venerdì, 30 gennaio 2004

petticoat

cazzo che parola! prova a dirla guardandoti in faccia. è assolutamente r-i-d-i-c-o-l-a. la ricerca d'immagini su google rivela una preoccupante ambiguità ammericana sulle differenze tra sottoveste e sottogonna. mai avuta una sottogonna, ma la sottoveste ce l'avevo, di seta nera, però l'ho usata come moneta di scambio con uno di springfield. porca zozza, se fossi una velina potrei metterla all'asta.

dal poco che ho capito, ho capito che si possono acquistare delle quote della nuova società. pongo un problema preambolare. si potrebbe non chiamarle quote? inventare un nuovo nome? no, perché anche se dici 'quote' allo specchio ti viene una faccia un po' da pirla.

ora proverò a bannerizzarmi. e magari proverò a chiamare il petticoat.

 

(staind, so far away)

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venerdì, 30 gennaio 2004

(audioslave, show me how to live)

'900

l'uomo dice il suo nome e sta lì che mi guarda attentamente. come chi butta una monetina in un pozzo e aspetta il plof sul fondo. ripeto il nome e finalmente mi ricordo. plof. ma certo.

ho comprato un tuo libro qualche tempo fa.

lui sorride, solo con la bocca. chiede se può entrare. gli dico di aspettare che devo togliere i sette giri di chiavistello alla porta.

sai, spiego, quest'ondata di delitti...

lo sa. strani delitti. tutte vittime con un sacco di libri in casa. diciassette vittime finora. se avessi saputo di essere la diciassettesima non mi sarei data tanto da fare coi chiavistelli.

hai letto il mio libro? - mi chiede.

certo!

questa terribile necessità di essere gentile con gli altri. soprattutto con i neoscrittori.

non l'hai letto - dice.

l'ho letto! l'ho letto!

questa oscena compulsione a farsi amare.

l'hai letto tutto?

tutto tutto.

mi guarda, diffidente. elaboro:

anzi, l'ho preso e non l'ho mollato fino alla fine.

rimane in silenzio. rielaboro:

poi l'ho letto un'altra volta.

lui niente. esclamo:

bellissimo!

dove sta?

dio mio, vuole la prova. faccio un gesto vago verso la libreria. fortunatamente non ho mai buttato un libro in vita mia. ho ancora - anzi avevo - il mio Libro dei primi passi. con l'impronta del mio piede neonato, povera me. venero i libri. ho pile e pile di libri. mi piace l'odore dei libri nuovi e vecchi. passo giornate intere dentro le librerie. mi piace maneggiare libri, sentire la consistenza della carta con le dita, sentire il volume in mano. mi do talmente da fare con i libri che quasi non mi rimane tempo per leggere.

trova il suo libro. noi due sospiriamo, sollevati. com'è facile rendere felici gli altri, penso. con una piccola bugia forse ho dato la spinta definitiva a una vocazione letteraria che altrimenti sarebbe rimasta frustrata. in un'esodanzione di carità, dichiaro.

che libro! cazzo!

ma lui non mi sente. stringe il libro tra le mani. dice.

l'ultimo. finalmente.

cosa?

viene verso di me. mi racconta che la tiratura del libro era piccola. cinquecento copie. la madre ne ha comprati trenta ed è morta prima di distribuirli ai parenti. a lui ne restano 453. diciassette copie erano finite in una piccola, misteriosa libreria di springfield, ohio (pv) e grazie a due solerti librai sono state vendute tutte. ha seguito la pista di sedici dei diciassette acquirenti e li ha strangolati. manca il diciassettesimo.

perchè? - grido.

nel libro c'è una bruttissima cacofonia. lui non può sopportare l'idea che qualcuno scopra la sua cacofonia.

non l'ho vista! non l'ho vista! - protesto.

non serve a niente. nessuno di quelli che hanno letto il libro può restare vivo. vuole lasciare questo mondo inedito come quando è nato.

ma queste cose non sono import... - comincio a dire.

mi prende e mi strangola.

mi sta bene! così imparo a essere così gentile. mi consola il fatto che poi dopo scoprirà che le pagine del libro sono ancora intonse e il rimorso avvelenerà le sue notti.

insomma. ora mi dicono che c'e` da salvare quella libreria di springfield, ohio (pv). sono d'accordo. bravi quei due librai. bravi. da morire.

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venerdì, 30 gennaio 2004

(skin, trashed)

bi, sono rimasta out of order per un po' e mi sto perdendo l'operazione sottoveste. non illudiatevi che si faccia a meno dei miei euria.

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martedì, 27 gennaio 2004
(caparezza, il secondo secondo me)

l'esplorazione di marte

marina, del laboratorio.
marina! non ti ho riconosciuto senza...
senza niente addosso?
lavoravano insieme. si vedevano tutti i giorni. ma con lunghi camici bianchi addosso.
e ora eccoli qua, lui con lo slippino, lei in bikini. strano. erano in buoni rapporti, al lavoro. diciamo che avevano oltrepassato la fase del solo colleghi e quella del solo amici e si avviavano verso un'altra fase, ancora indefinita. o, come marina ha spiegato a un'amica, si rulla ma ancora non si frulla.
incontrandosi così, per caso, in spiaggia, avevano in un certo senso bruciato le tappe. dal camice lungo direttamente alla seminudità, senza fasi intermedie.
l'aveva già immaginata nuda, certo. e viceversa. cosa c'era sotto il camice che copriva tutto il corpo?
normalmente, il processo di scoperta avrebbe richiesto tempo. un po' come l'esplorazione di marte: prima bisognava costruire un razzo, poi un robot, poi mettere il robot sulla superficie di marte, poi aspettare che il robot cominci a mandare foto di quello che c'è sotto il camice di marte per analizzarle con cura. quello lì, è l'ombra di un cratere? e quello, sono impronte? un lungo processo, una lenta conquista. così, avevano, di botto, tutte le informazioni che volevano sulla superficie dell'altro. senza dover aspettare, senza meritarlo. strano. non sembrava naturale.
due seminudi non chiacchierano come due in camice lungo.
si esaminano.
lui. niente male. belle tette, chi l'avrebbe detto. pancetta, ma nel limite accettabile. dio mio, quello lì è un tatuaggio?
lei. poteva andare peggio. gambe un po' troppo sottili, ma va bene. iih, ha visto il tatuaggio.
lui. cosa significa un tatuaggio lì? niente, tutte hanno un tatuaggetto, di questi tempi. anche le patologhe. ma lì? nell'interno coscia? allarme giallo.
lei. chissà se dice qualcosa del tatuaggio. o la dico io? è uno scherzo, si toglie con l'acqua. no. meglio star zitta. meglio dire qualcosa.
vieni spesso qui?
no, no. è la prima volta. tu?
ci vengo spesso, d'estate. quando hai detto che andavi anche tu in vacanza, mai avrei immaginato che...
già, ho deciso all'ultimo minuto. carino qui, vero?
sì sì.
e basta. non hanno più parlato, non si sono dati appuntamenti, l'uno non ha chiesto quanto tempo l'altra sarebbe rimasta lì. si sono allontanati e lui non si è nemmeno girato per guardarla da dietro. meglio rivedersi in laboratorio. come se non fosse successo niente. come se non si fosse visto niente. ricominciare l'amicizia col camice lungo e lasciare che quel che doveva succedere succedesse normalmente. anche nell'esplorazione di marte è così: bisogna andare per tappe. nessuno deve avere fretta. per non correre il rischio di un disastro. o di confondere una roccia con una tartaruga.
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lunedì, 26 gennaio 2004
(transplants, dj, dj)

al bar mi raccontano di uno che conosceva uno che conosceva uno che ha vinto al superenalotto ed è impazzito. come impazzito? si è messo a spendere come un pazzo? è talmente cambiato da sembrare eccentrico? un ricco eccentrico? è così? no. è proprio impazzito. è in casa di cura, sotto terapia. tutto è cominciato quando si è messo a pensare al significato di tutta la vicenda, cioè la vincita al superenalotto. ed è arrivato all'espressione cruciale: baciato. baciato dalla fortuna. era entrato nel piccolo gruppo dei baciati. qualcuno o qualcosa lo aveva baciato, scegliendo lui rispetto al resto dell'umanità - e questo è terribile. amici e parenti hanno cercato di convincerlo che era solo pura fortuna, che a chiunque poteva capitare, che la combinazione dei numeri vincenti era puro caso, come aveva peraltro scelto i numeri, a caso. nulla è predeterminato, nessuno lo ha designato, il vincitore poteva essere lui o qualcun altro. sì, ha detto lui.
qualcun altro baciato. se si è baciati, si è baciati da sempre. fin dall'inizio. dalla nascita. lui aveva vissuto tutta la sua vita nel mirino di questo bacio, senza saperlo. l'ha saputo solo quando è successo. e quando ha vinto il superenalotto, ha avuto la rivelazione. tutta la sua vita fino a quel momento era stata un prologo, solo un prologo, nient'altro che un prologo. non era chi pensava di essere, era un baciato prima del bacio, un baciato prima che il bacio gli fosse rivelato. tutto, il suo nome, tutto, era falso, era disinformazione. fino alla vincita al superenalotto, era una bugia, una simulazione, una mascheratura, un'attesa. e il peggio è non sapere perché sei stato baciato. perchè lui? perchè proprio lui? la famiglia sta cercando di interdirlo per prendersi il premio. Ai medici, nella clinica dove l'hanno ricoverato, dice che i baciati sono molto vulnerabili, capite? non apparteniamo più all'umanità in generale. abbiamo perso il nostro travestimento!
un altro al bar ha raccontato di conoscere il caso di un altro baciato. anche lui ricoverato, in terapia, che si chiede continuamente 'perchè a me? perchè proprio a me?'.
anche lui ha vinto al superenalotto?
no. è stato colpito da un fulmine.
perché c'è bacio e bacio.
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giovedì, 22 gennaio 2004
(p.o.d., sleeping awake)

ho desunto...
non sento il resto della frase. non so se succede anche a te. d'un tratto ti rendi conto di una parola. passi la vita a sentirla e leggerla e un giorno ti prende un colpo davanti a lei: che roba strana! com'è che non l'ho mai notata? desunto. ecco un bel desunto. ha finito di parlare e aspetta una mia reazione.
cosa?
ripete con pazienza che ha desunto... e mi perdo di nuovo nei meandri del desunto. potrei chiedergli se gli ha fatto male. consigliargli di denunciare chi lo ha reso desunto. tra noi si aggira un desuntore in libertà, la popolazione va allertata! ho pensato di tranquillizzarlo dicendogli che non si nota nemmeno. alla fine ho cercato di coinvolgerlo nelle mie elucubrazioni, per non fare la figura della maleducata. o della pazza.
buffa parola, vero?
mi guarda interdetto.
quale?
'desunto'.
mi guarda serio, la considera una critica. praticamente gli ho dato del pedante. propone un sinonimo, ma di malavoglia. come un negoziante che ti offre un succedaneo meno caro di un prodotto che tu ovviamente non sai apprezzare.
no, no. 'desunto' va bene. è che... pensandoci bene anche 'dedotto' è buffo. tutte le parole che finiscono in -otto sono buffe. come otto, dotto, edotto, acquedotto, enalotto, barilotto
certo che così non si può parlare - dice lui, a voce alta per farsi sentire sopra le mie risate.
faccio il possibile per controllarmi.
hai ragione.
'ragione'! che parola! una grossa ragia. stavolta quasi cado per terra dal ridere. rido talmente tanto che non lo vedo che se ne va.
forse ha desunto che sono impazzita ed è andato a chiamare gli infermieri.
'infermieri'. che buffa parola!
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lunedì, 19 gennaio 2004
(queens of the stone age, first it giveth)

resoconto vensabdom

mattinata alla banca etica per prendere i soldi delle tasse della coop. è una bella banca la banca etica, con la bandiera della pace e senza quella sacralità chiesastica delle banche, senza quei bancari che ti fanno sempre sentire fracchia che ti s'intrecciano i diti e affondi sempre più nella poltrona sacco. in sottofondo un cd con i grandi successi di patti pravo. è bello prendere soldi da una che canta pazza idea rigirando gli occhi mentre te li porge.
tre pomeriggiquasisere al palladium con baricco che fa lezione su w benjamin e studenti della terza che prendono diligenti appunti. ab come al solito dice quello che mi aspetto, più un due-tre cose che mai mi sarebbero venute in mente e che mi fanno sentire stupida assai. ne esco come prima, quando pensavo che benjamin mi piaceva tanto perché scriveva a tratti, a sprazzi, cose geniali inframmezzate da immonda fuffa che lui stesso probabilmente metteva lì come ciccia di salsiccia e via. lo puoi leggere distratta, guardando alcune parti come guardi i nomi russi, e poi zac, ti artiglia con uno di quei paragrafi che ci metti due anni a digerire ed elaborare.
due mattinate di grandi pulizie del giardino e della casetta che diventerà redazione. faccio tre mucchi: cose da buttare senza appello, cose da buttare che però mi dispiace, cose da buttare che non butterò perché sono una pentecatta musillanime. tutta la mia vita negli ultimi diciotto anni è raccolta nei tre mucchi. mancano solo i viventi umani e non umani, e praticamente posso scrivere un'autobiografia o un harmony o un saggio sulle idiosincrasie della spazzatura.
serata al bar. abbiamo bevuto talmente tanto da arrivare a quel momento immancabile in cui uno dice 'non si fanno più film di pirati come un tempo'. neanche film con le scalinate. quelli che la tipa rotola giù dalle scale e perde il bambino. oppure c'è il parto prematuro e il tipo si arrotola le maniche e chiede acqua, acqua calda, tanta acqua calda. che ci faranno con tutta quell'acqua calda poi. io per esempio ho partorito senz'acqua calda.
a un certo punto chiamiamo il cameriere e scopriamo che il cameriere non c'è. non c'è più nessuno al bar. siamo soli. silenzio. ci guardiamo intorno e ci rendiamo conto. siamo circondati. e non siamo in territorio sioux. uno di noi sussurra un nome che dà corpo a tutte le nostre paure: mescaleros. poi sentiamo un fischio, e ci rilassiamo. sono apache. gli apache fischiano, i mescaleros fanno il verso del gufo. in quel momento torna il cameriere e ordiniamo il nono giro di birra.
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giovedì, 15 gennaio 2004
(blur, crazy beat)

appello accorato ai perditempo

potresti vederlo come un referendum. o come un tema in classe. in realtà mi serve per la prossima riunione di redazione.
dimmi, o tu che tanto in questo momento non hai proprio d.m.d.f., qual è il borgo più bello del reame.
se qualcuno scrive mortara, verrà cestinato.
mercoledì, 14 gennaio 2004

(the thrills, big sur)

 

o. la madre delle vocali. simbolo di dio. quel che non ha inizio né fine.

un serpente che mangia la propria coda per sempre. simbolo dell’eternità.

la sua origine è la parola fenicia ayin, occhio per i fenici (si pronuncia ‘o’).

o forse era un pittogramma del sole. il simbolo del faraone akhnaton, il primo ad avere l’idea di dio come autore dell’universo. e quindi dell’autore come dio. il padrino di tutti i blogger.

mi piacerebbe scrivere in una di quelle lingue arcaiche tipo il bergamasco, che usano quasi solo le vocali (che sono più serie). mi sembra che abbia a che fare con il clima. sono lingue calde, termicamente isolate dalle vocali ammonticchiate.

l’antico ebraico invece aveva solo consonanti. forse per evitare il pericolo di scrivere il nome segreto di dio per sbadataggine.

o forse ha a che fare sempre con il clima. le consonanti sono più aperte e ariose, più adatte a una lingua da deserto. ma questa teoria è inficiata (= tagliata in minuscoli pezzettini e pestata con un pestello) dal polacco.

eppure le vocali sono dispensabili. un testo scritto solo con le vocali sarebbe illeggibile, ma in un testo solo di consonanti le vocali possono essere presunte.

per esempio, fncl si capisce benissimo. auo no.

tra l’altro, odio il sans serif.

terribile. quelle lettere denudate, ridotte alle loro impalcature puntute. nessuno può riconoscere la propria lingua madre in un font sans serif. manca il calore materno, manca l’amabilità.

sono piena di pregiudizi.

no, gnente, è che ho finito il lavoro e avrei voglia di scrivere nel sito della lingua di tuly.

forse è giunto il momento di mangiare una merendina.

 

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mercoledì, 14 gennaio 2004

(chemical brothers, the golden path)

 

è la storia del naufrago salvato in un’isola deserta che non riesce a dire quanto tempo ha passato nell’isola. ha perso il senso del tempo. Dal suo aspetto quando l’hanno trovato, la barba quasi all’ombelico, gli abiti ridotti a strisce, la pelle cotta dal sole e dal sale, dovevano essere molti anni, ma quanti? lui non ricorda il naufragio. non ricorda il nome della nave, il tipo di nave, cosa faceva a bordo...

da dove vieni?

da, da... che lingua sto parlando?

inglese. ma con un forte accento.

accento da dove?

difficile dirlo. forse hai acquisito l’accento dell’isola.

improbabile. parlavo solo con gli uccelli e gli alberi. gli uccelli, almeno, rispondevano. ma in una lingua sconosciuta.

e malgrado tutto ricordi l’inglese.

è strano. non ricordo nessun’altra lingua oltre l’inglese, anche se so che non è la mia lingua madre. forse è per via di pamela...

pamela?

una donna che ho fatto, con la sabbia.

hai fatto una donna di sabbia?

tu non ti rendi conto di cosa sia la solitudine in un’isola deserta. avevo bisogno di compagnia umana. all’inizio, avevo solo bisogno di sesso. ho fatto un buco nella sabbia. ma, col tempo, ho sentito di aver bisogno di qualcosa di più di un semplice buco. ho costruito una donna intorno al buco. un corpo rudimentale. tette, grandi tette, fianchi, vita sottile, cosce lunghe. mi sono sempre piaciute le cosce lunghe. ma poi ho capito che mancava qualcosa. e ho fatto la testa della mia donna di sabbia. un viso, lineamenti, naso, bocca. un bel viso, scolpito con cura, che ritoccavo di continuo, sistemando i danni provocati dai granchi e dal vento, mettendo in risalto la sua sensualità. Il viso di una donna soddisfatta. il viso di una donna che mi amava, che aspettava con ansia le nostre notti di passione. è stato uno sbaglio.

perchè uno sbaglio?

perché il corpo smentiva il viso. il corpo era statico e senza vita. non si muoveva, non accompagnava il mio ardore, rimaneva assente e freddo. il corpo negava la luce brillante delle conchiglie azzurre che erano gli occhi di pamela, quando mi guardava.

perchè ‘pamela’?

perché ho deciso che, fredda com’era, doveva essere un’inglese. avevo costruito un’inglese! per questo forse ricordo ancora l’inglese. era la lingua in cui facevo dichiarazioni d’amore a pamela e cercavo di svegliare nel suo corpo il calore che il viso prometteva. lei non reagiva. lei non rispondeva. con gli uccelli, almeno, c’era dialogo. gli alberi almeno mi ascoltavano. pamela restava muta e distante. non ha risposto nemmeno quando mi sono messo a urlare, a insultarla, ad accusarla.

accusarla di che?

di tradirmi. pamela mi tradiva.

la donna di sabbia ti tradiva?

sì!

con chi?

non ho idea. con i granchi, col vento, con le mie allucinazioni. non lo so. ma non avevo dubbi: con loro, lei si muoveva. una pazzia, lo so. ma me l’ero cercata. avevo creato il mio tormento, creando un altro per condividere la mia solitudine. non si può avere compagnia umana impunemente. dove c’è un altro, c’è confusione, c’è conflitto, c’è angoscia. e c’è tradimento.

e cosa hai fatto?

un giorno, ho distrutto pamela a calci. ho lasciato solo il buco. ma il giorno dopo l’ho ricostruita, le grandi tette, le lunghe cosce. le ho chiesto perdono, le ho detto che la gelosia, e il suo silenzio e la sua inerzia, mi avevano fatto impazzire, e le ho giurato che non sarebbe successo mai più. ho fatto un bel lavoro col nuovo viso. coi capelli di alghe verdi, con l’espressione di comprensione per il delirio degli uomini innamorati, e di perdono. l’altro giorno l’ho distrutta a calci un’altra volta.

greco.

cosa?

il tuo accento. può essere greco.

hmmm. greco. è possibile. mi sento molto antico.

qual è l’ultimo ricordo che hai del mondo, prima del naufragio?

fammi pensare... rita pavone. non c’era una rita pavone?

hanno deciso di non raccontargli niente dell’undici settembre, finché non si sarà completamente ripreso.

 

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martedì, 13 gennaio 2004

(white stripes, seven nation army)

che?

casa. salotto-pranzo. la donna sta apparecchiando la tavola, cena per quattro. entra un uomo che impugna un poster incorniciato del che.

donna:

e che è?

uomo (guardandosi intorno per vedere dove mettere il poster):

lo sapevo che era ancora qui. l’ho trovato nell’armadio in corridoio, dietro la mia vecchia chitarra.

e che ci vuoi fare?

col che? appenderlo al muro.

perchè?

solo stasera. domani torna in armadio.

regge il poster sul muro e chiede:

va bene qui?

non mi hai risposto. perchè vuoi appendere un poster del che sul muro, proprio stasera?

maurizio era di sinistra. siamo stati insieme nel collettivo, gruppi diversi però. lui era di lotta continua. non ci siamo mai incontrati. almeno lui dice che non mi ha mai visto lì.

e tu l’hai visto?

certo. era un leader. sapevo che era un vincente. solo non immaginavo che avrebbe vinto nel mercato azionario.

e vuoi che pensi che sei ancora di sinistra.

no. certo che no. voglio solo dare un tocco così, come dire? evocativo.

evocativo? fammi capire...

ho bisogno di uno straccio.

fammi capire. maurizio viene a cena qui, stasera, per parlare della possibilità di lavorare con lui. tu mi dici che potrebbe essere una grande svolta. che maurizio è pieno di soldi. ho speso una cifra per la cena, ho comprato perfino il fuagrà, e sua moglie è una ricca ricchissima con cinque cognomi e un trattino...

dove hai messo lo straccio?

e tutto questo succederà in barba al che, perché così potete ricordare i bei tempi in cui lui era a lotta continua e tu del cocomarlen?

e i chiodi? e il martello?

e se non gli piace il che sul muro? e se è di an? succede, sai. da lotta continua ad an molti l’hanno già fatto, il salto. molti lo fanno ancora.

macchè. conosco maurizio. è un tipo aperto. vota ulivo. credo. mi aiuti o no?

ti rendi conto che potresti rovinare la cena? la cena che dovrebbe far colpo su di loro? e se non gli garba il che sul muro? peggio ancora, se capiscono che hai tolto il che dall’armadio solo per stasera per far colpo su di loro?

non capisci. oggi un poster del che sul muro non significa niente. poteva essere un poster dei beatles, lo stesso. o, ecco, il ritratto di mao dipinto da warhol. il mao di warhol è propaganda politica o è solo un quadro di warhol, che non significa niente? col tempo tutto diventa popart. se avessi conservato uno degli striscioni dei cortei, potevo appenderlo oggi e scommetto che maurizio si farebbe grandi risate. e il significato è sempre lo stesso: nessuno.

ma è un rischio.

sai che ti dico? voglio che notino e commentino il poster del che. userò il poster per portare la conversazione dalla parte che m’interessa. il fatto che siamo coetanei, più o meno le stesse esperienze, le stesse delusioni e, alla fine, abbandonate le cazzate di gioventù, la stessa maturità. e che possiamo lavorare benissimo, insieme.

col tempo tutto diventa autopromozione.

non dimenticare che, se mi va bene, va bene anche a te. dammi uno straccio, un chiodo e un martello.

lo vuoi un consiglio?

no.

invece del poster del che, meglio appendere la chitarra sul muro, stasera.

perchè?

è molto più evocativa. delle cazzate di gioventù.

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domenica, 11 gennaio 2004

(placebo, this picture)

semel in anno qui si fa una feijoada per diciotto. è un piatto antropofagico, perché mentre lo cucini lui ti cucina e alla fine sei anche tu stracotta e brasata fluttuante tra i fagioli neri, sette parti di maiale e quattro di bue, impanata nella farina di manioca, addobbata con un uovo sodo in ogni orifizio. un tempo la feijoada era solida premessa per una scopata diafana e impalpabile, una di quelle che alla fine ti chiedi se è davvero successo o se per caso ti sei sbagliata. qualcosa è cambiato. il massimo risultato è stato giocare con una treenne a mammefiglia, e io ero la figlia. non tirare fuori cazzate tipo desiderio di maternità. ero molto sollevata quando la treenne se ne è andata: ha dimenticato qui tre pelouche, che ora sono MIEI.

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sabato, 10 gennaio 2004

(cristina dona`, triathlon)

per vincere un bellissimo anno nuovo

color arcobaleno, o del colore della tua pace,

un anno nuovo non paragonabile a tutto il tempo gia` vissuto

(mal vissuto forse, o senza senso)

per vincere un anno

non solo dipinto a nuovo, rammendato di corsa,

ma nuovo nei semini del quelchesarà;

nuovo

perfino nel cuore delle cose meno percepite

(a cominciare da dentro),

nuovo, spontaneo, talmente perfetto che non si nota,

ma con cui si mangia, si passeggia,

si ama, si capisce, si lavora,

non devi bere champagne o qualsiasi altra spuma,

non devi spedire né ricevere messaggi

(le piante ricevono messaggi?

scrivono email?)

non devi

fare la lista dei buoni propositi

per archiviarli nel cassetto.

non devi piangere pentita

dalle cazzate consumate

né stupidamente credere

che per decreto di speranza

a partire da gennaio le cose cambino

e tutto sia chiarezza, ricompensa,

giustizia tra gli uomini e le nazioni,

libertà con gusto e profumo del pane del mattino,

diritti rispettati, a partire

dall’augusto diritto di vivere.

per vincere un anno nuovo

che meriti questo nome,

tu, mia cara, devi meritarlo,

devi farlo nuovo, e so che non è facile,

ma tenta, prova, cosciente.

dentro di te l’anno nuovo

dormicchia e aspetta da sempre.



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venerdì, 09 gennaio 2004

(black rebel motorcycle club, stop)

 

 

succede. vigilia di natale. l’amica scarta il tuo regalo e noti il suo disappunto. l’unica cosa che hai trovato all’ultimo minuto. cominci a spiegare.

è giapponese.

lei guarda l’etichetta. tu continui:

liquore di pesche. roba fina.

lei sorride, per nulla convinta. senti che devi elaborare.

difficilissimo da trovare.

davvero?

difficilissimo. l’ho trovato in un negozietto di articoli giapponesi che nessuno conosce. non so chi me ne ha parlato. era l’ultima bottiglia.

ah.

il tipo del negozio mi ha raccontato una storia. sembra che il liquore venga usato in un antico rituale giapponese. in primavera. o in autunno. no, in primavera, perché ha a che fare con la fertilità. sembra che il liquore sia afrodisiaco.

già.

cominci a disperare. in fin dei conti, è in gioco un’amicizia.

dicono che il miglior modo di berlo è dentro una piscina di acqua calda. preferibilmente con un samurai.

certo.

o due.

l’ho comprata al supermercato.

cosa?

la bottiglia che ti ho regalato l’anno scorso.

silenzio. ora ricordi. per questo hai trovato quella bottiglia dimenticata in fondo all’armadio, col liquore di pesche che, ovviamente, nessuno avrebbe mai bevuto. nemmeno il koala. era il regalo dell’amica.

nel natale scorso.

l’ho inventato io il negozietto di articoli giapponesi – infierisce l’amica. e ho raccontato la storia del rituale della fertilità.

in pratica sta dicendo che il liquore di pesche poteva essere lo stesso, ma almeno la bugia poteva essere un’altra. protesti:

aspetta però. la parte del bagno caldo è mia!

ma è tutto inutile.

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giovedì, 08 gennaio 2004
(dave gahan, i need you)

dichiaro aperto il 2004.
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