sabato, 18 dicembre 2004
(pf, wish you where here)
prepartenza per la città più inguaiata al mondo, una settimana lì e fotto il natale e do una bella ridimensionata alle mie macerie. gl amici, oh cari, mi stanno sottoponendo a una cura a base di ricordati-che-si-può-stare-di-molto-ma-peggio, e il risultato è che non mi posso nemmeno crogiuolare nella mia melmetta in santa pace (a proposito di crogiuolare, devo passare da settorzinho).
che poi quando sto male mi vien da ridere, perché non mi ci vedo proprio. sempre scacciato le crisi depressive a calci nei coglioni. altrui. hmm, forse è questa la chiave.
comunque a proposito di orologi, raccontino del cazzo prima di chiudere per viaggio. una volta tanto niente metafore, tutto vero.
giugno 2000. spiaggia di budoni, sardegna, bella ventosa. vacanza in famiglia, per la prima volta dopo una diciottina d'anni. arriva il prototipo del senegalese irresistibile, armato di sorriso e orologi. mio padre è un feticista degli orologi, comprerebbe un orologio perfino da alemanno. non è che il tipo abbia molte difficoltà a individuare il pollo: il pollo lo chiama, anche perché si annoia a morte e non ci sono nemmeno tetteculi se non quelli delle figlie, nella spiaggia di budoni. e c'è lucio che parla di zeman, sergio che prende il sole come un cristo in croce, giuseppe che prova i suoi novanta cellulari, disperato perché non si rassegna al fatto che a budoni non c'è cazzi, non c'è campo.
sosta, chiacchiere (nostre) in un francese demenziale (il koala si esibisce, è l'unico che sa dire la plume de ma tante senza sembrare l'imitazione di un frocio padano). mio padre esamina la merce, e sceglie. un rolex. bello, eh. pare quasi un rolex. trattativa (hahahahaha) sul prezzo, 150 sacchi. insomma, chi di voi conosce qualcuno che si compra un orologio in spiaggia per 150 sacchi? per il resto dell'estate, a chiunque chiedeva che ora era, veniva risposto con voce baritona "sono le '...', secondo il mio rolex dalla precisione assolutamente affidabile".
salto temporale. tre anni dopo, triste cerimonia di spartizione dell'eredità paterna. il rolex lo tengo io, come prova del misfatto. ma mi sta largo, e sai quelle volte in cui dici 'bisogna che cambi il cinturino a st'orologio' e non lo fai mai? ecco. altro piccolo salto temporale, prenatale 2003. luciana dice: ma se regalassimo quel rolex a lucio? mi si spreme un po' il cuore, ma figuriamoci se faccio storie. lucio gioisce e si commuove. d'ora in poi sarà lui a dire 'sono le "..." secondo il mio rolex eccecc'.
lo porta dal suo orologiaio di fiducia per una ripulita. lo va a riprendere e quello gli dice: bada che questo è un rolex vero. gli hanno solo tolto i rubini. se vuoi te li rimetto, così hai un rolex sul serio.
mi consolo pensando che magari l'orologiaio è il compare del senegalese simpatico della spiaggia di budoni.
giovedì, 16 dicembre 2004
(david bowie, it ain't easy)
inventario:
un'ombra per terra, una polizza vita scaduta, una gabbia per gatti (e un gatto). una cicatrice di parto cesareo sottopancia e altre cinque invisibili, che fanno male quando piove. un sacco di lampade che fanno poca luce, un orsacchiotto della mia stessa età, una coperta patchwork coi ritagli cuciti con filo di lutto. uno scatolone di foto alla rinfusa, e cinque album vuoti. l'angolo della sala preferito con un segnalibro a portata di mano. talento per cose avulse, che non durano né rendono. tre finestre sul giardino, nessun orizzonte. silenzio dentro, che guarda e ricorda, mentre fuori c'è sempre qualcuno che parla o canta o suona, silenzio che scatta quando si imbottiglia il traffico, i giorni, la gente. la curva da batticuore perché vuol dire che sei quasi arrivata. un figlio, nessun ricordo del suo pianto, una faccia che rimane uguale anche se cambia in continuazione. un armadio con vestiti e scarpe da indossare e calzare e niente più. un mal di denti, una risata, fortunatamente brevi. un boccale metallico di birra un po' ammaccato. una città sognata, dove non piove (quasi) mai. manie cretine, come quella di avere sempre a portata di mano carta da regalo e nastri colorati. una delega, una ritirata, una certezza, che si diluiscono e si confondono, si gualciscono, e vanno avanti. un sapore di frutta che allappa, un soldino che sembra di mille anni fa ed è del 2001. un compasso che mai ho saputo usare. un chiosco da lavoro dove non arrivano nemmeno i terremoti (spero). un cassetto senza una precisa funzione se non raccogliere quello che non sai dove mettere. un camminare a testa bassa per non prendere le buche sul marciapiede. un diavolo tra i capelli, una palla immaginaria al piede, delle forchette sambonet e la porta del bagno che non si chiude. un pacco pieno di gente, un sogno di figure, che passa, che ritorna, o sparisce senza titoli di testacoda. un calendario e un orologio (non mio), e tutti e due vanno avanti. un astigmatismo che non fa vedere lontano, bisogna avvicinare le immagini per metterle a fuoco. la parola magica segreta mai rivelata a nessuno dei sette anni, il suono della prima scopata dei quattordici, un'unghia che si spezza e il solo ricordo fa rabbrividire. uno snocciolatore di ciliegie e uno per le olive, nessuna radice da nessuna parte. due morti, i debiti, i racconti, un amore che si allontana con passi da gigante. un passaporto verde e una firma che non ho ancora deciso se è proprio mia. il posto a tavola. una tristezza, uno spavento, le carte da gioco, passato presente e futuro, se mi viene bene questo solitario vincerò il premio, mi chiamano dal nyt, mi regalano un posto nella barca del giro intorno al mondo. una pila di risposte rimandate. una vita in brutta copia, senza tempo per fare la bella.
martedì, 14 dicembre 2004
(rolling stones, paint it black)
Da un po' di tempo il mio gatto preferisce pisciare in giardino. Il cambio di lettiera mi regala sti giornali vecchi di una settimana e di solito c'è sempre un articolo che m'è sfuggito. Le migliori lettiere sono Stampa e Corriere; l'Unità perde inchiostro, i tabloid non si piegano nella misura giusta e sulla Gazzetta il gatto ci piscia troppo, sarà un rosa diuretico.
Comunque c'era st'articolo del Corrierone del 2 dicembre che racconta della classifica delle 10 opere d'arte più importanti del Novecento. Scelte da 500 esperti consultati dalla Turner Foundation, che non ho capito se è legata al tipo che ha inventato la CNN o al paesaggista svenevole o a qualche altro Turner disgustosamente ricco di questo mondo.
Il primo classificato dei capolavori è l'Orinatoio di Marcel Duchamp, che secondo l'autore dell'articolo è esposto nel Centre Pompidu (ah, schiere e generazioni di correttori, tremate) a Parigi. L'ho visto, l'orinatoio. Mi è anche piaciuto. Ma non sono così raffinata da provare l'emozione più intensa del Novecento davanti a quello splendido ammasso di porcellana bianca.
La mia personalissima classifica emozionale prevede al primo posto Guernica (che per quelli della Turner è solo quarta, preceduta da Les demoiselles d'Avignon e dalla Marilyn di Andy Warhol). Poi vengono le nuvolette di Magritte, l'orologio molle con fagioli bolliti di Dalì, la natura morta con carte da gioco di Braque, la Monna Lisa di Basquiat e il murale pisano di Keith Haring. E lascio fuori gli asini di Chagall, le muse inquietanti di De Chirico, la montagna di Kandinski, il Paperino di Liechtenstein, ma stanno lì sull'uscio che sgomitano per entrare.
lunedì, 13 dicembre 2004
(leonard cohen, suzanne)
Si conoscono a una festa, e all'alba sono in macchina, dove lui cerca di farle quello che le ha detto di voler fare per tutta la serata, baciarla tutta, a partire dalle labbra, scendendo per il collo, arrivando alle tette e...
- oh cazzo
- che è successo?
- credo di aver bucato qualcosa. C'è una perdita.
- è il silicone.
- cosa?
- il silicone! t'é entrato in bocca?
- credo di sì. perchè, è tossico?
- non lo so. credo di no, ma...
- oh cazzo cazzo
- l'hai inghiottito?
- sì. no. non lo so.
- ma dovevi proprio mordere, eh??
- aho, ho perso il controllo. con ste tettone...
- e mo' la colpa è mia.
- potevi avvertirmi.
- avvertire di cosa? non mordere che schizza?
- che ne so, io... cazzo cazzo cazzo
- cosa?
- mi gira la testa.
- calmati. andiamo al pronto soccorso.
- eh?
- dove sono i tuoi pantaloni?
- non lo so, io... mi sa che non ci vedo più.
- maddai, è un'impressione.
- ho la tachicardia!
- e la mia tetta si sta sgonfiando! guarda cos'hai fatto!
- scusa eh. io sto qui che muoio e tu ti preoccupi della tetta?! ne hai un'altra, io ho una sola vita!
- non stai morendo.
- ah no? non ci vedo più. il cuore è impazzito. il silicone ha raggiunto il sistema nervoso!
- il silicone non provoca questi effetti.
- che ne sai? e come coi cibi ogm: nessuno sa qual è l'effetto.
- andiamo al pronto soccorso. dove sono i pantaloni?
In macchina. Guida lei, si mettono d'accordo su cosa raccontare al pronto soccorso. Possibile ingestione incidentale di silicone liquido. Com'è successo?
- non dirgli delle tette.
- perchè no?
- le vorranno esaminare, non sono presentabili. dobbiamo inventare una storia. hai cercato di ucciderti.
- ingerendo silicone?
- no, tranquillanti. formaldeide. qualsiasi cosa. comunque sia ti faranno una lavanda gastrica.
- sai che già mi sento un po' meglio?
- e la cecità?
- passata.
- e la tachicardia?
- passata.
L'accompagna a casa. Parcheggia, è quasi l'alba. Comincia a mordicchiarle l'orecchio, poi la bacia in bocca, sul collo, e le labbra scendono per baciare l'altra tetta, quella piena.
- attento, eh.
Si mettono d'accordo per rivedersi dopo che lei si sarà data una sistemata alle tette.
sabato, 11 dicembre 2004
Nico, My Only Child
Dell'Iran che se la prende coi blog non avevo ancora letto finora, pur essendo lettrice talmente compulsiva da cliccare perfino sui link dei copirait dei siti. I blog sono il pallone di turno preso a calci dai piedoni sgraziati delle autorità iraniane. In meno di due mesi, cinque blogger sono stati arrestati. In quanto blogger. Lo dice il sito di
Reporter Senza Frontiere: "Il governo attacca ora i blog, ultimo bastione di libertà in una rete che viene sottoposta a un controllo crescente a ogni giorno che passa" (la notizia è del 30 novembre scorso). I primi tre blogger sono stati arrestati il 29 ottobre. Il quarto, Mojtaba Saminejad, è stato messo dentro all'inizio di novembre per aver scritto sul suo blog sull'arresto degli altri. Farid Modaressi, che fa parte di un'organizzazione studentesca, è in prigione per aver pubblicato in rete articoli che raccontano le gesta di membri del movimento conservatore nella città di Qom. La repressione colpisce anche i siti di news. Oggi, cinque giornalisti di internet - Mahboubeh Abasgholizadeh, Fershteh Ghazi, Javad Gholam Tamayomi, Omid Memarian e Shahram Rafihzadeh - sono in carcere per aver collaborato con siti pro-riforma.
Vabbè. Ne scrivo perché non parlarne è un po' come far finta che non sia successo niente. E perché mi piace sta storia dei bastioni di libertà.
venerdì, 10 dicembre 2004
richard wyatt, alifib
O voi che capite di internetch, spiegatemi una cosa. C'è questo blog che è il terzo blog della mia vita (il primo è quello di colui-che-ho-molto-amato, il secondo è quello del primo commento) che non riesco più ad aprire senza che mi si chiuda explorer. Se disattivo gli script riesco a caricarlo, ma non posso commentarlo perché i commenti pure vengono disattivati. Ok, ok, ok, ho un Mac OS 8.6, che è una sicurezza di basso standard di navigazione (anche se finora non mi aveva mai tradito nelle cose essenziali). Ma, per sant'Ansano, possibile che SOLO quella pagina sia fuori uso?
L'ho studiata bene, per vedere cos'è che la rende incompatibile con me. Sicuramente non è lo sfondo color notte maghrebina coi falò beduini accesi in sottofondo. E non ha nessuno di quei dirty tricks, dalle musichette alle animazioni ai flashdelcazzo che possano provocare il reazionarismo del mio Mac. L'unica critica da muovergli è che la tenutaria ci scrive solo quando ci stendiamo davanti al suo uscio con facce da pezzenti mendicanti piagnucolanti con la scimmia addosso.
O forse è stato l'Uomo delle Caccole?
giovedì, 09 dicembre 2004
(king crimson, epitaph)
Oroscopo del 9 dicembre 2004
Oggi i nati il 26 marzo 1963 alle 8,30 ora di Brasilia avranno una giornata abbastanza simile a 354 altre dell'anno corrente, con la differenza del persistente groppo in gola dovuto a scelte avventate ma indiscutibili. Per quanto riguarda il lavoro, sfornerete 5008 battute della guida sul Brasile e 2763 battute sulla scansione giornaliera dei piatti delle trattorie romane, dopo varie interviste e un intenso dibattito in redazione sulla preponderanza della pasta e ceci sul baccalà. Tornerete a casa e vi tufferete nelle amenità della vita casalinga. Stirerete, cucinerete, farete la spesa e pulirete il filtro della lavatrice, evitando di umiliarvi davanti allo sguardo derisorio di un Tecnico.
Sentirete Francesca che vi racconterà tre pettegolezzi insulsi, vostra sorella che ha di nuovo il maldischiena (evitate di fare diagnosi), Gui che domani presenta il suo terzo libro in tre mesi (lo odierete un po'), Laura per cazzi della cooperativa e Jolanda per cazzi del giornale (vi inviterà a cena per sabato, e non dovete dimenticare com'è andata l'ultima cena-di-sabato da lei). Avrete l'ingrata sorpresa di trovare una bolletta telecom da 400 euri in buca, che segnerà in modo abbastanza marcato le riflessioni della mattinata e di buona parte del pomeriggio. Sul versante dei sentimenti, c'è solo da segnalare l'ineluttabile fluire del secondo giorno di lutto virtuale, in cui prevale ancora netta la sensazione che comunque tutto sarebbe andato malissimo, e che lo avete decisamente sopravvalutato. A margine, dovrete fare i conti con la vostra visione irreale dell'Uomo Perfetto, messa duramente in discussione nel momento in cui l'avete fatto uscire dallo sgabuzzino della vostra personale psicopatologia.
La serata si dividerà tra 3000 (almeno) ulteriori battute (spazi inclusi) della guida sul Brasile e, a piacere, la lettura dell'ultimo Wu Ming, un'infornata mostruosa di telefilm su Foxlife e un tentativo di occupazione della playstation, se la vostra prole si leverà dalle palle per un paio d'ore almeno. La luna consiglia: tagliatevi i capelli e dimenticate quel tipo. E smettetela di farvi gli oroscopi.
martedì, 07 dicembre 2004
(doors, soul kitchen)
In fin dei conti, tra amicizia, fidanzamento e convivenza, la cosa è durata dieci anni. Quel che fa male non è lo scazzo, la separazione, l'abbandono.
E' lo spreco.
So tutto di lui. Nemmeno sua madre ne sa così tanto. Conosco ogni parte del suo corpo, ogni pelo, ogni segno. Lo sai che ha una cicatrice piccolina qui, sotto il mento? Non si vede nemmeno, ma io la conosco. Ha un neo sulla piega tra la natica e la coscia che scommetto nemmeno sua madre ha mai visto. Né il medico, nessuno. E il mignolo girato in dentro, quasi sotto l'altro? Io l'ho studiato. E ora, cosa me ne faccio di tutto quello che so di lui?
Passavo ore a guardarlo che dormiva. Pancia in giù, la faccia sprofondata nel cuscino, bocca semiaperta. Non russava. Certe volte rideva. Un giorno ha riso, si è svegliato, mi ha visto che lo guardavo e ha detto "Sei sempre la solita", e si è riaddormentato. Nel sogno forse l'avevo fatto ridere. Poi non ricordava il sogno, diceva che me l'ero inventato.
Che me ne faccio di tutti questi dati? A che serve sapere come imburrava il toast, come cantava sotto la doccia una canzone che giurava esistesse veramente, "bababa bububu non ce la faccio più", e che nessuno aveva mai sentito? E che chiudeva sempre un occhio quando non gli piaceva qualcosa, da un dessert a un'opinione? Posso scrivere un libro, Tutto su di Lui, ma chi mai se lo comprerebbe? Non si parla di una persona importante. Non è la biografia, con rivelazioni sorprendenti, di una figura storica o controversa, solo tutto quello che so su un tipo che si chiama Giulio, dopo dieci anni di osservazione esclusiva. Giulio a letto, Giulio in bagno, Giulio in cucina, Giulio che corre. Giulio, di nessun interesse per i posteri.
L'ho studiato in tutte le situazioni, in tutti gli elementi possibili. Giulio in spiaggia. Giulio avvolto nel plaid, che mangia ritz e guarda la tv. Giulio sudato. Lo strano effetto dei lampi e dei tuoni sui peluzzi della nuca di Giulio. Volete gli odori di Giulio? Li ho tutti catalogati in memoria. Giulio raffreddato. Giulio distratto. Incazzato, euforico, brontolone, con l'acidità e senza acidità. Che si mangia le unghie o che parla di Kubrick.
Uno spreco. Non posso offrire quello che so al nemico. Non interessano i suoi momenti di maggior vulnerabilità - mentre ascolta Capossela o quando la pasta si scuoce. Lui, che si sappia, non ha nemici. Certamente nessuna potenza straniera. Non posso offrire le mie informazioni alla scienza. Almeno fosse un fossile mummificato che ho scavato e osservato per dieci anni e le cui caratteristiche - come il suo modo di ballare qualunque ritmo facendo di sì con la testa - potrebbero rivoluzionare tutte le teorie vigenti sull'evoluzione umana.
Ho inventato una scienza esoterica, seguita e praticata da una sola persona. Non posso istituire un corso universitario, pubblicare una tesi, formare discepoli, partecipare a congressi. Sono laureata in niente. Ho solo il master in nostalgia. Capisci? Ho sprecato dieci anni in una specializzazione inutile.
Hai ragione, devo dimenticare Giulio e dedicarmi ad altro e ad altri. Ma tutta la mia formazione è Giulio-oriented. Se mi metto con un altro, ho paura di sentirmi come quei tipi che si laureano in fisica nucleare o ingegneria elettronica e finiscono a fare i camerieri.
lunedì, 06 dicembre 2004
(nico col coretto dei velvet underground, femme fatale)
3 - Realtà
Il fatto è che non ci sono più tanti di quei bei nomi di negozio di una volta con su scritto "Il Re del... o della...". Li ho sempre cercati nei giri per Roma, e ho già collezionato i Re del (o dello?) judo, del mambo, del magazzino, del fiore, del ghiaccio, del risparmio, del cappuccino, del formaggio, del tortellino, del supplì, della tavola, della fragola, della gomma, della convenienza, della porchetta, dei cereali, dei funghi, dei bottoni, degli animali, degli affettati, degli uccelli, degli affari, degli strumenti, delle sirene (vendeva costumi da bagno), delle maschere, delle spezie, delle tinture.
Ora i nomi dei negozi sono talmente fichetti che uno riesce a intravedere la fatica del commerciante che si sfruculia le meningi per tirar fuori un qualchecosa di trendydelcazzo.
Tutto è cominciato quando hanno chiuso Qui Si Risparmia e Foderami Per Tutti, che lato a lato, con quattro vetrine esenti da fuzzy logic, vegliavano sull'area di largo Argentina. Mi rifiuto di memorizzare le insegne dei sostituti.
lunedì, 06 dicembre 2004
2 - Potere assoluto >
Manlovio era il re di Stamia, uno dei cinque paesi che formano l'arcipelago di Katchadran, nel mar di Micea. Ed era infelice. Aveva il potere assoluto in Stamia, ma non ne era soddisfatto. Poteva fare quel che voleva - dormire con qualunque donna, far uccidere chi gli dispiacesse per qualche motivo, spendere tutti i soldi del tesoro, fare la cacca con la porta aperta, proprio tutto quello che voleva. Ma era infelice.
Invano il primo ministro cercava di consolarlo.
- Vostra Maestà, siete il Meglio dei Meglio, il Supremo dei Supremi, il Big dei Big, il Tutto, l'incomparabile, il Re!
- Sì - diceva Manlovio. Di Stamia. Bella schifezza.
- Vostra Magnitudo, potete portare a letto qualunque donna desideriate. Anche la mia. E potete fare quel che Vi pare con loro.
- E sticazzi? Ho già fatto di tutto con tutte le donne del regno. E con tutti gli uomini. E con tutte le bestie. Non c'è rimasto più niente da fare. Posso dormire con Monica Bellucci? Non posso. Posso dormire con Brad Pitt? Non posso. Il mio potere assoluto è limitato alla popolazione di Stamia. E chiedimi cosa penso della popolazione di Stamia come partner sessuale.
- Che ne pensate, Vostra Enormità?
- Preferisco le bestie.
- A Vostra Eccelsitudine è sempre piaciuto far uccidere. Perchè non organizzate un altro massacro, per scacciare la noia? Fate uccidere tutti i mancini del regno. O i nasoni. O i nasoni mancini. O quelli che dicono "Sì?" invece di "Pronto?", o "Pronto?" invece di "Sì?". Voi potete! Non dovete dare spiegazioni a nessuno. Avete Stamia ai vostri piedi.
- Ma solo Stamia. Vorrei poter invadere un altro paese. Far uccidere in un altro paese, senza dare spiegazioni a nessuno. Questo sì è potere. Questo sì vuol dire essere re.
- Come Bush?
- Esatto! Voglio essere re come Bush, che non si annoia mai. Si trasformi Stamia negli Stati Uniti.
- Ma, Vostra Splendorosità, Bush non è re e gli Stati Uniti sono una repubblica.
- Allora si trasformi Stamia in una repubblica. Basta con questa pacchia di monarchia!
lunedì, 06 dicembre 2004
1 - Il pretendente
Mendicante seduto sui gradini della chiesa più brutta di roma, quella di piazza pilo. Un cartello appeso al collo. C'è scritto "aiutami a diventare re".
La domanda è inevitabile.
- Re di cosa?
- Ci pensiamo dopo, Ancora non abbiamo deciso.
Secondo me ce la fa.
mercoledì, 01 dicembre 2004
(amon duul, luzifers ghilom)
in principio c'ero io. solo io. io io io io io io io. non esisteva nemmeno la seconda persona singolare, perché non potevo dare del tu a dio. dovevo chiamarlo Signore. non esisteva 'lui'. non esisteva 'noi'. né 'voi'. né 'loro'. esistevo solo io. io, io, io, io. non che fossi egocentrico. è che non c'erano alternative!
non potevo pensare agli altri perché non c'erano altri. il mondo era un sussidiario in bianco. c'ero solo io e tutti i verbi erano in prima persona. aprii gli occhi. mi guardai intorno. e vidi che ero in un paradiso (dal greco 'paradeisos', un giardino di piaceri, o dal persiano 'paridaiza', il parco di un nobiluomo, ma lo si è saputo solo dopo). chiesi 'che devo fare, Signore?' e dio rispose 'niente, basta che esisti'. e allora fui preso dal tedio. la prima sensazione umana.
e dio vide che mi tediavo, poiché a cosa serve essere un nobiluomo nel suo parco se non esistono gli altri per invidiarti? e allora dio, che aveva già creato il tempo, creò il passatempo, e mi incaricò di dare un nome alle cose. e vidi l'uva, e la chiamai parmatursa. e vidi la pietra e la chiamai cremilsica, e il pavone che chiamai gongromardelio, e il fiume che chiamai... ma dio mi fece smettere e disse che ci avrebbe pensato lui, e mi incaricò di trovare qualcosa da fare mentre rifiniva l'universo, poiché gli anelli di saturno lo impegnavano assai. e mi ribellai e chiesi 'fare cosa?' e dio vide che, oltre all'uomo, aveva creato un problema.
e dio chiese cosa volessi, e gli risposi: 'lo sai che non lo so?' e dio disse che mi aveva dato una vita senza fine, e un giardino di piaceri degno di un nobiluomo persiano per vivere la mia vita senza fine, e frutti e pesci e uccelli gratis e denti per mangiarli, e miele come dessert, e di aspettare a vedere che spettacolo, che show l'universo pronto da consumare. tutto per me. solo per me. non mi bastava? non bastava. 'ti ho chiesto io di nascere, eh?' gli dissi. e dio sospirò, creando il vento. e pensò: 'che palle sti figli unici'.
poiché a che servono i piaceri del paradiso senza qualcuno con cui condividerli, e lo spettacolo dell'universo senza qualcuno con cui commentarlo? cosa volevo? volevo un'altra persona. ecco cosa. volevo la seconda persona. un fratello, qualcuno cui dare del tu. qualcuno con cui dare del 'lui' al Signore. o 'Lui'. quando Lui ci avesse chiamato 'ehi,voi', avremmo risposto all'unisono 'noi?'. e quando si fosse riferito a noi parlando con gli angeli, avrebbe detto 'loro'. creando un'altra persona, dio, a tutti gli effetti grammaticali, ne avrebbe create cinque.
e dio esaudì il mio desiderio, e mi mise a dormire, e quando mi svegliai avevo un fratello accanto a me, tolto da me. uguale a me in tutto e per tutto. aspetta un attimo, non in tutto. dio, tutto preso da saturno, non aveva fatto attenzione e aveva sbagliato copia. aveva messo cose che non avevo e dimenticato cose che avevo, come il pene, che se dipendesse da me si chiamerebbe obozidon. dio si offrì di ritirare la copia difettosa e farne una giusta ma gli dissi 'nonono, lascia stare'. perché avevo visto che andava bene. era buono, o buona. e fui preso d'amore per l'altro. la seconda sensazione umana.
lei era il mio tu, io ero il suo tu. insieme, abbiamo inaugurato vari verbi che sono in uso ancora oggi. e la chiamai altimanara, ma dio mise il veto e le diede un altro nome. e quando lei mi chiese qual era il mio nome, risposi 'mastortonio' ma dio si schiarì la gola, inventando il tuono, e disse che no no no. si decise per adamo ed eva (io adamo, lei eva) agli occhi del Signore e nella storia ufficiale ma di nascosto, e questo pochi lo sanno, ci chiamavamo titina e totonno. e lei disse 'totonno, voglio che tu mi conosca a fondo'. e io: 'in senso biblico?'. e lei: 'ne esiste un altro?' e inaugurammo un altro verbo.
e lei mi offrì il frutto dell'albero della conoscenza, che dio mi aveva detto di non toccare mettendolo proprio al centro del paradiso, vallo a capire. resistetti, anche se il frutto era rubicondo (una delle poche parole che sono riuscito a inventare, dribblando il fiscalismo del Signore) e lei lo reggeva sul petto, come un terzo e appetitoso seno. se avessimo mangiato quel frutto avremmo perso l'innocenza e saremmo diventati mortali. 'in compenso...', disse titina. in compenso cosa? l'avremmo saputo solo mangiando il frutto. e fummo presi dalla curiosità. la terza sensazione umana. quella fatale.
quando seppe della nostra trasgressione, dio diede un pugno alla terra, creando il terremoto, e ci espulse dal nostro giardino persiano. e durante tutti questi anni molta gente mi ha chiesto se è valsa la pena, scambiare i miei privilegi da prima e unica persona con il piacere di coniugarne un'altra, e il mio tedio con le sensazioni di invecchiamento e morte, e l'innocenza eterna col sapere fugace. e sai che non lo so?
e, ovvio, c'è sempre uno spiritosone che chiede: 'a parte tutto, com'era il frutto?'