lunedì, 31 gennaio 2005
(james taylor e carol king, mockingbird)

Non so se hai presente il classico cugino simpatico e pirla, che da bambino mangiava gli spaghetti con le mani e scoreggiava a ritmo di reggae e la mamma non gli diceva niente (e nemmeno la nonna). Quello che aveva una sorta di carta bianca genetica che tu non ti saresti nemmeno sognata, che poteva dare una ditata nella glassa della torta e le zie si limitavano a gorgheggiare 'makkekkariiino!!'
Era così, e man mano che cresceva non cambiava. Ogni volta che si sentiva al tg uno scandalo di merendine rubate, maturità truccate, esami universitari comprati, mio padre diceva: a proposito, che fine ha fatto Agostino? Agostino (in realtà si chiamava Agosto), detto Ago, detto Er Macaregna per via della rima e della sua passione per i ritmi latini, era sempre in giro, non era mai qui. Nel suo curriculum, stagioni da madonnaro a Parigi, da lavapiatti a Soho, da squatter a Berlino. Finché il bollettino familiare non lo localizzò in Svizzera. Innamorato. Nel terzo aggiornamento si disse che la ragazza era una zingara. Ulteriori indagini stabilirono che si trattava di una zingara bulgara.
Mio padre spostò i suoi a-proposito-e-Agostino? su ogni notizia che proveniva dalla confederazione elvetica, ma il cugino pirla non è mai comparso nel tg. Si seppe che lui e la zingara bulgara si erano lasciati, e che Agostino era misteriosamente scomparso. La zia Maria non si dava pace, si rivolse al figlio della colf della zia Valeria che lavora al commissariato di via Cavallotti, a un ex cognato assessore, a un amico della segretaria del ministro degli Interni. Niente. Agostino era stato inghiottito dalla terra di Heidi.
Poi arrivò la telefonata: il cugino pirla era in ospedale a Berna. Un misterioso gruppo l'aveva sequestrato. E castrato. Ora non faceva che piagnucolare e chiamare la sua mamma. La zia Maria, maritomunita, prese il primo aereo per Berna. All'aeroporto la coppia fu prelevata da un falso taxi, portata in un capannone dove anche lo zio venne castrato e la zia Maria venne marchiata a fuoco sulla fronte. Tre lettere che, poi si è saputo, in bulgaro sono le iniziali di Madre della Bestia.
La famiglia spedì altri emissari, regolarmente malmenati da gruppi misteriosi (non ci furono più castrazioni, ma si sussurra che il cugino Marcello avrebbe preferito un taglio netto, al posto di quello che gli hanno fatto).
Per un po' noi si è vissuti nel terrore. E' arrivata una lettera, in bulgaro, che informava il capoclan (il Padre della Bestia) che la maledizione e la vendetta varranno fino alla terza generazione. Mio padre smise di dire a-proposito, e tranquillizzava mia madre ricordandole che solo lei correva dei rischi, perché noialtri abbiamo un altro cognome e la maledizione riguarda solo quelli che si chiamano Maggio. Come lei.
Che poi, mia zia Maria, insomma. Chiamare un figlio Agosto Maggio. Era ovvio che sarebbe finita malissimo.
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venerdì, 28 gennaio 2005
(louis jordan, knock me a kiss)

Clim, l'hai chiesto tu. E io lo faccio. Un modo per dimostrarti che non sono capace a farlo, anche se ammiro molto quelli che lo sanno fare e lo fanno.

Primo paragrafo, riga 7 (secondo il mio browser): al posto di omaggiare gli estinti d'un mazzo di fiori farlocchi, ci starebbe bene foraggiare gli istinti d'un razzo di fieri balocchi.
Secondo paragrafo, riga 1: invece di diabete e ipertensione, due mezzi infarti o, per meglio dire, due ischemie metterei un male oscuro o dei vaghi disturbi, per evitare i soliti gesti scaramantici.
Quarto paragrafo, riga 4: cogli altri beati o cogli altri beati?
Nono paragrafo, riga 1: cinquattaquattro non ti sembra una cifra troppo tonda?
Decimo paragrafo, riga 1: non mi azzarderei a prendere di petto l'ardua scelta tra "pulmino" o "pullmino". metterei un generico "Ford Transit minibus 8 p". Stessa cautela userei con "rasenti". I partigiani del "radenti" sicuramente ti criticheranno.
Undicesimo paragrafo: nessuno, aprendo la bocca per lo stupore, solleva il labbro e scopre i denti, dai. Lo si fa solo in caso di schifofastidio, e se qualcuno ti racconta com'è andata dal dentista.
Dodicesimo paragrafo: rivedrei il taratatatà del mitragliatore con un'onomatopea più moderna.
Ultimo paragrafo, ultima riga: non punto, virgola.
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mercoledì, 26 gennaio 2005
(leonard cohen, master song)

ho proposto una serie di nuove guide turistiche alla Airplane. metto qui qualche assaggio di recensione così capisco come reagirà la direzione editoriale.

+++

Titolo: Non solo Luna
pagine: 208
Ill.
target: bassissimo/altissimo
Nota: ricordarsi che la guida della Molvania (che non esiste nemmeno) ha venduto un pacco di copie

Le fotografie non rendono giustizia a Titano, la luna di Saturno. La prima sorpresa è all'arrivo: Titano è color barbabietola. Immagina di calpestare un'enorme barbabietola ghiacciata. E' la sensazione che ho provato tutto il tempo. Tutto è color barbabietola su Titano. Chissà di che colore sono le barbabietole, ma non ci sono indizi di vita sulla luna di Saturno e dubito che esistano ortofrutticoli. In verità non c'è niente da mangiare su Titano. Niente da fare. Niente da vedere, a parte i vasti spazi gelati color barbabietola. Dicono che Titano è com'era la Terra, prima che nascesse la vita organica. Si specula che la vita sulla Terra sia iniziata così, con la visita di turisti da un altro pianeta. Con i batteri della monnezza lasciata dai visitatori dello spazio sui margini di un fiume di lava. Tutte le specie terrestri risultano da un picnic. Quindi sta' attento. Se ti pulisci una caccola dal dito su un sasso di Titano, potresti dare il via a una civiltà.
Ma insomma, Titano vale o no una visita? Sì e no. E' lontano e il viaggio è caro ma non devi dimenticare una cosa: Titano è una luna di Saturno. Il che significa che, a tutti gli effetti, Saturno è la luna di Titano. Saturno e i suoi anelli occupano metà dl cielo di Titano.

Scheda
Alberghi: zero
Ristoranti: zero
Locali notturni: zero
Monumenti: zero
Ecoturismo: cento
Carte di credito: no

Tips
Portati vestiti caldi. La temperatura può arrivare a -300, ma non puoi perderti le notti di Saturno pieno.
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martedì, 25 gennaio 2005
(joy division, love will tear us apart)

Poche cose sono necessarie per fare un aquilone: legno, filo, carta velina e colla. E stoffa per la coda.
Il legno ideale è il ramo di certe palme sottili, impossibili da trovare in questo continente. si ripiega sulle canne da giardinaggio e su bacchette di pioppo, ma una volta nella vita dovresti provare il bambù di palma di buritì, che si sbuccia e si lascia al sole per qualche giorno, ad asciugare. Si piega e non si rompe. Resiste degnamente al vento impetuoso di fine pomeriggio o di metà mattina. Se il legno non è resistente, il telaio si rompe e l'aquilone si chiude e cade come un uccello ferito a morte.
Il filo che unisce le bacchette le une alle altre e compone il contorno del telaio dev'essere resistente ma sottile. Per evitare quei bozzi che si formano se usi un filo troppo grosso, nei punti in cui si incrociano gli zeppi. Preferibilmene filo di cotone o di lino numero 20 o 30.
La carta è la velina di qualità. Che sia nuova, sensibile alla forza del sole che la tende e la liscia. La carta velina riciclata non va bene. Quand'ero piccola non c'era molta scelta di colori per la velina. (il rosa e il viola bisognava cercarli in certe cartolerie polverose). oggi c'è una bella varietà di carta, a colori, a righe, a quadretti, e ho trovato perfino una velina bianca con al centro una grande palla rossa con cui fai l'aquilone giapponese più bello al mondo.
La colla. Non è che sono contraria alla pritt o alla coccoina o alla colla in polvere per manifesti. Voglio dire però che la miglior colla da aquilone è quella fatta di farina e acqua, bella lenta e senza grumi. preparata come una crema inglese, girandola sempre con un cucchiaio di legno (non serve zuccherarla).
La miglior stoffa per la coda è la seta. Secondo l'opinione di intenditori che rispetto. Altri preferiscono, e devo dire anch'io, il cotone fino fino tipo batista. Quello delle camicie, della schiena delle camicie. O quello con cui si facevano le camiciole per bambini in tempi pre-upim e benetton. Preferibilmente bianco.
La stragrande maggioranza degli aquiloni che vedi volare sono comprati già pronti. E hanno la coda di carta brillante. Gli ortodossi, i puristi esigenti, li disprezzano profondamente. Ma va detto che in pratica la coda di carta non intacca il volo dell'aquilone. In compenso si disfa più facilmente. Soprattutto in caso di battaglia, l'avversario te ne trancia tre o quattro strisce con una sola passata di filo: l'aquilone perde la virtù del controllo e quel che è peggio gira, gira, gira intorno a se stesso, irresistibilmente, ed è impossibile farlo uscire da questo loop.
Il miglior posto in assoluto per far volare un aquilone è Manaus, sulle rive del rio Negro. Ma va benissimo anche Ostia o villa Pamphili.
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lunedì, 24 gennaio 2005
 

(nick drake, fruit tree)

 

L’ho provato di persona. Non basta aggiornare il blog ogni tanto. Bisogna aleggiare nei suoi paraggi in modo sensibile, fare incursioni in quelli degli altri, lasciarsi vellicare da un commento che non avresti mai immaginato eccecc. Mi snervano quei (bei) racconti lasciati lì per giorni e giorni a raccogliere ditate di riflessioni altrui senza seguito o senza una piccola cazzatona che ridimensiona la bravura del raccontatore e la rende ancor più vera (lo vedi? Anche lui/lei così bravo/brava si è posto/posta il problema della sopravvivenza evolutiva del mignolo del piede! E cose così).

Ci vorrebbe una scansione settimanale non dico precisa e prestabilita, ma piuttosto simile a quella dei piatti nelle cucine di famiglia degne di questo titolo. Post che seguono anche una logica economico-alimentare di pretto stampo mediterraneo. La domenica, per esempio. Quasi inutile scrivere, ma serve a preparare il brodo mentale che dura fino a giovedì. Il lunedì si va di avanzi di cose pensate la settimana prima, impolpettati o saltati o scaldati di brutto al microonde. Serve a ricollegare il lettore al tuo metaverso e a svelare le manovre subdole di quello stronzo sovversivo di mr. Tempo, tutte tese a invaderci senza che possiamo far niente per respingere le sue incursioni.

Martedì roba seria: ragù da metter su alle sette e da spegnere all’una. Apparentemente è il post centrale della settimana, ma in realtà al massimo lo si rifrigge la sera ed è una delizia con tutti quei ciccioli di carne che ti scricchiolano sotto i denti, ma poi basta, bisogna passare ad altro e in fretta. La sensazione del croccante va prolungata il mercoledì, ideale per il post-cotoletta, veloce affidabile familiare. Infarcito di ricordi e puro come uno spot del mulino bianco, anche se le menti più accorte scorgeranno tortuosità e oscenità che mai superano la crosta della panatura dorata.

Gli gnocchi del giovedì possono essere declinati a proprio gusto e ossessione. Il più ovvio è il post che fa sesso, implicito, esplicito, fotografico, graduato da alvaro vitali alla bianchissima pelle del polso di madame Bovary che spunta da una nuvola di trine e merletti. I blog senza sesso almeno accennato o raccontato o invocato o sottinteso o abbozzato o dileggiato a lungo andare stuccano.

Il venerdì meglio lasciar perdere ceci e baccalà e concentrarsi sulla pasta per tutta la settimana, tagliatelle, capellini, quadrucci, tortelli, tortellini e tortelloni. Un lavoro di pazienza per togliere al blog ogni residuo di industrialismo, ogni connotazione seriale. È la giornata più difficile, quella dei lettori distratti e già protesi verso il fine settimana e dei commenti veloci ed euforici tipici di chi sta per mollare tutto. Ma questo post bisogna concepirlo nella prospettiva del blogger della domenica, pilastro e premio di tutte le fatiche settimanali.

Sul sabato bisogna prendere una decisione drastica. Sappi che i post del sabato o sono geniali o sono i peggiori mai concepiti. Devi esercitare una feroce autolettura e decidere a quale categoria appartieni.

Insomma, caro/cara. Non te la puoi cavare così. Ogni post che non scrivi scatena la paranoia in ciascuno dei tuoi lettori. Io per esempio mi convinco vieppiù che, se non scrivi, la colpa è mia.

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venerdì, 21 gennaio 2005
(franco califano, tutto il resto è noia)

se non sai fino a che punto il VU sia vivo e lotti dentro di te, fa' questo test. leggi le situazioni-tipo. studiale, pensaci, e poi decidi come reagiresti in ciascuna situazione. la risposta dirà il tuo coefficiente di VU. se ci pensi molto, lascia perdere: non hai un briciolo di VU. il VU non ci pensa molto.

situazione A
ristorante tipo buddha bar-world food-fusion (il VU a questo punto sarebbe già passato alla situazione B). menu scritto in japufranciospagnonglesendiano. solo il prezzo è in euri. molti euri. chiedi al maitre che significa il nome di un determinato piatto. sei pressoché sicuro che il matre stia reprimendo una risatina sarcastica sul tuo modo di pronunciare 'babaganesh'. il maitre ci metterà più tempo a descrivere il piatto che tu a mangiarlo, perché arriva una specie di pappa-mousse vagamente marina sopra un crostino dal diametro di una moneta da due centesimi, anche se costa venticinque euri. lo mangi in un solo colpo, pensando al pasto-tipo di un operaio della fiat di melfi. con invidia. il tuo commensale ti chiede di che sa e rispondi che non hai avuto il tempo di scoprirlo. la pietanza che ti portano dopo non è quella che hai ordinato. sei sicuro di aver chiesto Boeuf, invece ti arriva quello che, basandoti sulla solitudine del pezzo di carne che galleggia nel piatto, supponi sia il Cerdo Melancolico che veniva subito dopo nel menu. dapprincipio provi una certa pena per il maiale abbandonato da qualsiasi genere di contorno, ma cambi idea quando cerchi di tagliarlo. è un duro, può affrontare qualunque crisi. quando arriva il conto, scopri che ti vogliono far pagare per il cerdo e per il boeuf mancato. tu:
1) paghi lo stesso per non dare al tuo commensale l'impressione di preoccuparti per cose volgari come i soldi;
2) chiami, discretamente, il maitre e fai notare l'errore, sorridendo per fargli capire che son cose che succedono;
3) rovesci il tavolo, rompi una bottiglia di vino contro il muro e brandendola invochi il capo di questa merda di trattoria.
   
situazione B

tua moglie-fidanzata-amica - sebbene il VU non abbia 'amiche', solo i froci hanno 'amiche' - ti ha convinto a partecipare a un corso di sentivizzazione orientale. alla fine soccombi. il corso è tenuto da un giapponese, probabilmente frocio. tutti si siedono in cerchio intorno al giapponese, nella posizione del fior di loto (un VU si accontenta di quella del cespuglio fustigato dal vento). durante un quarto d'ora tutti devono chiudere gli occhi, unire i polpastrelli e fare ohmmmm, finché non si integrano nella Grande Corrente Universale che viene dal tibet, passa per le città sacre dell'india e del medio oriente e, stranamente, sopra il palazzo dove vive il giapponese, alla garbatella, prima di tornare in oriente. una volta raggiunto questo stadio, tutti devono girarsi verso la persona al proprio fianco e studiare il suo viso con la punta delle dita: non devi reagire se il giapponese si mette dietro di te e ti tira le orecchie con forza per ricordarti la dualità di tutte le cose (in sottofondo, diamanda galas canta una lamentazione in turcmeno). durante l'ohmmm fai un grande sforzo, ma non riesci a integrarti nella grande corrente universale, anche se cominci a provare una strana sensazione che poi si rivela un crampo. tu:
1) fingi di raggiungere l'integrazione per non rovinare il trip;
2) fingi di non aver capito bene le istruzioni, gattoni facendo ohm fino alla biondona/al moraccione seduta-o nel cerchio, e quando arriva l'ora di toccarle-gli il viso ti sbagli di qualche centimetro, li-lo afferri e non molli anche se il giapponese quasi ti strappa le orecchie;
3) dici di non aver provato niente, che mai più ci ricascherai e che sta storia della grande corrente è roba da froci.
  
situazione C

festa in cui l'argomento centrale è se pecoraro scanio fa bene a candidarsi alle primarie dell'ulivo. una di quelle feste dove c'è un sacco di posto dove sedersi ma tutti si siedono per terra. ti adegui e ti butti su un cuscinone colorato e scopri troppo tardi che si tratta della padrona di casa. tua moglie-fidanzata sta chiacchierando mano nella mano con una ragazza che somiglia a benicio del toro (però ha i baffi). la cena è a buffet, e non hai nessun ginocchio libero per poggiare il bicchiere mentre gli altri due ti servono per tenere in equilibrio il piatto e tagliare il maiale, probabilmente lo stesso del ristorante fusion invecchiato di qualche settimana. un acconciatore mesciato seduto al tuo fianco offre il suo ginoccchio come punto d'appoggio. Tu:
1) entri nello spirito della festa, accetti e già che ci sei allenti il bottone dei pantaloni;
2) ti rifugi in un angolo dove tra il divertito e l'ironico osservi quel curioso pannello umano e organizzi pensieri su queste società mediterranee che passano dalla tradizione contadina alla decadenza senza la tappa intermedia della civiltà;
3) prendi la tua donna e te ne vai, non senza mettere al tappeto benicio del toro con un pugno.

Se hai scelto la risposta 1 in tutte le situazioni, non hai nulla del VU. se hai scelto la risposta 2, non hai nulla del VU. e nemmeno se hai scelto la risposta 3 sei un VU. un VU non risponde ai test. un VU pensa che i test sono roba da froci.
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giovedì, 20 gennaio 2005
(lisa germano, from a shell)

sono nata e cresciuta sotto la falsa cappa di un ambiente matriarcale, tre sorelle più una madre con contorno di nonne, zie e cugine onnipresenti. la falsità della sensazione di femminilità preponderante me la rivelava mio padre. ci chiamava con un fischio (differenziato per ciascuna di noi), si incazzava se dimenticavamo di comprare il pompelmo rosa (e noi ci sentivamo in colpa), non abbassava mai la tavoletta e l'unica volta che è stato costretto a cucinare in vita sua ha fatto un uovo strapazzato, rompendo il guscio come se ne dovesse uscire un pulcino. eravamo ben più della metà, ma bastava un fischio.
non mi ero mai posta molto il problema del maschio (se non come interessante compagno di giochi) finché la tipa che mi ha fatto l'ecografia non ha detto: è maschio, sta pisciando proprio ora, lo vedi?, un bel pisellone.
da allora ho cercato di raccogliere informazioni più circostanziate sui maschi. ho utilizzato ventisette campioni (in tutti i sensi) per compilare una summa un po' caotica.
un Vero Uomo usa la canottiera solo per giocare a basket.
a un Vero Uomo non gli piacciono le tartine, le cipolline sottaceto o qualsiasi altra roba che richieda meno di 30 secondi per masticarla e inghiottirla.
un Vero Uomo non gradisce il soufflè.
un Vero Uomo - per comodità lo chiamerò VU - va a vedere un film con julia roberts solo dopo quattro settimane di suppliche, e passa tutto il tempo a sbirciare che ore sono al buio.
a un VU non garbano i musical, i film di bridget jones e di bergman (credo abbiano un problema con la b, ma poi penso a bond e a bud spencer e mi ricredo). preferisce van damme e jackie chan. dice che a parte clint eastwood e charles bronson gli attori sono tutti froci.
se vuoi vedere un VU davvero infelice, ti devi piazzare all'uscita di un balletto. sono quelli che escono dicendo che perfino il tipo che strappa i biglietti è frocio e che se vede qualcuno con una maglietta aderente lo uccide.
il guaio è che spesso mi identifico più con il VU che con la loro controparte. non è che sono primitiva, retrograda e maschilista, ma non sopporto i balletti. diffido delle tartine. se devo scegliere tra bridget jones e van damme non ho dubbi. certo, non sono d'accordo su tutto quello che dice il VU. quando racconta cosa farebbe a vanessa incontrada, anch'io scuoto la testa e rifletto sulla componente di misoginia patologica latente nella protervia sessuale del maschio latino. mi blocco solo quando penso a cosa farei a benicio del toro.
esiste una componente VU in ciascuna di noi donne, sotto rosee coltri di civiltà, falsa raffinatezza, coscienza femminista e correttezza sociopolitica.

(*) questo post è una sorta di figlio bastardo del post di jest sul maschio femminista.
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martedì, 18 gennaio 2005
(staind, it's been awhile)

mai avuto la fantasia di volare (*), piuttosto avevo deciso, intorno ai dieci anni, di diventare la Donna Invisibile, molto più fica dell'Uomo per via del costumino con un body nero e una gonna-che-gira verdefucsia, che tanto non la vedeva nessuno. questa cosa del vestito poi mi ha sempre intrippato: cioè, anche il vestito diventa invisibile? ho visto un film che sosteneva che non è vero, che i vestiti li vedi che camminano senza Uomo dentro, ma non è mica una cosa così scontata.
comunque intorno ai dodici anni ce l'ho fatta, e per prima cosa sono andata a casa del ragazzo che mi faceva morire d'amore, ovviamente per poter vederlo nudo, ma sono rimasta intrappolata a casa sua mentre litigava col padre, e poi il padre ha litigato con la madre, ed ero terrorizzata perché non c'è nulla di peggio del vedere due che litigano convinti di essere soli e si dicono le cose più kattive del mondo senza testimoni. insomma ero talmente frastornata che ho dimenticato di guardare l'amore mio nudo e sono sgattaiolata fuori alla prima occasione, senza avergli dato nemmeno il bacino sulla nuca che avevo architettato per ore. da quel giorno ho un po' smesso.
il gene è gene. anche mio figlio è convinto di essere l'Uomo Invisibile, e domenica, la domenica senz'auto più strombazzata di tutte le domeniche senz'auto, ha preso il motorino ed è andato al colle oppio per vedere una partita (ecuadoregne x peruviane). si è stupito assai quando i vigili lo hanno fermato. era senza documenti, senza contrassegno assicurativo, senza libretto di circolazione. il cellulare l'aveva, e aveva anche una Madre pronta a salvarlo dal braccio fiscale della legge. il vigile era una specie di paradigma di come dovrebbero essere i vigili: fisicamente rapportabile al commissario basettoni, romanista e spiritoso. nel breve tempo che siamo rimasti al circo massimo, sotto un sole glorioso, a confabulare, ho visto passare un mucchio di Deroghe. tutti laziali con biglietto per l'olimpico. il vigile li fermava e li teneva lì per un tot, anche se l'ordinanza era dalla loro parte. controllava perfino i loro cric. ma poi li lasciava andare. al terzo laziale fermato, gli ho detto: senti, invoco anch'io una deroga. lui mi guarda e dice: forse hai ragione, con un fijo come quello n'avresti diritto. ci ha fatto andare via senza verbalizzare. mentre io lo costringevo ad ascoltare TUTTI i miei ragionamenti sulla sua impermeabilità ai contratti e alle convenzioni sociali (con digressioni sul patto di non aggressione fondante il vivere civile), il koala s'è mangiato tre cornetti con la crema. al bar davanti alla sede dell'organizzazione delle nazioni unite che lotta contro la fame nel mondo. più tardi, la gioia dei tre gol del grande palermo, all'olimpico. (l'ecuador ha vinto 6 a 4).

(*) no, gnente, il riferimento lo capiscono solo quelli di mindtheblog
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lunedì, 17 gennaio 2005
(swans, I am the sun)

nel 3005 un antropologo con uno scafandro di titanio ritroverà la mia moleskine di mille anni prima, e avrà qualche difficoltà a stabilire con esattezza il significato degli appunti dei primi diciassette giorni di gennaio. ho deciso di allegare una nota esplicativa nel taschino porta-post-it (chiarendo così ai posteri a cosa servisse il taschino porta-post-it della moleskine, tra l'altro).
innanzitutto, un chiarimento sul numerino che compare a ogni piè di giorno. non si tratta di un codice segreto, né di chissà quale messaggio esoterico: sono le ore di fatica svolte in una sede di fatica che prevede per contratto un monte-ore (ohmioddio, sapete voi posteri cos'è un monte-ore, vero?) settimanale che dà diritto a un faticatore precario (= effimero, incerto, momentaneo, passeggero, revocabile, debole, provvisorio, temporaneo, transitorio. vedi anche: caduco, instabile, labile, malsicuro, traballante, vacillante, breve, fugace, fuggente, fuggevole, limitato) di guadagnare un tot di euri ogni mese (sul tot, vi rimando alla sezione Travel planning a inizio agenda, trasformata in conteggio euri mensili (non tenete conto dei "merda" scritti accanto alle cifre)).
le c maiuscole che talvolta compaiono seguite da sfilze di nomi significano "cena", a quei tempi unico pasto caldo consumato dai precari. un rito importantissimo del XXI secolo: durante le C, spesso un precario riusciva a stabilire nuovi traguardi di precariato, cogliendo al volo frasi come "mi hanno detto che è incinta" o "purtroppo dovrà fare 9 mesi di terapia" o "è scappata/o con l'istruttore di windsurf". le p maiuscole, meno frequenti, sono quasi tutte riferimenti a pranzidilavoro, come venivano pomposamente definiti i triangoli di pane, maionese e ripieni vari consumati con qualcuno che aveva a che fare con la fatica del precario, o con cui il precario aveva ardente desiderio di avere a che fare per faticare.
le scritte in maiuscolo, tipo OK X L'AGGIORNAMENTO RIMANDATO del 4 gennaio, denotano la particolare euforia dell'autore dell'agenda nel segnalare l'ennesima settimana strappata per la consegna del lavoro finale.
"se mi lasci, ti cancello", "un bacio appassionato", "shrek 2" e "donnie darko" sono nomi di film.
quella a sottolineata (che purtroppo non ricorre molto spesso) segnala le volte in cui riesco a vedere uno che mi piace assai.
FINITO! seguito da titolo di capitolo è scritto in maiuscolo sempre per la già menzionata euforia; "da finire" è in minuscolo finché non diventa FINITO!
non ricordo più qual era il significato preciso di quella frase del 9 gennaio, "continuo a non combinare una mazza, qlcosa non va".
l'appuntamento dell'11 gennaio ore 15 è evidenziato in arancione perché è andato bene.
"massimo" è un medico, nessun sottinteso sentimentale.
quel "cazzo" che compare accanto a "sentito g." lo si può tradurre con un moderato sospiro.
"mi manca d.", come noterete, si sta diradando assai. o almeno non è più un appunto giornaliero.
non è che faccio un consumo smodato di viakal, è che dimentico sempre di comprarlo.
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venerdì, 14 gennaio 2005
(Cure, Friday I'm in love)

lessico famigliare.
vuoi che ti dia un buonmotivo?
vale solo con gli under 7, e con la mano atteggiata a sculaccione. significato = stai facendo una lagna insensata, ti fornisco almeno un movente adeguato. oddio, sarebbe da provare anche con gli over 7
ahi ahi ahi teresa
rimprovero blando, ma abbastanza piccato. non siamo mai riuscite a trovare nemmeno una teresa in un raggio di due gradi di separazione consanguinea. eppure ce ne sarà stata una
vuoi venire all'ikea con me? o vieni a vedere lazio-lecce?
= dimostrami che mi vuoi bene accettando la cosa più sgradevole e insulsa solo per ribadire il tuo affetto nei miei confronti
come quella volta dell'orsacchiona-orsacchiotta/come quella volta del bibidibobidibu
allusione a situazioni di ridicolo estremo, con velata minaccia di ripetizione, stavolta consapevole.
non potete capire che mi è successo
purtroppo non posso trasmetterti la mimica d'accompagno, ma significa scusate se sono arrivato con un'ora e quaranta di ritardo
tipo un fidanzato di vera
categoria di uomini molto amati dall'intera famiglia che poi è costretta a non vederli più perché vera è una stronza; riferito a persone gradevoli che per un motivo o per l'altro non si possono frequentare più spesso
leva il cavallino dalla pioggia
significa cala le tue pretese e non rompere. non ha alcuna spiegazione logica apparente
nemmeno se ti faccio un cremecaramel?
ultima risorsa di ricatto.


tulipani

Quelli che mi ricordo su due piedi:
andiamo in cucina?
= hai voglia di vomitare? Pare che io, da piccola, invocassi la cucina ai primi conati.
noi, nella nostra povertà, un x l'abbiamo sempre avuto
da una frase che mio padre disse a mia madre lamentandosi di dover sbucciare le patate con il coltello anziché con il *pelapatate* effettivamente posseduto e usato nella sua famiglia di origine.
questo qui dev'esser già venuto a prendere benzina da noi
espressione usata per prendere in giro qualcuno quando dice a cuor leggero "questo qui devo averlo già visto". L'espressione originaria la usava mia nonna paterna (che lavorava al distributore) ogni volta che vedeva la faccia di un delinquente qualsiasi sulla Stampa o in TV.
lo vedi a esser gentili?
pronunciata in modo che si confonda con li vedi i sergentini?. Mia madre si espresse così con uno dei miei fidanzati sottolineando bonariamente la mia mancanza di riconoscenza nei confronti della di lui gentilezza. Io e il mio fidanzato capimmo ENTRAMBI che mi aveva dato della SERGENTINA.
Te l'ho già detto, oggi, che ti voglio bene?
Domanda retorica per aggirare il pudore dei sentimenti in una virile relazione madre-figlio.
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venerdì, 14 gennaio 2005
(nico, all that is my own)

vi capita mai di star lì seduti a chiacchierare di linguaggio, scrittura, ricordi, calcio, lavori, figlimoglimariti, senza smettere di pensare nemmeno per un secondo l'unica cosa che vorrei è baciarti e vaffanculo?
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giovedì, 13 gennaio 2005
(de andrè, anime salve, con due giorni di ritardo)

C'era questo zio, non è che se ne sapesse molto. Aveva un nome ridicolo, di un attore americano che sua madre adorava. Quando ascoltavo ore di pettegolezzi familiari tra mia madre e la nonna e le sorelle e le zie e le cugine, lo zio dal nome ridicolo non veniva mai citato. Finché non morì.
Già nella veglia funebre - mi ricordo che le veglie funebri in Brasile erano una cosa serissima, delle vere feste, mio nonno non se ne perdeva una, anche di perfetti defunti sconosciuti, perché sosteneva che si mangiava benissimo nelle veglie funebri - la versione sulla morte dello zio era un mistero. La colpa era di una moto, di un motociclista pirata. O forse una macchina. Una macchina piccola, magari un fusca (il maggiolino volkswagen). Ai funerali era stato assodato che lo zio era morto investito da una macchina. Una macchina grossa. Una Mercedes. Con autista.
Nei mesi e negli anni successivi la storia si complicò. Perché l'investimento non era stato una tragica fatalità. Qualcuno aveva voluto uccidere lo zio, evidentemente. Si parlò di un misterioso gippone mimetico. Si disse che lo zio era morto per mano degli squadroni della morte della dittatura dei generali. Le versioni sulla morte dello zio dal nome ridicolo si impilavano sulla verità a seconda dell'umore politico e delle manie di grandezza della tribù.
Tra i giovani della famiglia si sviluppò un filone di spiegazioni controcorrente. Siccome si sapeva, grazie a qualche confidenza sfuggita ai vecchi, che la morte dello zio era stata ridicola, ma non si sapeva quanto e come, crebbe la leggenda delle possibili morti insolite dello zio. Era scivolato su una cacca di cane - no, sulla classica buccia di banana! - e si è rotto la testa. Aveva sbadigliato, gli era entrato uno scarafaggio volante in bocca ed era morto soffocato. Hai presente quel miliardario cretino che da anni prova a fare il giro del mondo in mongolfiera? in una delle volte in cui è caduto, è caduto sulla testa dello zio. Oppure aveva caricato la pipa con polvere di miccette tritate ed è morto di spavento. Era stato attaccato da un branco di pechinesi inselvatichiti. Intrappolato in una porta girevole con una signora molto grassa e...
La versione attuale, imbellettata da decenni di menzogne, è che lo zio ha salvato la vita di migliaia di persone e la nazione da un destino innominabile. Ma quando ci vediamo, noi cugini continuiamo a elencare i più balordi modi di morire possibili sulla terra. Quando ho letto quell'articolo di Garcia Marquez postato da tulipas ho avuto un'illuminazione: scommetto una palla (se qualcuno me ne presta una) che morì investito da una bicicletta.
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martedì, 11 gennaio 2005
(dead can dance e cocteau twins, alice)

la pagina di apertura di splinder con tutte quelle statistiche di post e commenti mi mette ansia. ho quattro blog nel ponte di comando, il mio, lalinguaanaso, approssimazione e primabase (solo diritto al commento lì). tulipani ottiene il 50% dei miei commenti con 1/6 dei miei post. jest il 250% con solo due post in più. lo so che non bisogna essere ingordi e accontentarsi e che non bisogna chiedere l'erba del vicino ma aspettare che te la passi. ma c'è qualcosa che non va.
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lunedì, 10 gennaio 2005
L'improbabile logorrea delle falene

- Lil- lì (fin dall'inizio la chiamava così, con l'accento sull'ultima i, in onore di una tale Marlene), questa nostra relazione...
- Che relazione?
- Non abbiamo una relazione?
- Che razza di idea, Mario!
(Mario è uno di quei nomi che non si prestano a nomignoli).
- Se non abbiamo una relazione, allora esattamente cosa abbiamo?
- Boh, ma non è una relazione.
- Lil-lì...
- Una relazione è una cosa clandestina. Adulterio. Bisogna essere sposati.
- Credo che se si fa del sesso sia una relazione. Non dipende dallo stato civile.
- Che razza di idea! Massimo massimo stiamo insieme.
- No. La conosco questa cosa di "stare insieme". Non è così semplice.
- Allora è un'amicizia. Solo perché dormiamo insieme non può essere amicizia?
- Lil-lì. Da sette mesi dormiamo insieme. Ci vediamo tutti i giorni. Camminiamo abbracciati per strada.
- E allora? Una bella amicizia.
- Mangiamo il cono gelato con lo stesso cucchiaino, Lil-lì.
- Che c'entra?
- In alcune società primitive, mangiare il cono gelato con lo stesso cucchiaino vale più di un patto di sangue.
- Ma va.
- E quello che dici quando vieni?
- Ora non tirare fuori certe cose!
- "Mario, Marietto, amore mio, vita mia, tesoro mio".
- Ma è l'emozione! In quei momenti si dice qualunque cosa. Uma mia amica urla il nome di tutti gli apostoli. E tu, che quando mi vedi un altro po' ti metti a piangere? Anche se abbiamo dormito insieme la notte prima. Otto ore senza vedermi e fai delle scene pietose!
- Ma il fatto è che ho una relazione con te. Una bella relazione. Peccato che tu non partecipi.
- Lascia perdere, Mario.
- Vabbè, è lo stesso. Siamo solo buoni amici. Dove sta scritto "Mario, Marietto, amore mio, vita mia, tesoro mio" si legga "Uh che bello".
- Ok. Non è un'amicizia. Ma non è nemmeno una relazione.
- Un rapporto.
- Ma va, un sinonimo.
- Uno spasmo. Un incidente ormonale.
- Smettila.
- Una storia.
- Ecco. Una storia. C'è una storia tra noi.
- Che tipo di storia?
- In che senso, che tipo?
- Comica, seria, tragica... come finisce?
- E che ne so?
- Così per orientarmi.
- Perché cerchi tutte ste definizioni? Perché sei preoccupato? Abbiamo una bella storia, senza casini...
- Ma non sappiamo cos'è. Non hai bisogno di sapere cosa ti sta succedendo?
- E perché mai? Niente ansie, niente progetti, va bene così.
- Pensa se questa storia finisce con un delitto. Tutto quello che è successo finora assume un altro significato. Magari stiamo vivendo il prologo di una tragedia senza saperlo. Se sapessimo cos'è, e come finisce...
- Ah sì? Se sapessi che mi ucciderai alla fine, sai cosa farei? Ti ucciderei ora. Cambierei il finale.
- Appunto! Dobbiamo sapere cosa ci sta succedendo per agire in piena coscienza, per utilizzare meglio la storia e perfino per cambiarla.
- E poi non sei capace di uccidere una mosca, tu.
- Perché non mi hai mai visto con le zanzare.
- La sai una cosa?
- Una volta, quand'ero piccolo, ho smembrato una formica. Tu non mi conosci.
- Ascolta.
- E se finiamo per sposarci? Figli, queste cose così. Eh? E se finisce con pranzi della domenica e polizze vita? Dobbiamo sapere cosa ci aspetta!
- Sai che credo che ti ucciderò per davvero? Così sai come va a finire e la smetti di rompere.
- Lil-lì...
- Ecco. E' un racconto.
- Un racconto?!
- Con un titolo che non ha niente a che vedere con niente.
- Un racconto, Lil-lì? Solo un racconto? Una fettina di storia? Un post di blog? Un dialogo incompiuto? Un
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domenica, 09 gennaio 2005
(nico, afraid)

james joyce diceva che il lettore ideale è il lettore che soffre d'insonnia. mai avuto difficoltà a dormire, ma di solito dormo pochissimo, e in effetti di notte faccio fuori una quantità rilevante di libri. (se potessi risolvere anche il problema delle occhiaie tutto andrebbe davvero a posto). ho letto perfino tutto l'ulysses (basta che non mi si chieda di raccontarlo), ma ho deciso che dovevo scegliere tra leggere il finnegans wake e vivere.
quando leggo qualcosa di denso e caldo, la fine della lettura porta una sensazione di vuoto-pieno che mi sballotta tra la voglia di averne ancora e una specie di doposbronza in cui riesco a bere solo chinotto. fumetti, supplementi del cazzo, riviste da femmina, il catalogo della d-mail (spero che qualcuno di voi abbia avuto la gioia di vedere con i propri occhi un'autentica banana box). il guaio è che, col tempo, il periodo di lettura trash diventa sempre più lungo, e penso con inquietudine alla sterminata pila di capolavori che mi sto sicuramente perdendo.
il senso di spossatezza davanti a libri pieni di pagine e di esigenze ti condiziona anche quando devi scrivere: ti rendi conto che un avverbio o una frasetta non necessaria sono una pura perdita di tempo, e cerchi di essere asciutta, di usare frasi tre-per-due (quelle che dicono minimo tre cose con un solo verbo), la concisione assoluta.
mi è venuta in mente una delle poche lezioni di mio padre sulla scrittura: l'obiettivo dev'essere scrivere come Pelé. chi l'ha visto giocare o oggi vede le sue partite registrate sa che Pelé non ha mai fatto nulla che non fosse parte di una progressione verso il gol. il sentimento di tutto quello che Pelé scriveva col pallone in campo era il gol. il dribbling spettacolare era solo circostanzialmente, e perdonatemi il lungo avverbio, spettacolare, perché esisteva solo in funzione dell'obiettivo finale. mio padre diceva: definisci il tuo gol e cerca di arrivarci come avrebbe fatto Pelé, con pochi ma definitivi tocchi, senza mai lasciare che i mezzi ti distraggano dal fine. e se, lungo la strada verso il gol, fai qualcosa di spettacolare, fa' in modo di dare l'impressione che sia una semplice coincidenza.
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sabato, 08 gennaio 2005
(nico, abschied)

ci sono certe cene e certe situazioni in cui perfezioni due strumenti di comunicazione, tra tutti: la tattica del hm hm e i movimenti di sopracciglia. non è che parlo poco, è che qualche volta gli altri parlano tanto e mi passa un po' la voglia. ieri sera li ascoltavo e li guardavo e pensavo a tutto quel meccanismo complicato che è parlare. mentre pensi a quel che devi dire, devi prevedere la quantità d'aria che ti serve per farlo. poi ti devi occupare contemporaneamente della parte meccanica, dell'articolazione delle parole (movimenti sincronizzati di glottide, lingua e labbra, sempre facendo attenzione a inspirazione-espirazione), della parte contestuale (coerenza, rilevanza e obiettivo della frase) e della parte strutturale (consecutio, pronomi al posto giusto, l'annoso problema del gli e del le eccecc) - tutto questo mentre badi a non rovesciare il bicchiere né a sgomitare il vicino. è un'acrobazia, minchia; senza contare che non riesco a non tenere a mente un'antica raccomandazione di mia nonna - in bocca chiusa non entrano mosche - (solo mooolto più tardi ho pensato che mia nonna forse si riferiva ai pompini e non tanto al parlare troppo). in realtà non ho mai visto una mosca entrare nella bocca di qualcuno, per charliero che sia. ma il rischio aleggiava nell'aria, ieri sera.
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venerdì, 07 gennaio 2005
(Ambulance Blues, Neil Young & REM)

Mi hanno regalato una strumuffatrice. Lo so che è da biechi consumisti, ma fa sempre piacere possedere queste novità tecnologiche di frontiera, e non ho dovuto nemmeno leggere il libretto delle istruzioni perché il giorno dopo è venuto un Tecnico a installarla e a spiegarne il funzionamento. E' facile. Basta mettere la strumuffatrice - una specie di scatola di medie dimensioni - in qualsiasi punto della casa, per terra o sopra un mobile, si attacca la strumuffatrice a una presa, si spinge un pulsante e via, la strumuffatrice inizia a strumuffare. L'installazione si conclude con il Tecnico che sorride e dice vualà, e si capisce che funziona anche dal rumore che proviene dalla scatola. Cos'è questo ronzio? E' la strumuffatrice che strumuffa. E' il suono dello strumuffo. Cosa vuol dire, esattamente, strumuffare? Beh, dice il Tecnico, per saperlo bisognerebbe aprire la scatola per vedere cosa succede dentro, e la fabbrica lo sconsiglia, perché se la apri la strumuffatrice smette automaticamente di strumuffare. Senza contare che ti s'invalida la garanzia.
La strumuffatrice esiste per strumuffare e basta. Inutile cercare di farle fare il popcorn o darle un senso, son cose che potrebbero distruggerla.
Comunque sono soddisfatta della mia strumuffatrice. Mi piace averla accanto, sentirla che ronza e fa quel che deve fare, sia quel che sia.
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mercoledì, 05 gennaio 2005

(Devendra Banhart, Rejoicing in the hands)

Ci sono silenzi che paiono costruiti nel 1887, quando ancora non si sognava la nanotecnologia.

Hai voglia, Gabo, a dire che il silenzio è il grande sconfitto di questo secolo eccecc. Il mio staziona come un'alta pressione azzorrata. Anche se assume le moderne forme di un getto smssico, un cordless tristemente scarico, una margherita pavonazza di icciccù.

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martedì, 04 gennaio 2005

(Franco Battiato, 23 coppie di cromosomi)

Mentre il figlio è a Parigi, scambio di telefonate elucubrative tra genitori separati. Dice che lavora in un ristorante tagalese. La madre sottolinea che il figlio a casa non mette a posto un calzino, e ora fa le pulizie e lava le pentole in un ristorante tagalese.

Nella telefonata successiva il figlio racconta che un leader spirituale tagalese, in visita alla cucina del ristorante, si è prostrato ai suoi pedi urlando una parola che, poi ha saputo, voleva dire Il Prescelto. Poco campo col cellulare, la madre non capisce bene.

- Cosa?

- Il Prescelto, IL PRESCELTO.

Risulta che da anni gli uomini santi del Tagal cercano la nuova dimora terrestre dello spirito del Dai Magal, il Prescelto di Dio.

- Sembra che la nuova dimora sono io, ma'.

- Ma... come fanno a saperlo, scusa?

- I segni sono cinque e io li ho tutti e cinque.

- Che segni? com'è che non li ho mai visti?

Momenti di tensione, quando la madre spiega al padre.

- Nostro figlio è la nuova incarnazione del Dai Magal.

- Di che?!

Commenti sulla scarsa credibilità delle notizie di fonte materna. Il padre decide di chiamare di persona il Prescelto, per chiedergli innanzitutto dov'è sto Tagal. Il Prescelto dice che si trova nella Malaia (forse voleva dire Himalaya, indovina il padre), però è stata una telefonata veloce perché il Prescelto doveva metter giù per provare il vestito dell'inaugurazione. Inaugurazione? Devono insediarlo o incoronarlo o qualcosa del genere come sacerdote supremo del Tagal, nel Tempio delle Sette Lune, tra una settimana. Centodiciassette capre saranno sacrificate per la festa.

La madre vive attimi di gloria, quando il padre le dice del Tagal. Due trionfi: il primo perché la storia raccontata dal padre è altrettanto assurda di quella di cui finora era stata portavoce confusa e vituperata. Il secondo perché, cazzo, suo figlio è Il Prescelto.

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lunedì, 03 gennaio 2005

(tom waits, top of the hill)

quando ritorni di viaggio e apri la valigia, c'è sempre quel nanosecondo in cui ti aspetti di vedere saltar fuori qualcosa di strano e minaccioso che ti sei portata via inconsapevolmente, insieme ai soliti posacenere d'albergo. sarà perché ricordo con chiarezza un ritorno da arraial d'ajuda, con quattro baratas (chiamarle scarafaggi sarebbe di un minimalismo inaccettabile) mandarinaduckate.

la valigia da gerusalemme l'ho aperta quasi distratta e in fretta e in furia, ma in fondo in fondo mi aspettavo una specie di vomito beige. il beige non l'ho mai molto considerato, lo associo solo al pelo del mio gatto e in effetti addosso a lui sta bene. su di me provoca un alone di colore scorreggia che nemmeno pulce&poiana potrebbero osare. comunque gerusalemme è di un beige indimenticabile.

la borsa con i miei acquisti per sbaglio è partita per milano insieme a una psicologa stressata, quindi mi mancano i souvenir seri, quelli che provano che son stata veramente lì. nel trolley c'è solo qualche fondo di sabbia beige e coriandoli insulsi.

il muro della discordia, a metà strada tra un paredon mexicano e un recinto di pecore. e il posto di controllo dove un capitano ventinovenne mi fa vedere il sistema di allarme, basta un piccolo sfioramento di mano di pupo e zac, suona l'allarme. una musichetta nel computer. la sua è bohemian rhapsody, dei queen.

i cartelli che segnalano le mine lungo l'autostrada per nazareth.

il macfalafel al macdonalds lungo la stessa strada. a fianco di un lunapark tematico dedicato ai carrarmati.

il momento di vera crisi: che cazzo scrivo nel rotolino da infilare nel muro del pianto?

in arabo, fanta si dice lula.

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domenica, 02 gennaio 2005

(two lone swordsmen, formica fuego)

ogni anno ci dico "quest'anno sto a casa a non far niente e bon". gli anni buoni sono quelli in cui lo dico e lo faccio, e m'è perfino capitato di farlo in ottima e grandiosa compagnia.

ok, mi sono incartata. aricomincio.

in parole povere sono andata a una delle due feste possibili, perché ci sono quelli che ogni anno organizzano le feste e fanno montagne di cibo e mettono il cestino con le miccette e le stelline e i raudi e tutto, e il più delle volte son delle feste di una noia, ma di una noia che a uno gli vien voglia di fare un rewind fino a ritrovare un capodanno decente (i rewind diventano sempre più lunghi).

sono andata a una festa piena di avvocati, e questa cosa avrebbe già dovuto mettermi sull'avviso. comunque non era malaccio, ne ho patite di peggio. e sono perfino cascata nella tentazione di seguire l'Ottimista di Capodanno che dice "dai, andiamo in giro a vedere che succede in città". e in città c'erano mucchi di gente congestionata in posti improbabili, barconi sul tevere, fierediroma, circolidegliartisti, e c'era la compagna Mestitsia che si aggirava per le strade a spezzare le braccine a ogni tentativo del compagno Giulivo.

stasera, dopo una giornata all'insegna dell'alkaseltzer e di cinquantamila battute intorno al tema cavalletto, guardo al tg le bionde e i panzoni che prendono il sole a phuket. dietro di loro atlantide, but the tan must go on.

comunque io capodanno l'avevo festeggiato il giorno prima, e finalmente Al Trove. capo dolce, nessun danno, e una storia di lavatrici lasciate a metà che secondo me è fin troppo metaforica.

ho uno zaino pieno di storie gerusalemmiche, che non ho ancora capito se sia roba da blog.

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