martedì, 20 aprile 2004

(basement jaxx, lucky star)

 

ma tu mi ami sopra ogni cosa ?

sì.

passione vera?

passione verissima.

più di ogni altra cosa in tutto il mondo?

in tutto il mondo e oltre.

non ci credo.

mettimi alla prova.

io o un bigné di san giuseppe.

tu, facile.

di quelli pieni di crema, che quando lo addenti la crema ti sburra nel mento.

preferisco te.

calcio.

non c’è paragone.

stai camminando, arriva un pallone che rimbalza, i ragazzini ti urlano ‘tirala, zio!’, e tu lo fermi al volo, fai diciassette palleggi e tiri alla perfezione.

preferisco te.

roma e flamengo a tokio per la supercoppa, biglietto e ingresso gratuiti.

vieni anche tu?

no.

in tv è molto meglio.

fa troppo caldo. poi piove, poi ritorna il sole, e poi arriva una brezza fresca e quell’odore di terra bagnata, poi la radio suona una musica ed è il pezzo nuovo dei radioheads. è venerdì e in tv fanno la maratona belushi... e l’ulivo ha vinto!

te.

tornare bambino per poter calpestare le pozzanghere a piedi nudi e sentire il fango che fa squish tra le dita.

te, sicuro.

nicole kidman ti chiama e ti dice o lei o me.

nessun dubbio, te.

odore di libro nuovo. assolo di sax. bambino distratto. penna giapponese. percussioni per strada. lenzuolo appena lavato. appuntamento dal dentista disdetto. film con scale a chiocciola. parole di paolo conte. supplì alle undici e mezza.

tu, tu, tu, tu, tu, tu, tu, tu, tu e tu, rispettivamente.

nicole kidman che richiama e dice che se ti liberi di me arriva già senza mutande.

le attacco in faccia.

fama e fortuna. la spiegazione dell’universo e del mercato delle commodities, in esclusiva. la vita eterna e una carta di credito illimitata.

preferisco te.

una birra ghiacciata. la bottiglia fa tlactlac, tanto è fredda. nel bicchiere, un quarto di spuma ferma. il resto è lei, solo lei, che ti dice ‘vieni’.

hommmm....

come hommm? lei o me?

 

....... silenzio di 5 secondi........

 

che marca è?

cretino!

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sabato, 17 aprile 2004

(backyard babies, minus celsius)

naufraghi da transatlantico, dentro una scialuppa persa in alto mare, hanno mangiato gli ultimi cracker e contemplano l’antropofagia come unico mezzo di sopravvivenza.

prima le donne – propone un gentiluomo.

la proposta viene respinta con veemenza dalle donne. ma la questione è aperta: quale criterio usare per decidere chi verrà sacrificato per primo perché gli altri non muoiano di fame?

prima gli anziani – suggerisce un giovane.

gli anziani immediatamente si uniscono per protestare. Mancanza di rispetto!

e poi – dice uno – siamo duri da masticare. meglio i giovani, sempre inclini a nobili gesti.

siamo, teoricamente, quelli che hanno più tempo da vivere – dice un giovane.

e avrete bisogno della nostra forza ai remi e dei nostri occhi per avvistare terra – dice un altro.

allora i più grassi e appetitosi.

è un’ingiustizia! – grida un grasso. Abbiamo più calorie accumulate, e quindi più probabilità di sopravvivere in modo naturale rispetto agli altri.

i più magri?

non se ne parla nemmeno – dice un magro, a nome di tutti gli altri. siamo poco nutrienti.

i più contemplativi e lirici?

e chi vi intratterrà con storie e versi mentre aspettate la salvezza? – chiede un poeta.

i più metafisici?

non dimenticare che abbiamo un canale privilegiato con quelli lassù – dice un metafisico, indicando verso l’alto – e può essere vitale, se null’altro dovesse funzionare.

è un dilemma.

bisogna dire che questa discussione si svolge in un angolo della scialuppa, occupato dal piccolo gruppo di passeggeri di prima classe del transatlantico, sotto gli sguardi dei passeggeri di seconda e terza, che occupano il resto della barca e finora non hanno detto niente. finché uno perde la pazienza e, con la fame che incalza, chiede:

annamo?

sguardi di rimprovero dalla prima classe. ma poiché sono tutti, letteralmente, nella stessa barca, gli spiegano:

siamo indecisi sul criterio da utilizzare.

allora ho un criterio – dice il passeggero di seconda.

qual è?

prima gli indecisi.

questa proposta provoca un casino tra quelli della prima classe spaventata. uno dei teorici si alza e chiede:

niente ideologismi, per favore!

poi si alza un aiuto macchinista (o l’equivalente di un aiuto macchinista da transatlantico) e chiede calma. vuole parlare.

naufraghe e naufraghi – inizia. in questa barca esiste solo una divisione reale, ed è l’unica che conta quando la situazione arriva a questo punto. non è tra giovani e vecchi, grassi e magri, poeti e atleti, credenti e atei... è tra minoranza e maggioranza.

e, indicando la prima classe, grida:

mangiamo la minoranza!

nuovo casino. proteste. niente vendette! ma la maggioranza avanza sulla minoranza. la prima classe vuole o no primeggiare? primeggerà nel sacrificio.

però non possono mangiare tutta la prima classe, indiscriminatamente. bisogna avere un criterio. e allora vanno a chiamare natalino. il capocuoco del transatlantico.

e natalino si mette a esaminare la dispensa, stringe una coscia di qua, palpa una costola di là, con la calma di chi sa di essere l’unico indispensabile a bordo.

la morale della favola è che la scialuppa si rovescia e tutti, senza distinzione di classe, vengono divorati dagli squali. che come si sa non hanno criteri.

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martedì, 13 aprile 2004

(korn, right now)

il primo giorno di scuola della quarta ginnasio, in un liceo del centro, dal cortile tetro e con un’inspiegabile puzza di cavolo nei corridoi, probabilmente colpa di una setta di bidelli adoratori del minestrone. ai tempi in cui ero una frequentatrice (‘studente’ mi sembra eccessivo) era così, e non è cambiato molto, da quello che mi racconta il koala. a meno che il professore non designasse il posto di ciascuno secondo un qualche ordine, per esempio alfabetico – e in quel caso ero condannata dal cognome a stare in prima fila, accanto alle bii e alle cii e alle altre aa – gli studenti si distribuivano i posti secondo una geografia sociale spontanea, non sempre distinta ma abbastanza definita.

davanti stava il gruppo dei cancellini, pulitori di lavagne e sbattitori di spirali di panno impolverate. non ho mai capito perché sporcarsi con la polvere di gesso fosse considerato un privilegio, ma il gruppo del cancellino era un’elite, vista dal resto della classe come favorita dal potere e invidiata e bistrattata con la stessa intensità. quando passavano ai gradi superiori, i cancellini potevano perdere la loro funzione e smettere di essere i cocchini del professore, ma mantenevano i loro posti e la loro spocchia, in attesa della riabilitazione, come tutte le aristocrazie diventate irrilevanti.

non bisogna confondere il gruppo del cancellino con i parioli e le secchie. i parioli occupavano le prime file per non mischiarsi alla massa seduta dietro, le secchie per stare vicino alla lavagna e non perdere nulla. tutti i cancellini erano parioli ma non tutti i parioli erano cancellini, e le secchie non erano necessariamente pariole. molte secchie, per esempio, erano eccentriche, introverse, ansiose – insomma, strane. gli autentici parioli si definivano per quello che non erano. non erano lecchini come i cancellini, né strani come le secchie, né mediocri come la massa, né casinisti come le creature degli abissi, sedute in fondo, e la loro principale caratteristica erano i mocassini

dietro i cancellini, i parioli e le secchie c’era la massa, divisa in nuclei, come il nucleo delle noncipensonemmeno, quattro ragazze che ignoravano le lezioni, si occupavano solo di trucco e capelli e stavano sempre insieme; i compagni (l’estrema destra era il pdup), alcune celebrità (la gran figa, il tipo che disegnava fumetti) e i loro fan, e i centristi sconsolati, accomunati solo dalla voglia di essere altrove.

in fondo stavano le creature degli abissi, la cui unica comunicazione con le avanguardie erano occasionali missili sparati da dietro e comprendevano il ciccione che ruttava in varie tonalità e una protopunk con un tatuaggio sulla coscia.

bii. lo rileggo e mi rendo conto che sembra una puntata dei ragazzi della terzaccì.

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martedì, 06 aprile 2004

(the thrills, santa cruz)

viviamo circondati dalle nostre alternative, da quello che avremmo potuto essere.

ah, se solo avessimo azzeccato quel numero, accettato quel lavoro, finito quel corso, se fossimo arrivati prima, o arrivati dopo, avessimo detto sì, o detto no, se fossimo andati a frosinone, se avessimo sposato robertone, o dato quell’esame...

proprio ora, in questo bar immaginario dove sto bevendo per dimenticare quello che non ho fatto, e tra l’altro il bar Immaginario è uno dei più frequentati in città, si siede una tipa alla mia destra e si presenta:

sono te, se ti fossi iscritta alla facoltà di scienze informatiche.

ha la mia età e la mia faccia. e la stessa desolazione.

perché? non sei diventata ricca inventando un programmino per inventare programmini?

certo. ricca. ricchissima. andavo alla grande. una vita da sballo, finché un giorno...

lo so, lo so... dice una seduta accanto a lei.

guardiamo l’intrusa. ha la nostra età e la nostra faccia e non sembra più felice di noi.

e continua: hai deciso di investire tutto in quel progetto del monopattino intergalattico. l’hai fatto, hai perso tutto il tuo denaro, sei diventata la barzelletta della new economy e ora sei una mediocre webmaster.

e come lo sai?

io sono te, se non avessi investito nel monopattino intergalattico. non l’ho fatto e ho salvato i quattrini, l’azienda e tutto. mi consideravano un genio degli affari. ma due mesi dopo, mi hanno proposto di investire in un’intelligenza artificiale in grado di infilare aghi e aprire il cellophan dei cd. e l’ho pagata cara. durante un test di laboratorio il robot mi ha colpito ripetutamente con un ago e una custodia di cd. sono stata in coma, e ne sono uscita per miracolo. non sono più in grado di usare un computer. sono ricca, ma invalida. ora bevo e mi lamento. se non avessi investito nel robot...

...avresti sicuramente fatto qualche altra cazzata.

lo dice un’altra nostra sosia, che si presenta.

sono te se non avessi investito nel robot. non fa nessuna differenza. saresti diventata famosa e avresti guadagnato soldi a palla. saresti andata a san francisco, avresti conquistato la silicon valley...

e invece cosa è successo? – chiediamo in coro.

ricordi quell’aereo che è esploso atterrando a san francisco?

tu...

sono morta a 28 anni.

infatti sei un po’ palliduccia.

tutto sommato è stato meglio non studiare informatica.

e aver investito nel monopattino intergalattico...

ah, se mi fossi laureata in statistica economica...

stai scherzando, vero? – dice una seduta alla mia sinistra.

ha la mia faccia, ma sembra più disperata di me.

e tu chi sei?

sono te, se ti fossi laureata in statistica economica.

vedo che tutte le sedie del bar sono occupate da versioni mie laureate in statistica economica, l’una più triste dell’altra. le conseguenze di anni di decisioni sbagliate, scelte andate a puttane, piccoli tradimenti, risentimenti e frustrazione.

mi guardo intorno. il bar è affollato da me. tutti i tavoli sono occupati dalle mie alternative e nessuna sembra soddisfatta. dico alla cameriera che, tutto sommato, sto meglio io di tutte le altre. la cameriera dice di sì con la testa, tristemente.

solo allora noto che anche lei ha la mia faccia, molto più stanca.

e tu chi sei?

sono te, se avessi sposato robertone.

e?

non risponde. fa solo un segno, con il pollice verso.

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venerdì, 02 aprile 2004
(mando diao, sheepdog)

a mrs hyppowthethyck raccontano che le compagnie aeree stanno pensando di eliminare i coltelli nei pasti a bordo. lei lo trova giustissimo. ha sempre pensato che la peggior minaccia alla sicurezza dei voli sono quei piatti di carne - spesso carne dura, sai com'è il cibo degli aerei - che provocano guerre di gomitate tra le persone che cercano di tagliarla in spazi ristretti, e che prima o poi scoppierà un conflitto dentro la classe turistica (in prima classe ti portano la carne già tagliata). la fine dei coltelli significherà che d'ora in poi serviranno solo brasati al barolo o boeuf bourguignonne che si tagliano con la forchetta prima di sciogliersi in bocca. bravi.
ma no, ma no, mildred. è per via dei terroristi.
QUALI TERRORISTI?!
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