lunedì, 20 settembre 2004

(the servant, orchestra)

 

sala d’attesa generica, due amiche alle otto del mattino, digiune. e non si fuma. A chiede a B che ne pensa. B guarda A in silenzio, poi dice.

 

- hai un impegno con la specie.

- eh?

 

ad A non risulta nessun impegno particolare. B sospira e le dice che la questione è molto più complicata. non è una faccenda semplice. dietro c’è la storia, dietro la storia personale, la storia della razza, la storia dei geni della razza. la specie umana, insomma. la specie umana. sei responsabile della specie umana.

A ora è davvero spaventata.

 

- io?

- siamo noi donne a determinare l’evoluzione della specie. siamo responsabili. tu e io. è così per tutte le specie, la femmina ha l’ultima parola su chi la ingraviderà, sul tipo da riprodurre, su quale corrente genetica avrà continuità e quale finisce. ci pensi? al potere che hai? con un semplice ‘no’ puoi interrompere una linea di dna che parte dalla creazione del mondo. se ti rifiuti di fare un figlio, puoi, senza saperlo, negare la riproduzione all’ultimo discendente diretto di adamo, e gli sta bene.

- ma X non...

- ascolta. il periodo di convivenza è l’opportunità che abbiamo per valutare se l’uomo che intende depositare il suo seme in noi lo meriti davvero. vuole solo adempiere alla sua funzione, che è quella di tramandare diciamo il suo pacco genetico. tutto sommato gli importa poco dello spedizioniere. tocca a noi avere criteri e selezionare i migliori, per il bene della specie. la corte, l’assedio, la conquista, tutte queste cose esistono perfino tra i bacarozzi, ed è l’aiuto che la natura ci dà per fare la selezione. per raffrontare i maschi su tutti i quesiti che significheranno l’evoluzione o l’involuzione della razza. che si diano capocciate nella savana africana o esibiscano bicipiti o portafogli azionari davanti a noi, i maschi si consegnano al nostro scrutinio, alla nostra sentenza. disputano la nostra approvazione e il privilegio di usare il nostro utero. ma la decisione finale è nostra. la responsabilità è nostra.

 

A ammutolisce. non sapeva di essere così importante. e B conclude.

 

- ti dirò, X, francamente, secondo me...

 

X in effetti non ha nessun contributo speciale da dare alla specie, a parte la sua faccia. insomma, non è che la specie abbia poi così tanto bisogno di un’altra fossetta sul mento.

 

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domenica, 19 settembre 2004

(cure, the end of the world)

 

nottebianca con gli amici, c’era perfino un buon motivo per farla, commemorare la riconciliazione di P e A. ascoltato morricone, visto proietti, cazzeggiato nel museo zoologico, mangiato ungherese, bevuto caribeño, albeggiato intirizziti al gianicolo con bottiglia di spumante. P e A coscia a coscia sul muretto. mano nella mano. P ride:

- tutto perfetto. guardate!

- non gli mollo più la mano. (poi la molla per aggiustarsi i capelli però). e voidue? – chiede A (voidue, cioè noidue).

- benissimo. alla grande (controllo il naso, per sicurezza).

- pazzesco come riusciamo a litigare per delle cazzate, vero? per quello che si dice o per quello che non si dice. cazzate. l’importante è qui (e fa vedere la mano).

- vuoi dire la fede?

- no, la pelle. l’importante è la pelle. pelle su pelle. se funziona, va tutto bene.

- un brindisi alla pelle.

- alla pelle!

- alla pelle!

- alla pelle!

- a nome delle donne, propongo un brindisi agli uomini.

- soprattutto ai pelosoni. (riferimento alla quantità di peli che ricopre il corpo di P).

- ai peli!

- ai peli!

- ai peli!

- alle donne, alle nostre donne!

- e alle loro mutande appese in bagno!

- alle mutande!

- alle mutande!

- agli uomini che non buttano via niente!

- alla tolleranza! alle donne che accettano i loro uomini così come sono!

- a tutte le donne che devono trovare spazio per conservare le carte che i loro uomini non buttano via!

- all’amore! (tentativo di cambiare l’andazzo dei brindisi)

- depliant di pizza a domicilio! vi rendete conto? depliant di pizza a domicilio!

- cosa?

- quelli che ti riempiono la buca delle lettere. non ce la fa a buttarli via!

- ora non esagerare...

- e mi tocca trovare un posto per conservarli!

- e la mia collezione del guerin sportivo? l’hai buttata!

- serviva spazio nell’armadio! per i vestiti!

- non per le tue mutande, quelle le appendi in bagno!

- alle donne dei maniaci di tutto il mondo!

- ai maniaci incompresi!

- ... (volevo dire ‘e se ci prendessimo un cornetto caldo?’, ma ho preferito tacere).

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venerdì, 17 settembre 2004

(kings of convenience, misread)

 

i desideri vaghi sono i migliori, perché non sai esattamente cosa ti perdi. indeterminata voglia di fuga, di un qualcuno, di un atto blando o dirompente, tutto un po’ fumoso, senza contorni, quindi chissenefrega. te lo tieni come i jeans troppo stretti, a un certo punto cedono e si rassegnano. il casino è quando sai esattamente cosa o chi vorresti.

stasera non voglio fare quello che farò, innanzitutto. e so dove vorrei essere. in una villa ai margini del lago di ginevra, nel 1816. una sera uguale a questa, pioggia e lampi di semiautunno. nella villa ci sono mary e percy shelley, lord byron e un suo amico, john polidori. qualcuno propone una scommessa: la peggior storia de paura mai immaginata da qualcuno. mary inventa il dottor frankestein e il suo mostro, polidori tira fuori un vampiro aristocratico che qualche anno più tardi bram stoker trasformerà nel conte dracula.

non si sa che storie si sono inventati byron e shelley per il torneo del terrore. darei tutti i miei orecchini per ascoltarle.

percy shelley morì annegato sei anni dopo quella notte nella villa svizzera. byron morì in grecia otto anni più tardi. mary shelley campò fino al 1851, ma non ha mai più inventato un’altra storia fantastica come quella di frankenstein. di john polidori non so nulla, né di vita né di morte. eppure è il personaggio principale di questo preciso desiderio da venerdì 17 settembre 2004.

 

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