(chemical brothers, the golden path)
è la storia del naufrago salvato in un’isola deserta che non riesce a dire quanto tempo ha passato nell’isola. ha perso il senso del tempo. Dal suo aspetto quando l’hanno trovato, la barba quasi all’ombelico, gli abiti ridotti a strisce, la pelle cotta dal sole e dal sale, dovevano essere molti anni, ma quanti? lui non ricorda il naufragio. non ricorda il nome della nave, il tipo di nave, cosa faceva a bordo...
da dove vieni?
da, da... che lingua sto parlando?
inglese. ma con un forte accento.
accento da dove?
difficile dirlo. forse hai acquisito l’accento dell’isola.
improbabile. parlavo solo con gli uccelli e gli alberi. gli uccelli, almeno, rispondevano. ma in una lingua sconosciuta.
e malgrado tutto ricordi l’inglese.
è strano. non ricordo nessun’altra lingua oltre l’inglese, anche se so che non è la mia lingua madre. forse è per via di pamela...
pamela?
una donna che ho fatto, con la sabbia.
hai fatto una donna di sabbia?
tu non ti rendi conto di cosa sia la solitudine in un’isola deserta. avevo bisogno di compagnia umana. all’inizio, avevo solo bisogno di sesso. ho fatto un buco nella sabbia. ma, col tempo, ho sentito di aver bisogno di qualcosa di più di un semplice buco. ho costruito una donna intorno al buco. un corpo rudimentale. tette, grandi tette, fianchi, vita sottile, cosce lunghe. mi sono sempre piaciute le cosce lunghe. ma poi ho capito che mancava qualcosa. e ho fatto la testa della mia donna di sabbia. un viso, lineamenti, naso, bocca. un bel viso, scolpito con cura, che ritoccavo di continuo, sistemando i danni provocati dai granchi e dal vento, mettendo in risalto la sua sensualità. Il viso di una donna soddisfatta. il viso di una donna che mi amava, che aspettava con ansia le nostre notti di passione. è stato uno sbaglio.
perchè uno sbaglio?
perché il corpo smentiva il viso. il corpo era statico e senza vita. non si muoveva, non accompagnava il mio ardore, rimaneva assente e freddo. il corpo negava la luce brillante delle conchiglie azzurre che erano gli occhi di pamela, quando mi guardava.
perchè ‘pamela’?
perché ho deciso che, fredda com’era, doveva essere un’inglese. avevo costruito un’inglese! per questo forse ricordo ancora l’inglese. era la lingua in cui facevo dichiarazioni d’amore a pamela e cercavo di svegliare nel suo corpo il calore che il viso prometteva. lei non reagiva. lei non rispondeva. con gli uccelli, almeno, c’era dialogo. gli alberi almeno mi ascoltavano. pamela restava muta e distante. non ha risposto nemmeno quando mi sono messo a urlare, a insultarla, ad accusarla.
accusarla di che?
di tradirmi. pamela mi tradiva.
la donna di sabbia ti tradiva?
sì!
con chi?
non ho idea. con i granchi, col vento, con le mie allucinazioni. non lo so. ma non avevo dubbi: con loro, lei si muoveva. una pazzia, lo so. ma me l’ero cercata. avevo creato il mio tormento, creando un altro per condividere la mia solitudine. non si può avere compagnia umana impunemente. dove c’è un altro, c’è confusione, c’è conflitto, c’è angoscia. e c’è tradimento.
e cosa hai fatto?
un giorno, ho distrutto pamela a calci. ho lasciato solo il buco. ma il giorno dopo l’ho ricostruita, le grandi tette, le lunghe cosce. le ho chiesto perdono, le ho detto che la gelosia, e il suo silenzio e la sua inerzia, mi avevano fatto impazzire, e le ho giurato che non sarebbe successo mai più. ho fatto un bel lavoro col nuovo viso. coi capelli di alghe verdi, con l’espressione di comprensione per il delirio degli uomini innamorati, e di perdono. l’altro giorno l’ho distrutta a calci un’altra volta.
greco.
cosa?
il tuo accento. può essere greco.
hmmm. greco. è possibile. mi sento molto antico.
qual è l’ultimo ricordo che hai del mondo, prima del naufragio?
fammi pensare... rita pavone. non c’era una rita pavone?
hanno deciso di non raccontargli niente dell’undici settembre, finché non si sarà completamente ripreso.