavano, le donne fumavano di nascosto, insomma il portasigarette era vietato alle donne. erano cose solide, maschie, cose da portare nel taschino interno della giacca, come un’arma o un documento importante, inimmaginabili tra le frivolezze di una borsa femminile.

Offrire la sigaretta da un portasigarette a una donna era un atto, al tempo stesso, di comprensione (non ti condanno perché fumi, ma capisco che non puoi andare in giro con le sigarette in borsa), di seduzione (sì, sono un uomo da portasigarette, e tu sai cosa significa) e di complicità (ti sto aprendo uno dei miei spazi reconditi, ti stai servendo della mia intimità, forse perfino leggi l’iscrizione all’interno, ma è solo una visione fugace, il massimo permesso a una del tuo genere).  e dopo quel portasigarette chiuso con uno scatto, l’accendino tirato fuori da un’altra tasca e offerto acceso, in una rapida coreografia sollecita, perché un uomo da portasigarette generalmente era anche un uomo dall’accendino infallibile.

parte del rituale era battere la punta della sigaretta sulla superficie del portasigarette. per far scendere il tabacco e riempire l’estremità della sigaretta, che sempre resta un poco vuota, questo è il motivo? per qualche ragione, ho sempre pensato che questo gesto di battere con la punta della sigaretta sia il gesto definitore degli adulti. diventi adulto quando impari a battere con la punta di una sigaretta prima di metterla in bocca, e se la batti sul coperchio di un portasigarette dorato o argentato, sei un adulto speciale.

spesso ti fanno quei cazzi di domande tipo se dovessi scegliere un’epoca in cui nascere, che epoca storica sceglieresti. a me non viene in mente nessun’epoca in cui le donne non siano state sfigate assai, e quindi l’epoca che scelgo è il 2334, possibilmente a bordo dell’enterprise. oppure (uomo) nel 1880 in inghilterra, tipo uno di quelli che vivevano di rendita sul serio, cioè spendevano gli interessi degli interessi del capitale e campavano da dei. avrei avuto un portasigarette vittoriano, pieno di sigarette di cioccolata. ricordi le sigarette di cioccolata? non esistono più. ora ci sono quelle di cicles, che non sono la stessa cosa.

comunque le sigarette mi sembravano una delle poche cose buone del diventare adulti, all’epoca in cui non avevo ancora provato le canne.

retine per i capelli da uomo. non esistono più. si usavano per dormire e per giocare a calcio. vedi le foto delle squadre d’epoca e sempre ci sono tre o quattro con la retina – alcuni con una specie di calza – in testa, per tenere i capelli a posto. che tempi erano? credo che fino agli anni 50 gli uomini abbiano usato la retina a letto e in campo. oggi va più la testa rasata direttamente e la scelta è tra capelli svolazzanti alla jest o niente capelli tipo ronaldo montalbano. non c`è letteratura scientifica che spieghi il rapporto tra l’uso della retina per i capelli e il tipo di calcio che si giocava allora e che non si gioca più.

e che fine hanno fatto i cappelli da donna con la veletta? esistono solo nei film porno e nel guardaroba di marina lante della rovere. le velette coprivano il viso delle donne. una copertura solo simbolica, perché erano diafane e il viso della donna era riconoscibile, ma cosa simboleggiava la falsa maschera? secondo me è sempre colpa dei vittoriani e la veletta era una specie di antidoto all’inevitabile relax dei costumi: donne a metà strada tra repressione e liberazione ma ancora costrette a simulare pudore, a non venire identificate per strada. un veterochador. nella veletta era implicito l’anonimato, e la distanza.

dietro le loro velette le donne erano ancora sotto clausura, guardavano il mondo – simbolicamente – attraverso grate conventuali, non importa cosa facessero sotto il tavolo. sicuramente non servivano da filtro solare. a quei tempi alzare la veletta di una donna per baciarla equivaleva a un giro di chiavistello, al sipario del primo atto, anche se indossava solo il cappello. le velette davano un’aria di mistero lubrico alle donne. cosa che non si può dire delle retine per i capelli degli uomini.

e i tamponi da calamaio? siamo almeno la seconda generazione umana (l’invenzione degli ungheresi fratelli biro è del 1938, biecamente sfruttata dal barone francese bic) che non sa cos’è un tampone da calamaio. che non ha mai visto, magari, un tampone da calamaio, se non in film d’epoca. come spiegare il pratico oggetto a forma di semicerchio con una maniglia sopra cui, peraltro, è sopravvissuto in parte il nome, anche se travolto dal suffisso –ax? Il tampone preveniva le macchie, evitava le macchie, l’applicazione della sua superficie porosa di carta da tampone che assorbiva l’eccesso di inchiostro da pennino impediva che l’inchiostro si espandesse e… insommma, difficile da spiegare a chi non afferra il concetto di inchiostro da pennino.

non esistono più portasigarette e sigarette di cioccolato,  né calciatori con la retina e donne con le velette e i tamponi da calamaio non si sono riciclati in questo nostro mondo – al contrario, per esempio, degli stessi calamai, che sono diventati dei bei vasetti, e dei dinosauri, che hanno fatto carriera nel cinema – e il tempo continua a passare senza farci caso. ora manca solo che, tutt’a un tratto, io diventi adulta.

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giovedì, 20 novembre 2003

(caparezza, il secondo secondo me)

   

miss simpatia

 

nel ballo del centenario di primula marina, ridente perla del tirreno, aline era stata eletta reginetta, monica ed elvira damigelle e giuseppina miss simpatia. si sono rincontrate in una festa, la festa in cui il municipio commemorava i 30 anni di quel memorabile evento in cui le quattro erano state elette. aline, reginetta. monica ed elvira prima e seconda damigella, rispettivamente. e giuseppina, la giusi, miss simpatia. le quattro urlano e saltano quando si incontrano e si abbracciano proprio come quella sera, all'annuncio del risultato della gara. bè, non esattamente. sono 30 anni più vecchie. monica ed elvira sono ingrassate parecchio, come se ingrassare fosse una prerogativa delle damigelle. aline non può saltare per via del viso e delle tette rifatti, l'ultimo intervento è stato poche settimane prima. l'unica a urlare e saltare con lo stesso entusiasmo è la giusi. la giusi è così. sfavillante. fin da piccola. 'sfavillante' è un aggettivo creato apposta per lei. la giusi è sempre sfavillante.

 

le quattro non si sono più viste dal ballo memorabile. aline, che all'epoca era fidanzata (e incinta, si sussurrava), si è sposata subito dopo, con un militare, e si è trasferita in friuli. Monica da parecchio non si vedeva nella ridente perla del tirreno. elvira non è mai più tornata in villeggiatura a primula dopo il fatidico ballo. solo la giusi non ha mai smesso di venire ogni estate.

 

gli organizzatori della festa chiedono alle quattro di aspettare in camerino, prima di venire chiamate sul palcoscenico per rinverdire quella serata di 30 anni prima. le quattro ne approfittano per scambiarsi informazioni sulle loro vite. aline racconta che è al quarto marito. urla delle altre. monica racconta che lavora molto (psicologa, consulente aziendale), non si è mai sposata però ha una relazione con un tipo molto più giovane di lei. altre urla. elvira racconta che ha fatto perfino la modella, ha lavorato anche in tv, ma ora si limita a badare al padre. vi ricordate, vero? dei problemi di papà. le altre non ricordano un tubo, ma tutte fanno rumori di commiserazione. principalmente la simpatica giusi. e quando le altre le chiedono com'è la sua vita, giusi dice 'la mia? rispetto alla vostra, niente!' ridendo, come se 'niente' sia tutto quello che ha sempre desiderato. la giusi ha un negozio di fiori, vive per il marito e i figli e sogna addirittura nipoti, e non vuole nient'altro. la giusi è, come dire, soddisfatta.

allora aline diventa seria e chiede:

non ti sei seccata per quello che ti ho detto quella sera, vero?

che sera? - chiede la giusi, che ancora ride.

della gara

non mi ricordo quello che hai detto!

davvero?

davvero. l'unica cosa che ricordo di quella sera è il salto che ho fatto quando hanno annunciato il risultato. io, miss simpatia!

io ricordo quello che hai detto, aline.

anch'io.

monica ed elvira, prima e seconda damigella, ricordano la cattiveria della reginetta. trent'anni prima, aline ha detto che scegliere una come miss simpatia in un concorso di bellezza era solo una maniera educata di dirle che era nella festa sbagliata. la fascia di miss simpatia non era una consolazione sufficiente per il fatto assodato che la giusi non era bella quanto lei, aline, e le sue damigelle.

giuro che non ricordo! - dice la giusi.

aline esplode:

smettila, giusi! la vuoi smettere? ero bellissima e sono diventata così. perfino i capelli sono finti. lo sai? perfino i capelli. queste due qua, guarda che orrore. quando guardo la mia fascia di reginetta, piango, capisci? piango. nessuna di noi è come prima. e tu invece sei sempre simpatica! solo tu meriti ancora il titolo. smettila di essere simpatica, giusi!

aline scoppia in singhiozzi. le due damigelle non dicono né fanno niente. la giusi cerca di consolarla. L’abbraccia e dice 'non è niente, non è niente`. d'altronde, che ci può fare? è irrimediabilmente, inguaribilmente simpatica.

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mercoledì, 19 novembre 2003
serata pelé

(amor e sexo, rita lee)

uno di quegli amici che continua a volerti bene anche se non fai niente per meritarlo ci ha mandato un cofanetto dvd su pelé. che ha regnato in era televisiva, le sue prodezze sono ben documentate.
ho passato la serata a vederlo e ho costretto mio figlio a star lì (tutto sommato non ha sofferto) con la scusa classica 'devi vederlo, sei troppo gggiovane e non puoi sapere certe cose': scusa pelosa, anch'io ho visto pelé per la prima volta sul serio solo ieri sera, ero troppo piccola e femmina per aver apprezzato la parte di pelé che mi spettava per anagrafe. le mie conoscenze erano mediate dalla letteratura casalinga, quella di mio padre che si è visto da vicino tutti i mondiali dal 1950 al 1990 (il resto l'ha visto in amaca, in poltrona, a letto). ma pelé comunque lo conoscevo. le prodezze di gente come ademir e zizinho sono rimaste nella memoria dei vecchi e in film scoloriti, due cose piuttosto poco affidabili. il grande merito di pelé è che resiste a 4 dvd. se fosse rimasto nei film, solo i suoi grandi momenti sarebbero registrati. il dvd racconta tutto: il passaggio sbagliato, la culata sull'erba, le stringhe slacciate. e pelé resiste ai dettagli. era un grande anche quando si allacciava le stringhe.
il calcio è un po' come la guerra: quanto più realistica la sua riproduzione, più difficile è romanzarla. quando si vedevano scene di guerra solo in quadri epici in cui perfino i cadaveri collaboravano alla composizione, la guerra poteva essere glorificata senza contestazioni, se non estetiche.
a parte le incisioni di goya, non conosco nessun quadro sulla guerra, prima dell'invenzione della fotografia, che non la esalti. la fotografia primitiva ha rubato alla guerra il colore e le proporzioni e ha aggiunto la sporcizia, il film ha reso dinamico l'orrore e la tv ha zoomato sul dettaglio. c'è perfino chi ama ancora la guerra, ma per motivi più sordidi di paolo uccello.
nel calcio, oltre alla difficoltà nel giudicare vecchi calciatori dalle precarie immagini che sono rimaste o da quello che raccontano - con l'inevitabile tocco epico dell'esagerazione - quelli che li hanno visti giocare, ci sono altre questioni che complicano il paragone.
schemi diversi, preparazione atletica, eccetera. ademir e zizinho sopravvivrebbero ai cinque in mezzo e alle marcature a tutto campo di oggi?
pelé ha giocato agli inizi del calcio senza spazio. non solo è sopravvissuto ma è diventato un esempio di sopravvivenza al mucchio selvaggio di marcatori. l'estrema obiettività (neanche un dribbling solo per la soddisfazione del dribbling, sempre e solo per conquistare spazio), la pre-visione del passaggio successivo prima dell'inizio del passaggio che lo precede, la solidarietà, la semplicità. la delusione delle sue dichiarazioni banali, tu lì che aspetti la ricetta e lui non te la dà e non la sa, perché i geni non hanno formula.
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sabato, 15 novembre 2003

(yeah yeah yeahs, date with the night)

 

ex temporanea

 

ho appena finito di vomitare diecimila battute su torino e avrei bisogno di una di quelle serate in cui le parole corrono sciolte e lievi - in realtà ne sono scivolate un bel po’, con zdenek e la sua ganza e il piccolo grande motore di ricerca umano e il fratello più furbo di spielberg. ma non mi bastano: in realtà mi servono quelle parole in cui inizi tu e poi l’altro le completa e ti risparmia la fatica. ‘a vendo perso (me la sono giocata? sono sfigata? non ero in grado? tanto sarebbe finita così? era già così quando sono arrivata?) la fantastica mano vincente in cui ti porti a casa tutte le bamboline e il tipo del tirassegno ti definisce tout court chilla strunza, qui vengo a finire.

mi sono letta tutti, tutti i blog della mia lista. mi sono schierata in pectore (detto da me ha un certo valore) contro quella che dice comunisti brigatisti assassini di carabinieri, mi sono imparpagliata su alcune sfumature, non ho avuto fegato di aprire tutti i link collegati ai post perché, perché, perché. sono stanca, meno vigile, meno capace di apprezzare le Parole. ho un balordo senso di appartenenza quando leggo sable, tulipas, climax, settorzinho, jest, parme, al. è una forma di regressione, ho quattordici anni e vado in sezione a sentire il fiato caldo di un qualche presepio per tirare avanti.

sono stanca e mi sono messa nelle condizioni di non poterlo dire a voce alta, pena la risposta ‘anch’io’ e l’elenco di tutti i motivi di stanchezza altrui. ora riparto, e tutto sarà di nuovo a ritmo sincopato, e accumulerò nuovi motivi per non fare quello che dovrei fare. che peraltro non so cos’è.

sono stanca come se avessi mille caserme cariche di tritolo dentro le scarpe. se guardo le mie maniche vengono fuori ordini del giorno del consiglio di sicurezza del sistema solare. infilato nella mutandine delle sigarette ho un promemoria per firmare una volta per tutte la pace mondiale. non perché io sia brava e buona, ma perché avrei bisogno di settantadue ore di silenzio planetario, di quelle che cnn deve mandare servizi sulla vita sessuale della foca monaca, che sono il terrore dei capiservizio perché non se ne tira fuori un cazzo di lancio o di titolo. uno sciopero di disgrazie, un gatto selvaggio dei portatori d’armi, un piumone sull’emisfero nord e un velo di olio di jojoba sull’emisfero sud. un silenzio così perentorio che l’unico rumore udibile sarà quello delle dita dei piedi, a letto, distese e contratte, distese e contratte.

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giovedì, 13 novembre 2003

(queens of the stone age, first it giveth)

amore champignon

si sono separati ma mantengono rapporti cordiali o, come li descrive m, sanamente ipocriti. quando si incontrano, chiacchierano civilizzatamente. cosa sorprendente, perché il matrimonio è finito con h che gli tirava una padella in testa. in una di queste chiacchierate civilizzate h, dopo aver tentennato un po', dice che sarebbero venute alcune amiche a casa a cena la sera dopo e chiede se m è disposto a preparare i suoi funghi ripieni per le sue ospiti. m assapora il momento, pensando a varie risposte da dare. peraltro, insieme alla padella, lei gli aveva tirato la frase ‘e portati via le tue maledette ricette’. ora chiede che prepari una di quelle maledette ricette. per guadagnare tempo, prima di scegliere la risposta, chiede:

chi sono le amiche?

sono nuove. non le conosci. e allora?

m sorride. aveva scelto una risposta ironica, ma simpatica.

avrò bisogno di quella padella. ce l’hai ancora?

m prepara i funghi nel pomeriggio e lascia istruzioni per riscaldarli, all’ora di servirli. dimentica il suo set di coltelli nella cucina della ex moglie, e allora lo va a riprendere la mattina dopo. h ci mette un po’ ad aprire la porta, poi apre in camicia da notte e con la faccia assonnata. è andata a dormire tardi. m entra e vede che la tavola è ancora apparecchiata. per due. due bottiglie di vino vuote, una rovesciata. due bicchieri, due piattini da dessert e un portacenere sporchi.

solo una? - chiede m.

una che?

amica.

ah. sì. le altre non sono venute.

m esamina il posacenere.

è venuta solo quella che fuma il sigaro?

h rimane in silenzio. m fa un segno con la testa verso la camera da letto. chiede.

è ancora qui?

no! ha solo cenato ed è andato via. io non...

chi è?

non lo conosci.

bene, bene. allora ho cucinato il cibo che hai servito a un altro uomo. autoalimento le mie corna. bene, bene.

nessuno ha messo le corna a nessuno, m. e poi non siamo più sposati. invito chi voglio e do da mangiare a chi voglio!

i miei funghi ripieni nossignora!

la sai una cosa? gli hanno fatto schifo i tuoi funghi!

cosa?!

schifo! ha detto che ne ha mangiati di migliori e che la tua salsa è insulsa!

ah sì? ah sì?

in serata, m telefona a h. e le chiede:

invitalo di nuovo.

chi?

il tipo di ieri. quello a cui non sono piaciuti i miei funghi.

eh no!

dai, invitalo, tesoro. penso di fargli il mio soufflé ai quattro formaggi. ti sembra un uomo da soufflé?

non ho nessuna intenzione di invitarlo un’altra volta.

cazzo, h. merita un’altra chance. e anch’io.

h cede. ma non accetta la richiesta di m di restare nascosto in cucina, per spiare dal vano della porta l’uomo che mangia il suo soufflé. le sembra una roba da pervertiti.

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martedì, 11 novembre 2003
(audiobullys, the thing)

beg your pardon, willie

romina e giuliano sono giovani e si amano, ma i genitori di lei gli proibiscono di vederla e i due decidono di ammazzarsi. bevendo dell'insetticida. prima romina, poi giuliano. ma giuliano non muore. i parenti di romina cercano di entrare nella stanza dell'ospedale per ammazzarlo, quando viene dimesso deve fuggire dalla città. torna dieci anni dopo, e la prima cosa che fa è andare al cimitero per cercare la tomba di romina. non è difficile trovarla. c'è una folla intorno alla tomba. secondo il custode del cimitero, è così tutti i giorni. viene gente da lontano per visitare la tomba.
perchè?
è una storia famosa. un patto suicida. anni fa.
lei e il fidanzato?
sì. ma lui non è morto. è ancora in giro.
dove?
in città. è stato qualche tempo fuori ma poi è tornato. lei è di qui?
sì. no. ero.
la città non era cambiata, ma giuliano non incontra nessun conoscente. entra in un bar e chiede una coca. la ragazza dietro il bancone gli serve la coca senza guardarlo. guarda un ragazzo seduto a un tavolo, in fondo al bar. un ragazzo dall'aria torva, la barba lunga. la ragazza scuote la testa e dice: 'poverino'.
chi è? - chiede giuliano.
non lo conosci? è una storia famosa. un patto suicida. lei è morta, lui è sopravvissuto. da allora è così. mi fa tanta pena.
come si chiama?
giuliano.
quella sera giuliano va in un altro bar. non dei suoi tempi. molto movimento, i ragazzi sul marciapiede, macchine parcheggiate davanti con gli sportelli aperti e gli stereo a tutto volume. dentro il bar, giuliano avvista il falso giuliano. aria torva, capelli sulla fronte, un bicchiere di whisky tra le mani.
è il centro delle attenzioni. ovviamente, l'eroe tragico della città.
guardalo! - dice una ragazza accanto a giuliano - mi vengono i brividi.
due amiche fuori dal bar, birra in mano, insieme a un gruppone.
perchè? vuole sapere giuliano.
ma ci pensi? mi viene voglia di consolarlo, ogni volta.
sembra un film - dice l'altra, anche lei si scioglie di tenerezza solo a guardare il poverino.
giuliano entra nel bar e si fa strada tra la folla fino al tavolo dell'impostore. lo prende per il pull nero a collo alto e urla:
disgraziato! verme!
a quelli che lo trattengono giuliano dice, poi, di essere disgustato.
ha visitato la tomba di romina nel pomeriggio e non sopporta di vedere quel disgraziato, quel verme, seduto lì, a bere whisky. è lui il responsabile della morte della santa. altro che whisky, insetticida deve bere.
quando esce dal bar, tra l'indignazione generale, giuliano passa vicino alle ragazze che lo guardano con disprezzo.
che stronzo - dice quella dei brividi.
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lunedì, 10 novembre 2003
(him, sacrament)

se un pomeriggio d'autunno in un bar un passante

gli viene uno di quei maldipancia improcrastinabili ed entra in un bagno pubblico. in equilibrio sul cesso - mai sedersi in un bagno pubblico è l'unico consiglio della sua infanzia che gli sembra ancora valido - legge un poema scritto sul muro e si stupisce. è un bel poema. serio, niente a che fare con il posto o con l'attività del momento. ma il poema è incompiuto. l'ultima frase termina bruscamente. e in questo deserto. così, senza puntini di sospensione, senza niente. con i puntini di sospensione la frase poteva essere la fine del poema. e in questo deserto... che il lettore indovini il resto. ma non ci sono puntini, né punto. il poeta aveva finito quel che stava facendo e se n'era andato via. o aveva fatto cadere la matita. o semplicemente aveva perso l'ispirazione. peccato. era un bel poema.
usa il telefono del bar per avvertire del ritardo. non parla del maldipancia, parla di un imprevisto. E, d'un tratto, nota che c'è un poema scritto a matita sulla parete dietro il telefono. la continuazione del poema del bagno! l'inizio, dove ci saziamo di assenze, si incastra con la fine dell'altro. e in questo deserto dove ci saziamo di assenze ha un senso. almeno un senso poetico. la calligrafia è la stessa. e anche questo poema è incompiuto. l'ultima frase è quando arriverai, senza punto. e senza puntini.
vede che c'è qualcosa scritto sulla parete dell'ascensore su cui sale verso il suo appuntamento. la grafia sembra la stessa, ma esita ad avvicinarsi per leggere. alla fine non resiste. si avvicina. e vede che è la continuazione del poema. la prima frase, troverai quel che non siamo più, completa la fine dell'altro. calma, pensa. tutto ciò ha una spiegazione logica. non può immaginare quale sia, ma deve esserci una spiegazione logica. il poema dell'ascensore finisce con una frase interrotta. quel che era scritto.
si scusa per il ritardo, si siede davanti all'altro e resta in silenzio, pensando glielo dico o non glielo dico? decide di dirglielo.
mi è capitata una cosa strana venendo qui. sono entrato in un bagno pubblico e...
perchè?
cosa?
perchè sei entrato in un bagno pubblico?
beh, ho avuto un improvviso maldipancia.
l'altro sorride e dice.
non lo trovi significativo?
cosa?
mentre vieni al nostro primo appuntamento, ti viene un improvviso maldipancia. molti paragonano le sedute con me allo 'sciorinare i panni sporchi'. incoscientemente, temevi di incontrarmi. hai avuto il maldipancia per ritardare l'incontro. e per sciorinare prematuramente i tuoi panni sporchi e arrivare qui senza niente da rivelare. che ne pensi?
ma non lo ascolta. ha visto, dalla finestra, un immenso cartellone in cima a un edificio vicino, con un poema scritto. la prima frase del poema è molto prima della scrittura. la fine dell'ultima frase del poema dell'ascensore. quel che era già scritto molto prima della scrittura. il poema del cartellone continua:
quando la nostra tribù leggeva la tua storia in un velo
e il tuo destino nel cielo
e i leoni mangiavano dalle nostre mani.
porta con te quando verrai

l'altro ripete:
che ne pensi?
pensavo che gli psicanalisti non parlassero mai.
io non sono uno psicanalista. almeno non uno psicanalista comune. per questo mi hanno raccomandato a te. che ne pensi della mia interpretazione?
già. può darsi.
e cosa mi volevi raccontare? cos'è successo di strano mentre venivi qui? a parte l'improvviso maldipancia?
niente, niente.
alla fine della seduta l'altro gli prescrive un antidepressivo e gli dice di tornare la settimana seguente, senza il maldipancia preventivo. cerca, senza trovarlo, un altro pezzo del poema in ascensore, mentre va via. ma quando spiega il foglio della ricetta vede il nome dell'antidepressivo e sotto, nella grafia quasi illeggibile dell'altro, la continuazione del poema. le antiche anfore e le voci.il poema della ricetta termina con un'altra frase a metà. vaghi pilastri.
dopo aver comprato le pillole, stupito che il farmacista non faccia commenti sui versi scritti nella ricetta, vede scritta su una parete, dall'altra parte della strada, la fine della frase. sostengono tetti ormai andati.
va a casa a piedi. non per necessità, ma perché il poema continua, scritto con lo spray in lettere cubitali, in tutti i muri lungo il suo cammino.
l'ultima frase incompiuta che legge prima di salire al suo appartamento è scambia questa faccia da fantasma'. sull'ascensore trova la fine dell'ultima frase, con qualcosa di più confortevole - e l'inizio dell'altra: lasciati dietro un mahler.
apre la porta di casa e non si sorprende nel vedere scritto sulla parete dell'ingresso nella segreteria telefonica. e poi: saluta il microonde e il gatto. apre la scatola della medicina e vede scritto nella posologia: vai fino alla finestra, guarda oltre. va alla finestra, guarda in alto, e vede scritto sulla luna: e vieni! salta dalla finestra, e va.
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sabato, 08 novembre 2003
alla fine non ho trovato il titolo

so che morirò qui dentro. non so se sono nata qui dentro. né sapevo che si nascesse, o come si nascesse, finché non ho letto, qualche passaggio di sole e di stelle dal lucernario fa, un libro di biologia dove ho imparato quel che è necessario per nascere: una madre da cui uscire, e un padre che ci metta dentro la madre. se ho avuto una madre e un padre, non ci sono vestigia qui. non ci sono vestigia di nessuno qui. solo, ovvio, dei libri, vestigia di chi li ha messi negli scaffali in ordine alfabetico per autore, argomento o titolo.
se non fosse per l'ordine alfabetico, avrei sospettato che i libri siano sempre stati negli scaffali, che nessuno li abbia messi lì o li abbia organizzati, ma ho dedotto dall'ordine che c'è stato un organizzatore dei libri, che poi è sparito, non so da dove, visto che l'unica uscita qui è dal lucernario sul soffitto, troppo lontano dal pavimento per essere una vera uscita, a meno di non avere ali. oltre ai libri, esiste solo questa scrivania, questo calamaio secco, questa penna e queste carte su cui scrivo con il mio stesso sangue.
ho scoperto l'ordine dei libri molto tardi, perciò sono arrivata alla biologia solo dopo aver letto o mangiato libri di yoga, weber e wittgenstein, passando per islam, hegel, gargantua, farmacia, esoterismo, dizionari, cervantes, bricolage, ecc, perché ho cominciato dal lato sbagliato dell'alfabeto. mi sono insegnata a leggere con un libro sullo zoroastrismo, un processo penoso che ha richiesto vari passaggi di sole e di stelle dal lucernario, e solo da poco, alla lettera a, ho scoperto che esiste una cosa chiamata abbecedario, che mi avrebbe risparmiato molto tempo se l'avessi saputo prima, e che ho divorato con rabbia.
avendo percorso l'alfabeto da fondo a cima, ho letto freud prima di leggere aristotele, cosa che mi ha lasciato confusa, e la teoria di darwin sull'evoluzione della specie prima della genesi, e la cosa mi ha lasciato perplessa, forse perché tutta la questione della discendenza umana ha cominciato ad avere senso per me dopo che ho scoperto la biologia, poco prima di scoprire la bibbia. se avessi letto il libro di biologia prima di, mettiamo, il marchese de sade o dei poemi del petrarca mi avrebbe aiutato assai e ho rimpianto la conclusione tardiva secondo cui mangiando solo i libri più sottili e le brochure avrei preservato i grossi e i rilegati per fare la piramide con cui intendevo arrivare al lucernario per uscire da qui, e ora non mi mancherebbero libri per gli ultimi gradini.
durante tutta la mia vita non ho mai avuto criteri nella scelta dei libri da mangiare e dei libri da leggere, ho mangiato i più appetitosi o che sembravano più nutrienti, ho usato il mio istinto. solo l'istinto spiega il fatto che io sia sopravvissuta tanto tempo senza padre né madre né le calorie che sono indispensabili alla vita e alla crescita, come ho letto non mi ricordo in che libro che poi ho mangiato. dev'essere stato l'istinto di sopravvivenza, perché non ricordo il fatto, che mi ha portato a scoprire e ad aprire la porta che portava al piccolo bagno accanto alla biblioteca, e a scoprire e aprire i rubinetti che mi hanno salvato dalla morte per sete, e usare il vaso dove tutti i giorni espello il risultato finale della dieta di carta, cartone, cuoio, cordoli, tarme e colla che metabolizzo, e lo specchio dove ho scoperto di somigliare agli esseri che vedo nelle illustrazioni dei libri, in particolare una certa claudia cardinale, dove ho accompagnato la mia lenta trasformazione da bambina in donna.
solo quando sono arrivata alla b di burroughs ho scoperto il libro in cui tarzan delle scimmie anche lui impara a leggere da solo, nella biblioteca di suo padre, abbandonato con la madre sulle coste dell'africa, nella stessa maniera in cui avevo imparato a leggere decifrando il libro di zoroastrismo, solo con meno difficoltà. e solo quando sono arrivata alla lettera a di atlante ho scoperto che l'africa esiste davvero, che è un continente tra gli altri continenti del globo terracqueo, e ho avuto un'illuminazione: c'era un mondo fuori dalla biblioteca, e il mondo non era solo quello che c'era nei libri.
ero arrivata a dedurre di essere uscita da un libro, che ero un personaggio o un'illustrazione come gli altri, che semplicemente ero scappata da un libro, fatto che spiegherebbe l'essere lì senza alcun segnale della mia origine. ma digerendo l'atlante dopo averlo mangiato, sdraiata per terra con la pancia in su, guardando il lucernario là in alto dove vedevo passare il sole e le stelle e contavo il tempo della mia vita, ho avuto l'illuminazione: i libri erano, tutti, su un mondo che esisteva. là fuori, dove passavano il sole e le stelle. la biblioteca non era il mondo, era un luogo del mondo, forse era in africa. e nello stesso istante ho avuto un altro lampo: i libri mi avrebbero aiutato a uscire da lì! passando dalla e (espinoza, etimologia, ezechiele lupo) avevo letto un libro sull'egitto e le piramidi.
ecco cosa. avrei costruito una piramide di libri sul pavimento della biblioteca e, salendo sulla piramide, sarei arrivata al lucernario, e all'uscita. ho cominciato a costruire la piramide immediatamente, facendo un grande triangolo di libri per terra.
poi avrei fatto altri triangoli di libri sopra di loro, uno minore dell'altro, formando gradini su cui sarei salita con altri libri per fare un altro triangolo minore del precedente, e un altro, e un altro, fino ad arrivare a un triangolo superiore da cui avrei potuto aprire la finestra del lucernario e uscire.
ho calcolato, con l'aiuto di libri di calcolo (ho imparato tutto sui libri, anche biblioteconomia e come si fanno i libri, e che tutti moriamo), l'altezza dal pavimento al soffitto e che dimensioni avrebbe dovuto avere il triangolo base perché la cima della piramide raggiungesse il lucernario, ma presto ho affrontato un altro problema logistico. la piramide doveva essere solida per non crollare, perciò doveva essere costruita con i volumi più corposi, quindi più nutrienti, proprio quelli che avrei dovuto mangiare per avere le forze per costruire la piramide.
l'unico modo era razionare i libri, ma avevo già mangiato gran parte della biblioteca, non avanzavano libri sufficienti per costruire la scala della mia salvezza e alimentarmi al contempo. ho deciso di lavorare in fretta, cercando di scacciare la fame con pagine avulse e controcopertine e sovracopertine strappate a caso, per non intaccare il volume dei libri, ma poi è successa un'altra cosa: portando i libri dagli scaffali alla piramide trovavo libri che mi erano sfuggiti (solo ora ho scoperto diderot!) o che mi erano piaciuti tanto e che volevo rileggere, o brani sul sesso che non avevo capito prima di arrivare a biologia, e spesso mi sedevo in un gradino per leggerli, invece di lavorare. perciò, la piramide ha preso più tempo per nascere e ho dovuto mangiare di più per avere la forza di costruirla di quanto avessi previsto, e il risultato è che mi sono mancati libri per gli ultimi gradini e nemmeno saltando riesco a raggiungere il lucernario.
ho concluso che i libri ci elevano, ma non abbastanza, e che allo stesso tempo ci avvicinano a una rivelazione finale ma che distraggono e ritardano i nostri progressi. e ho deciso che, pur non essendo nata da un testo, sarei finita in un testo. l'unica via era trasformarmi in un personaggio anch'io, come i personaggi dei libri, che abitano la biblioteca senza dover sapere perché, né voler uscire, ne angosciarsi per il tempo che passa al di là del lucernario.
e così lascio un segno della mia presenza qui e delle domande che mi sono fatta, e con il segno e le domande divento eterna. come tarzan e gli altri. casomai tornasse l'organizzatore, dal lucernario o dalla porta che non ho mai trovato, spero che mi perdoni il casino e metta questo mio scritto in un qualche ordine su uno scaffale.
devo pensare a un titolo. c'è tanto posto sugli scaffali, perché quello che non ho mangiato si trova nella piramide incompiuta. il calamaio era asciutto, ma sapevo dove trovare l'inchiostro, dopo aver passato la vita a tagliuzzarmi le dita sui bordi di carta. scrivo con il mio sangue. un altro problema logistico: arrivare alla fine di questo manoscritto e mettere un titolo prima di svanire, perdere tutto il sangue e morire. e già sono parecchio svanita...
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lunedì, 03 novembre 2003
(placebo, the bitter end)

dalla vostra inviata alla bocciofila

quando si sta male la famiglia diventa un po' come gli stati uniti, ti invade senza aspettare alcuna risoluzione dell'assemblea plenaria di te stessa. e così fu per me, con l'aggravante che sono stata invasa perfino dalla nuova fidanzata del mio ex marito, che tra l'altro è molto più carina e simpatica e intelligente del mio ex marito, e qualcuno lo dirà anche riferito all'ex moglie del mio ex marito, ma sto sempre attenta a fare paragoni diretti che mi possano mettere in cattiva luce con me stessa e fondamentalmente la mia linea di pensiero è, monique è stupenda, ANCHE se ha quindici anni più di me. tiè.
comunque a proposito di età hanno riaperto il bar della bocciofila di piazza pilo, così ho ripreso il rito della lettura del giornale assassino e istigatore di violenza socialpolitica guardando los arzillos di monteverde che bocciano boccini. e ho ripreso a seguire le vicende sentimentali e familiari che spaziano da sentieri a un posto al sole passando per umberto d. la notizia del giorno è che il sor giulio ha riallacciato, finalmente, rapporti amichevoli con suo papà. il fatto è che il sor giulio ha una sessantacinquina d'anni e nessuno (cioè io) immaginava che avesse ancora un papà. in un primo momento ho pensato addirittura che stesse parlando di una seduta spiritica. ma no, il papà del sor giulio è vivo. si è sposato molto giovane, aveva ventipochi anni quando è nato il sor giulio. per questo padre e figlio non si erano mai presi troppo bene (osservazione del sor attilio). quando il sor giulio era adolescente il padre era ancora un giovane adulto. si era già separato dalla madre del sor giulio. dopo di che ogni tanto il sor giulio e il padre si incrociavano, anche se frequentavano bocciofile diverse, con un certo imbarazzo. provavano a chiacchierare, ma non avevano alcun interesse in comune. non avevano argomenti. ora ce li abbiamo - racconta il sor giulio. finalmente riesco a parlare con mio papà.
per fortuna non ho dovuto intromettermi nella conversazione per chiedere 'cosa? cosa?', ci ha pensato il sor attilio. medicine soprattutto - risponde il sor giulio, con visibile soddisfazione. mettiamo a confronto le nostre terapie. 'che betabloccante usi?' 'come lo controlli il colesterolo?' 'prova questo.' ci scambiamo gli ematocriti. 'la tua azotemia è meglio della mia'. cose così.
e il sor giulio racconta che quasi tutti i giorni vanno insieme in farmacia, a braccetto.
sul fronte del lavoro, abbiamo un nuovo collaboratore. si chiama andré pinga. coltissimo.
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sabato, 01 novembre 2003

(afi, girl's not grey)

ludmilla, cognome a scelta

il mio sogno segreto è essere bionda, avere le gambe lunghissime, venire assunta come stagista da un network nazionale ed essere così brava da essere subito promossa al video, in quei servizi che non pare non pare ma sono l'anima di un tiggì. per esempio le interviste da aeroporto o da bordo albergo, e poiché (per favore nota il poiché) ho studiato Lingue faccio addirittura la traduzione simultanea. ora ti trascrivo uno dei miei servizi memorabili. chiamami ludmilla.

famosa attrice americana arriva a roma. purtroppo non posso trascriverti la meravigliosa asincronia tra i movimenti della sua bocca e le sue parole.

ludmilla - miss pink littleball, come si trova a roma?

plb (in italiano perfetto, anche se le sue labbra parlano inglese) - beh, sono qui per presentare il mio primo film per il grande schermo, ma so che sono molto famosa nella televisione italiana per via di quel telefilm, anche se parlo con questa voce che non so di chi sia, ma non è la mia, perché non so una parola di italiano.

ludmilla - qual è la tua prima impressione su roma (le do del tu, abbiamo la stessa età, la stessa taglia e lo stesso botox)?

plb- scusami, ma non ho la minima idea di quello che stai dicendo. a dire la verità, non ho la minima idea di quello che sto dicendo. altra domanda.

ludmilla - a cosa attribuisci la tua popolarità in italia?

plb - adoro la musica italiana, specialmente humbertow echow. (risate). bene, vedo che ho detto qualcosa di buffo, perché tutti ridono. mi piacerebbe sapere cosa. (pink littleball dice shit ma si sente 'caspita!')

ludmilla - è vero che vuoi lavorare con un regista italiano?

plb - oh, no. io e brad pitt siamo solo amici di vecchia data e lui tra l'altro è sposato con una mia carissima amica. che buffo, ho appena sentito il nome di brad pitt dalle mie labbra asincrone. dio mio, chissà cosa sto dicendo a tutta questa gente in questa maledetta lingua e con questa maledetta voce?

ludmilla - un messaggio per il pubblico italiano, miss littleball?

plb - (dice shit, shit, shit, ma si sente) - caspita, caspita, caspita!

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