lunedì, 28 febbraio 2005
(jon spencer blues explosion, hot gossip)
di solito mi dà appuntamenti bislacchi, per sfottere il mio status (precarius) di scrittrice di guide turistiche. ci vediamo alle sette ai fori, accanto all'arco di settimio severo, lo sai dov'è vero?, certo che lo so (dove cazzo ho messo la guida rossa?), alle sette (bii, non riuscirò a passare da casa). puntuale (vabbè, se arrivo alle sette e dieci nel frattempo si guarda l'arco).
la casa ha quell'aria semiabbandonata dei posti che passano senza preavviso dalla condizione di sovraffollamento all'assenza desertica degli abitanti, cerco di non fare quei 243 gesti rituali di riordino inscritti nel mio dna. non resisto giusto al calzino gettato con nonchalance sul televisore, alle quattro tazzine piazzate in quattro punti strategici di calpestio e alla sostituzione del rotolo di carta igienica. ai maschi vietano alla nascita la sostituzione dei rotoli. non può essere che una tara tramandata da generazioni.
arrivo che cadono gocce grosse come fichi in questo posto dove tutti gli invasori dei secoli hanno cancellato ogni parvenza di tettoia. ci prendiamo in giro per i nostri rispettivi dispositivi antipioggia - il suo cappello, il mio ombrello con radiolina incorporata nel manico, le scarpe da pompiere. la notizia cattiva è che si va in giro in moto, la notizia ancora più cattiva è che bisogna passare per ragioni che vengono glissate a casa di sua madre.
io la conosco da anni sua madre, ma ora mi pare di aver fatto uno scatto di carriera, non si capisce se in giù o in su. SO cosa mi aspetta. che poi è il venti per cento di quello c'accade realmente. quando riscendiamo sotto la pioggia ho addosso la sensazione di un'ispezione anale a tutta la mia vita.
si va in quel negozio di via cipro dove vendono tutti i formaggi del globo terracqueo. sono infreddolita e ho avuto un'esperienza devastante, non riesco a gustarmi lo sketch del formaggio, mi viene da scuotere cliente e venditore e dirgli ue, sono solo latte e batteri, smettetela di parlarne come di canoni eternamente ascendenti. usciamo con sessanta euri di cacio, gli basterà del pane, del vino, delle chiacchiere piacevoli per diventare relativamente afrodisiaco.
domenica mi sveglio come se la mia vita fosse confezionata secondo i miei desideri. hanno sbagliato solo i titoli di coda. cambierei costumista, produttore esecutivo e attore protagonista. benicio del toro non c'entra, una volta tanto.
venerdì, 25 febbraio 2005
(green day, boulevard of broken dreams)
Dicono che Babbuccio, re di Zizzania, imperatore dell'Angolare (la Piccola e la Grand'), dell'Alto e del Basso Fender e di tutte le Risse, aveva una collezione di uccelli canterini. Era la più completa collezione di uccelli canterini al mondo.
Un giorno arrivarono a Neovetusta, capitale di Zizzania (Veterovetusta era stata distrutta da un parossismo), due viaggiatori, Metatarso da Castro e Palpito da Rantolo. I due si recarono a palazzo reale e chiesero udienza al re.
- Di che si tratta? - volle sapere il bidello reale.
- Sappiamo che Sua Escrescenza ha la più completa collezione di uccelli canterini al mondo - disse Metatarso.
- E' vero - disse il bidello, guardando i forestieri dall'alto dei suoi sottecchi. Tutti gli uccelli canterini del mondo si trovano nella collezione del nostro re.
- Non tutti - badì Palpito.
- Come no? - ribadì il custode.
- Sappiamo di uccelli rari che cantano come nessun altro che non si trovano nella collezione di Sua Indecenza.
- E dove si trovano questi uccelli? - tribadì il custode.
- Lo diremo solo a Sua Demenza in persona.
I due furono introdotti nel cospetto di Babbuccio, reclinato su morbidi capezzali, sventolato da diciassette lupanari mentre un lendine seminudo gli grattava lo stronzio. La sala del trono era tutta decorata da auspici e rocochini silvestri.
- Sì? - disse il Re di Zizzania, mentre masticava un vespro e sputava le cidiglie nella mano di un liminare.
- Abbiamo notizia di uccelli che cantano come nessun altro - disse Metatarso, facendo un salamino.
- Uccelli che Vostra Mummificenza non ha mai sentito nominare - aggiunse Pulpito, con un arrabatto profondo.
- Impossibile - disse il re, mentre si ripuliva dal succo di vespro che gli colava sulla pavana e sul gergo reale. Possiedo tutti gli uccelli che cantano al mondo.
- Vostra Ardenza conosce lo xerox impiumato?
- Xerox impiumato?
- E' un uccello che abbiamo scoperto.
- E canta? - plicò il re.
- Fotocanta - replicò Metatarso.
- E com'è che non conosco questo uccello? - disse il re, guardando con sodio Teflon, il cacciatore reale. Dove l'avete trovato?
- In un luogo che solo noi conosciamo, Vostra Carenza. Al margine opposto di uno dei sette mari del vostro regno.
- Quale dei mari? Il Mitta, il Mo, l'Acas, il Sigliese, il Cello o il Condiron Dero?
- Uno di questi qua - disse Palpito.
- Mmmmmm, ho capito tutto - disse Babbuccio, grattandosi le bigoncie. Volete qualcosa in cambio dell'informazione. Cosa? Ditemelo e ve lo darò.
- Beh, Vostra Desinenza - disse Palpito - siamo viaggiatori solitari. Molto ci manca la compagnia femminile, principalmente nelle notti di tricchi e baricchi...
- Ah, volete caterve - disse il re. Potete scegliere quelle che volete nel mio catervaio.
- Preferiamo scegliere tra le vostre figlie, Vostra Insufficienza.
Il re sbraitò insultando i viaggiatori, dandogli degli arrembaggi e dei figli di turbina, ma alla fine accettò. Fece chiamare le figlie perché i viaggiatori potessero scegliere. Metatarso si prese Ampolla e Palpito Lenticchia, le più incarnate tra le principesse.
- Ora ditemi dove si trovano questi uccelli che cantano come nessun altro.
- Beh - disse Metatarso, le vostre figlie hanno abitudini costose, Vostra Decadenza. Come riusciremo a farle felici, a comprare picciuoli, mallevadure...
- Va bene - interruppe il re. Avrete un vitalizio di un milione di doli al mese. Dovrò aumentare le tasse, ma il popolo capirà. Ora, passiamo agli uccelli!
Il giorno dopo partì l'esercito reale, a bordo di dieci buglioli ben costipati e un bugliolo-ammiraglio, tra le grida dei loro comandanti:
- Insuflare le vettovaglie!
- Sospendere il volano di zufolo e il lume del lacerto!
- Pizzicare la spatola e doppiare il macadam!
Durante il viaggio, Babbuccio chiedeva continuamente informazioni sugli uccelli che avrebbero trovato.
- C'è il leccateur de nuit - disse Metatarso.
- E cinguetta? - spose il re.
- Linguetta - rispose Metatarso.
- C'è la trottolona azzurra - agì Palpito.
- E gorgheggia? reagì il re.
- Volteggia - rimò Palpito.
- E la cinica dei pantani.
- E canta?
- Disincanta.
- Non dimentichiamo l'occhetto lamentatore.
- Canta?
- Sì, ma nessuno se lo fila.
- E i solletichi selvatici...
- Com'è il loro canto?
- Da brividi.
Ci vollero due anni perché l'esercito reale attraversasse sei mari; nel frattempo Metatarso e Palpito incassarono il loro milione di doli ogni mese e si impegnarono, ogni notte, in lunghe aggini e interminabili barbigi con Ampolla e Lenticchia. Finalmente arrivarono al margine opposto del Mar Condiron Dero e scesero a terra. Ma non trovarono uccelli che cantavano come nessun altro.
- Dove sono gli uccelli? - volle sapere Babbuccio.
- E' successo quello che temevo, Vostra Dissidenza - disse Palpito. Questo non è il margine opposto.
- Certo - disse Metatarso. Il margine opposto è dall'altro lato.
E di nuovo salpò l'esercito reale.
- Imbastire le polpe d'antonimo!
- Cingere la sinverguenza maggiore!
Raccontano che l'esercito reale ancora oggi naviga da una parte all'altra, perché il margine opposto è sempre dall'altro lato, misteriosamente al trove. Malgrado le urla di re Babbuccio.
- Banda di coniugi!
- Gazebi d'un pippolo!
- Arazzi cuneiformi!
E nel frattempo il popolo bufalo paga le tasse.
mercoledì, 23 febbraio 2005
(chemical brothers, galvanize)
Nei film di solito li rappresentano uno vestito da diavoletto, l'altro da angioletto. I nostri due io, dico. Le mie le immagino una col chiodo, i jeans e la tshirt nera, l'altra con un vestitino bianco tipo camicia da notte flou della nonna con le piegoline piatte e le maniche alla giapponese e le infradito e vabbè, lasciamo stare. Inutile dire qual è la mia preferita. Si chiamano Marika e Ludmilla. La punteggiatura è stata rubata ad Al.
:- Nero.
-: Bianco.
:- Che ne dici di grigio?
-: Tu e le tue assurde manie di conciliazione. Questa tua voluttà d'intesa. Questa tua tara della via di mezzo!
:- Se non fosse per me non saremmo qui. E' stata la mia moderazione a tenerci lontane dai guai. E' stata la mia ponderazione a preservarci. Se fosse dipeso da te...
-: ... avremmo vissuto! poco, ma con luce intensa. Avremmo detto quello che ci veniva in testa. Distinto le perle dai porci con audacia. Messo puntini risoluti sulle iii. Chiamato per nome sia il gatto che lo zampino!
:- Invece siamo molto civili. Cioè misurate e affabili.
-: E abbiamo tutti sti tic nervosi che ce lo dimostrano.
:- Avresti preferito raccontare quella barzelletta che avrebbe fatto incazzare l'amica? La verità che avrebbe distrutto l'amore? L'insulto che ci avrebbe portato al pronto soccorso, reparto trauma cranico?
-: Certo che sì. Per poter dire di non aver taciuto. Per poter dire "l'ho detto"!
:- Meno male che non sei tu che comandi.
-: No, sei tu. Facciamo sempre quello che decidi. O non lo facciamo. Non diciamo. Non viviamo. Sto dentro di te che faccio, dico e vivo solo nel pensiero. Almeno potessi uscire il sabato...
:- Per fare che, per ucciderci? O peggio, per farci fare una figuraccia?
-: Meglio la figuraccia per quello che hai detto e fatto che per quello che non hai detto e hai rimandato. Lo sai che ogni pugno che non sferri accorcia la tua vita di 17 giorni? E ogni volta che desideri ballare e non lo fai il tuo fegato s'ingrossa? E ogni...
:- Cazzate. Meno male che sono io la vera noi.
-: No, io sono la vera te.
:- Tu sei noi solo nel pensiero. Tu sei la mia astrazione.
-: Sono tutto quello che in noi è autentico e non represso. Tu sei la mia falsificazione.
:- Tu non sei una persona, sei una pulsione.
-: Tu non sei una persona, sei un'interruzione.
:- Ma io sono l'unica visibile.
-: E allora che ci faccio qui, oltretutto con questa tshirt troppo stretta?
:- Sei qui solo in nome di un vecchio sotterfugio, quello del finto interlocutore. Un artificio scenico, così non la beccano che parla da sola.
-: Vuoi dirmi che mi ha tirato fuori solo per dire...
:- Bianco. E io...
-: Nero. Perchè?
:- Per dimostrare che ognuno è la somma, il mix delle sue contraddizioni. Che alla fine il destino comune di tutti, cremati o no, non è bianco o nero, è cenere.
-: (facendo debiti scongiuri) Dimostrare a chi?
:- Ai blo... dove stanno i blogger?!
-: Sono andati tutti via.
:- Forse perché non hanno capito il dialogo?
-: Forse perché l'hanno capito.
martedì, 22 febbraio 2005
(sergio caputo, sabato italiano)
Una buona maniera di iniziare un racconto è immaginare una situazione rigidamente formale - diciamo uno scompartimento di treno con tutte le ginocchia messe al posto giusto - e poi cominciare a sfilacciarla come un vecchio pullover. Ma non posso farlo, perché la storia comincia solo quando mi sveglio a Orbetello. Non ho visto ginocchia né niente, solo una fontana metafisica davanti alla stazione da cui da un momento all'altro potevano saltare fuori granchi e aragoste. L'autista della corriera per Porto Ercole che si lamenta del sudiciumaio (tre cicche per terra), il senso di colpa per la sigaretta accesa, il solito twyx ('ma ndo stai? non ho le chiavi!'), la mappa veloce delle chiavi sparse saggiamente per case amiche, una macchina metallizzata di cui non saprei dire nulla, se non che, sì, possiede gomme, sedili e cinture di sicurezza.
Niente a che vedere con la prima volta. Troppi fotogrammi sovrapposti. Devo aver balbettato qualche cazzata perché da Roma arriva puntuale il 'ma stai a sbroccà?' Mi proibisco di guardarti troppo a lungo per non creare quel certo senso di ispezione dopo tanto tempo che non ci vediamo. Mi porgi della carta gialla, l'Alibi è bellissimo ma lo guardo e non ho la minima idea di cosa sia.
L'unico pensiero che ci affratella è caffè e tutti i bar si chiudono al nostro passaggio. C'è una congiura generale per lasciarci al sole e al freddo, costretti a camminare parlando parlando, li fottiamo puntando su una stazione che non avevano previsto.
In macchina evito di toccarti la nuca, al bar mi tengo lontana dalle tue gambe lunghissime, facili da sfiorare. Non è autodifesa, è panico. Le parole corrono facili come al solito. Ci mancano solo i soldi, la gente per farlo, la distribuzione e il nome. L'alibi dell'Alibi è trovare una scusa plausibile per accostare finalmente il nostro lavoro. Che poi sarebbe talmente semplice. Pero hay que complicar.
Per fortuna si torna alla fontana e si spezza il divieto di tatto. Gran sensazione reale di una mattinata kandinskiana di incroci a raso e castelli di pietra e di carta.
Arrivo in tempo per la manifestazione e Andrea mi aspetta al binario 27, mentre camminiamo nell'ala mazzoniana mi chiede cosa sono andata a fare a Orbetello. Gli parlo dell'Alibi e raggiungiamo il corteo sotto un cielo che non si decide a piovere. Al Circo Massimo ritrovo la fontana. Mi sa che mi inseguirà per un bel po'.
lunedì, 21 febbraio 2005
(nada, il cuore è uno zingaro)
Oggetto: campagna Generazione SMS/"Stronza!"
Appunti per l'incontro del 19 febbraio 2005
Argomento trattato: sviluppo di un nuovo package di messaggistica automatica tramite SMS per VOWINTHREEM
Punto 1
Ricordare che gli SMS hanno assunto ormai a pieno titolo il ruolo di biografemi, così come li intendeva Barthes (che però si riferiva solo alla old tech fotografica): gli SMS isolano e rendono esemplare un momento specifico della storia di un individuo. L'idea-forza della campagna è puntare su questa funzione: gli SMS come eventi di svolta nella vita di ciascuno di noi, considerati collettivamente come Generazione SMS.
Punto 2
Ribadire che con una visione biografematica degli SMS non è più pensabile limitarsi alle opzioni attualmente presenti nei menu di scelta per i modelli di SMS preconfezionati (opportuno fare dello spirito a proposito della frase "butta la pasta" inserita di recente nel menu della concorrenza).
Punto 3
Proporre di non concentrare l'attenzione solo sulle frasi, ma anche su un'eventuale funzione di scelta dell'impatto emotivo che si desidera conferire all'SMS. Esempio: "risposta positiva e immediata", "risposta positiva ma meditata", "risposta differita", "risposta imprevedibile", "nessuna risposta possibile", "risposta raggelante", etc.
Punto 4
Suggerire anche una nuova funzione di Modello con cui l'utente potrà impostare il mood prevalente al momento dell'invio del messaggio, con un menu che non preveda soltanto i soliti tre umori estremi (felice - infelice - non lo so) ma anche un range di mood intermedi (per la compilazione del menu si suggerisce di consultare un team di esperti di psicopatologia sociale).
Punto 5
Sottolineare che l'inevitabile passaggio successivo è considerare il telefono mobile come forma di intelligenza artificiale. Grazie a una programmazione ispirata alle teorie di Chomsky sulla grammatica trasformazionale, il cellulare potrà effettuare una ricerca sulle parole e sinonimi corrispondenti al mood, all'impatto emotivo desiderato e addirittura ai secondi fini dell'utente per la preparazione dell'SMS perfetto (ovviamente per approssimazione).
Punto 6
Proporre di intitolare la campagna "Stronza!". Dopo aver effettuato una ricerca su un campione di 35.464 messaggi inviati nell'arco di due ore nella giornata del 15 novembre 2004, gli esperti di psychomarketing hanno stabilito che questa frase riassume l'unificazione ideale tra medium e messaggio. Un ulteriore approfondimento sui risultati di questo piccolo capolavoro di sintesi - "Stronza!" - ha riscontrato che l'effetto prodotto sul destinatario è stato dirompente dal punto di vista comportamentale. Colei che si era meritata l'appellativo si è ampiamente ricreduta sul suo atteggiamento pre-SMS, modificando - in modo apparentemente inatteso - il rapporto con il mittente. Lo stesso mittente non aveva tenuto conto di questa variabile. Ma noi possiamo farlo.
Punto 7
Prevenire qualsiasi obiezione sull'opportunità di intitolare la campagna "Stronza!" con un appellativo considerato volgare e poco ortodosso - diciamolo pure, con una parolaccia - ricordando che l'operazione di disinnesco del tabù pubblicitario costruito intorno alle ventosità emesse dall'ano - diciamolo pure, alla scoreggia - della campagna 2004 Dolce & Gabbana ha fatto salire del 3000% le vendite del prodotto pubblicizzato.
Punto 6
Allegare: un campionario di nuove frasi da inserire nell'opzione Modelli di Messaggi; un'esemplificazione dettagliata delle nuove opzioni Modelli di Impatto Emotivo e Modelli di Mood. Tutte le nuove proposte dovranno essere testate tramite focus groups che rappresentino tutte le componenti della Generazione SMS.
venerdì, 18 febbraio 2005
(punkreas, american dream)
il twyx twyx twyx del cellulare non trilla mai quando te lo aspetti. non ti chiama in orari soliti, ignora la telepatia, non stabilisce nessuna routine.
si presenta quando hai il sex appeal di una gallina e non te lo fa pesare (o fa finta). oppure arriva troppo tardi e ti trova delusa, diffidente e barricata nelle occhiaie. e ti porta a letto e ti entra dentro e ti fa rinascere.
mai che capiti a doccia appena fatta, maglione appena comprato, jeans appena rattoppati. o quando hai finito e consegnato il lavoro, lavato i capelli e fatto la ceretta. o mentre dipingi la camera di blu tentazione estiva o ti squagli tutta ascoltanto just like honey o love will tear us apart. o quando dentro te volano mosche sinistre e muori di freddo dalla nostalgia.
arriva solo quando non lo aspetti e da dove non immagini. è come le forbicine da unghie, mai dove pensi di averlo riposto.
l’unica è girare il radar a cazzo cercando di indovinare quando verrà. ti pare di incontrarlo davanti al bancone latticini dello sma o nella fila del bancomat o che rompe il cazzo ai commessi in libreria o che canticchia da solo in macchina. magari è proprio lì, accanto a te, a disposizione. è dovunque. sei tu che non lo sai trovare, cretina.
onniassente. imprevedibile. se ne fotte del lume di candela e dei sanvalentini. non ti porta fiori dopo la prima volta. sputazza i cliché. magari ti rapisce un martedì alle quattro del pomeriggio. e i fiori ti arrivano mentre stai lavando i piatti in una domenica che non si fregia nemmeno di un onomastico.
relativamente perfetto.
giovedì, 17 febbraio 2005
(ginevra di marco, fedeli differenti)
ancora non ci siamo abituati al mondo.
nascere è una faccenda molto lunga.
mercoledì, 16 febbraio 2005
(moby, lift me up)
Problema, evidentemente, è una parola sbagliata. Sarà pure corretta, ma non è giusta. Inutile sostenere che gli stranieri dicono parole simili - problem, problème, rauschbaungüdenproblemisch e così via, senza inciampare. Problema è semplicemente poco adatto alla bocca dei neolatini meridionali. Anche chi si sforza di dirlo correttamente lo fa con una vaga sensazione di stranezza, come se dubitasse della propria articolazione. Sarà proprio così? pro-ble-ma... non suona bene. Più lo dici più diventa strano. Una parola antinaturale. E se molti sbagliano a pronunciarla, se provoca così tanti (ok, ok) pro-ble-mi a tutti, la conclusione è che non sbagliano tutti, sbaglia la parola.
Bisognerebbe fare qualcosa. Cambiare ufficialmente la parola. Non so che razza di meccanismo bisogna avviare per applicare una riforma ortografica così specifica eppure così devastante. Chi ha il potere di cambiare un lemma di vocabolario? C'entra la Costituzione? Ci vorrà la sentenza di un giudice? Gli editori di dizionari metteranno su una lobby per protestare contro la misura o, al contrario, l'obsolescenza (poi toccherà a obsolescenza, giusto) di tutti i dizionari da un giorno all'altro potrà fare da incentivo all'industria, con una sorta di rottamazione lessicale? E poi il (ahi ahi) pro-ble-ma principale: quale sarà la parola giusta? plobrema secondo me non risolve. sarebbe un vano rimaneggiamento di sillabe plobre... problematiche, e la parola continuerebbe a resistere, arcigna. Pobrema, plobema, probema sono alternative possibili, ma in questo caso la parola verrebbe accorciata, svalutata. Forse ci vorrà un referendum per scegliere il nuovo modo di dire (uff) pro-ble-ma. Già che ci siamo si potrebbe anche cambiare la parola referendum che mi è sempre stata antipatica.
Insomma è un... beh, lo sai.
Porblema. Forse è la soluzione. Si può prolungare il por mentre si prepara il blema, e la pronuncia potrebbe essere perfetta nove volte su dieci almeno. E avremmo risolto il... quello lì.
martedì, 15 febbraio 2005
(sex pistols, anarchy in the uk)
Si giocava in un cortile cementificato con scivoli e altalene che farebbero inorridire anche l'ufficio igiene più lassista, accanto alla chiesa, pomposamente chiamato playground (si pronuncia pleigraundgi). Maschi da un lato impegnati in interminabili partite a pallone; femmine, maschi troppo piccoli e/o infortunati dall'altro. Giochi di ruolo improntati al realismo magico postmoderno, che partivano tutti dalla premessa "facciamo che io ero... e tu eri... e voi eravate..." per finire di solito in una carneficina lacrimevole. Ogni tanto catturavamo un maschio incauto che si era allontanato o era stato cacciato dalla partita seducendolo con promesse allettanti ("tu eri il re", "il capo di tutti i vigili", "il papà che può picchiare i più piccoli" eccecc).
Si finiva di giocare sudati, immondi, coi vestiti strappati e le scarpe più graffiate delle ginocchia. Il gioco finiva all'imbrunire ma alcuni dei partecipanti se ne andavano prima del tempo, perché dovevano rientrare per fare i compiti e il bagno - insomma, tutte quelle cose che rovinano l'infanzia. Ed era abbastanza frequente che uno di quelli che se ne andavano prima del tempo ritornasse, lavato e coi vestiti puliti, mentre gli altri erano ancora in piena azione.
Ti ricordi quella sensazione? Tornavi nel luogo dove poco prima avevi allestito uno psicodramma con le altre bambine o facevi capriole sull'altalena urlando o litigavi a sangue con la tua migliore amica o imbastivi vendette tremende per tradimenti inenarrabili, ma eri un'altra. Eri tu dopo il bagno, con l'ordine perentorio di non sporcarti di nuovo, di non mischiarti con quella turba di energumeni e, soprattutto, di non rovinare le scarpe buone. Allo stesso tempo un essere superiore che guardava gli altri con divertita accondiscendenza - "ah, sì, anch'io secoli fa ero una bambina come voialtre" - e una specie di paria, segregata dalle altre per colpa del suo nuovo status di lavata, pettinata e pronta per la cena.
lunedì, 14 febbraio 2005
(prince, when doves cry)
Compagne delegate, compagni delegati, per favore un po' d'attenzione. Non voglio interrompere le vostre lamentele né i racconti delle vostre storie da incubo, ma è arrivata l'ora della distribuzione dei premi.
(applausi)
Credo che tutti siamo d'accordo sul fatto che il nostro Primo Congresso Internazionale dei Cuori Infranti, Affranti & Affini è stato un successone. E siamo solo al primo! Ce ne saranno tanti altri!
(applausi)
Sfortunatamente la maggior parte di coloro che si trovano qui oggi non parteciperanno al congresso dell'anno prossimo. Dobbiamo pensare al peggio e prepararci. Molti di noi nei prossimi dodici mesi si innamoreranno di qualcun altro (brusio), si saranno rifidanzati (brusio più forte), staranno addirittura per sposarsi (brusio intenso e grida di sdegno). Ma altri prenderanno il posto dei disertori nella battaglia per questa causa così impopolare. Sì, ci disprezzano. Ci danno degli sfigati. Non credono al nostro dolore autentico. Ma siamo disposti a morire per provare che si può morire per amore, checché ne dica Mogol!
(applausi entusiastici)
Io stessa stamattina mi sono svegliata e ho visto quel cuscino vuoto e ho sentito come una specie di embolo... ok, lasciamo stare.
Questa è un'occasione di festa. Voglio proporre un brindisi: alla nostra sfortuna amorosa!
(tutti brindano "alla nostra sfortuna amorosa!").
E passiamo al sorteggio dei premi, gentilmente offerti dagli sponsor di questo nostro incontro: aziende farmaceutiche che producono ansiolitici e antidepressivi, operatori di telefonia mobile e produttori di fazzolettini di carta.
1. Due ricariche di cellulare che permettono di inviare OTTOCENTO sms A UN UNICO NUMERO (sapete quale).
2. Un set di federe da cuscino aromatizzate al profumo di lui o lei e con la sagoma della loro testa perennemente visibile.
3. Un registratore digitale da portare in tasca per avere qualcuno cui raccontare disgrazie anche quando siamo da soli.
4. Un voucher per 20 pasti, pranzo o cena a piacere, dal ristorante IL NOSTRO CANTUCCIO PREFERITO. Tavolo per uno, ovviamente.
5. Collezione di dvd intitolata PER NON DIMENTICARE, che raccoglie dieci delle più lacrimevoli storie d'amore mai girate (si assicura che TUTTI i film finiscono male).
6. E per finire il grande premio della serata... Una settimana tutto compreso per UNA persona in una suite honeymoon a vostra scelta nella località che preferite. Il vincitore potrà telefonare gratuitamente all'892424 Pronto Pagine Gialle che istituirà un operatore apposito per seguire 24 ore su 24 il suo caso. All'operatore sarà espressamente vietato pronunciare le frasi "io te l'avevo detto", "però te la sei cercata", "forse non tutto è perduto" e "a stronzo/a!"
(applausi frenetici)
***
Piccoli annunci
Cercasi donna 30/max 37, zona Milano, professione attinente le scienze, la terra, l'acqua, l'aria, il fuoco, gli animali, i pianeti e le malattie fisiche e/o mentali (no giornaliste), di solida famiglia (non sono importanti i soldi, ma bisogna pur pensare all'avvenire patrimoniale delle creature). Disponibile a disquisire a lungo per poi tagliare corto, allegra (o non allergica alla felicità), carina almeno quanto la precedente, non dipendente né soffocante, abile nel disinnesco di crisi di autostima, amante delle parentesi, sì perditempo.
NdB: non vorrei dire, ma si tratta di un'occasione davvero unica. il tipo è carino, simpatico, intelligente e poco o punto cacacazzi. hai presente uno di quelli che quando descrivono la sua donna ideale ti viene da dire "io! io! io spiccicata!"? ecco. ospito l'annuncio perché sfortunatamente sono del tutto fuori target.
sabato, 12 febbraio 2005
(grandmaster flash, the message)
(fine?)
Si incontrarono di nuovo 15 anni dopo. A carnevale, ovviamente. Per caso, a Fiumicino. Lei che arrivava da Milano. Lui che s’imbarcava per Palermo per andare a trovare i figli.
Lei gli disse “quasi non ti riconoscevo senza costume”. Lui ci mise un po’ a metterla a fuoco. Era ingrassata, mai l’avrebbe riconosciuta, nemmeno vestita da ballerina di flamenco.
L’ultima cosa che le aveva detto era stata “ti devo dire una cosa”, e lei aveva risposto il solito “l’anno prossimo, l’anno prossimo a carnevale”, e il carnevale seguente lei non era venuta, non era venuta mai più.
- Cosa mi volevi dire, a quella festa? – gli chiese.
- L’ho dimenticato – mentì lui.
Si scambiarono le solite informazioni. Lui separato, i figli a Palermo con la madre. Lei che abitava a Milano, sposatissima. E lui che nel frattempo non smetteva di pensare: le dico o no che quello è stato il momento più bello della mia vita, la Donna Cannone, la sua testa sulla mia spalla, e che tutto il resto della mia vita sarà solo il resto della mia vita? E lei a pensare: com’è che si chiama? Pericle? Patroclo?
Lui: glielo dico o no che non sono arrivato tutto intero ai 30, e che ho ancora il suo ventaglio?
Lei: Pilade, Ponzio, Pacifico, Priamo…
venerdì, 11 febbraio 2005
(david bowie, heroes)
4
Ma l’anno seguente, in una festa nel pub del quartiere, eccola! Quindici anni. Una donna. Tette, tutto. Un costume indefinito.
- Che ne so. Bavarese tropicale – lei disse, e rideva.
Era diversa. Non solo il corpo. Meno timida, la risata più squillante. Raccontò che l’anno precedente era morta la nonna, poco prima di carnevale.
- E la ballerina di flamenco?
- Lasciamo stare. E il torero?
- In pensione.
Lui non era in costume. Maglia della Roma, jeans, basta esotismi. Lei era in un gruppo. Cugini, amici dei cugini. Tutti vagamente bavaresi. Quando lo presentò al gruppo, qualcuno disse “Pindaro?!” e tutti si misero a ridere. Anche lei rideva. Farfugliò qualcosa e si allontanò. Cercò Stefanone. Stefanone ora faceva il barista nel pub. Stefanone aveva esattamente quello che gli serviva per riempire il buco lasciato dall’anima. Quindici anni, pensò, e ho già perso tutte le illusioni. Non arriverò ai 30, non ci arriverò tutto intero. Passò tutta la festa appoggiato a una colonna a bere gli intrugli di Stefanone, guardando lei che ballava con una successione di cugini e amici di cugini, soprattutto un palestrato pettoruto, certamente stupido, forse un picchiatore, uno coi pantaloni di pelle nera, per intenderci.
Quando la band suonò la Donna Cannone e lui si avviò verso l’uscita barcollante e amareggiato, sentì che qualcuno lo prendeva per mano, si girò ed era lei. Era lei, dio mio, che lo trascinava verso la pista. Lei che gli posava le braccia intorno al collo per ballare, che gli diceva “non vale, sei cresciuto più di me” e gli poggiava la testa sulla spalla. Lei che poggiava la testa sulla sua spalla.
giovedì, 10 febbraio 2005
(u2, one)
3
L’anno seguente, lei non venne alla solita festa. Lui passò tutto il tempo a cercarla, Dracula sconsolato. Non sapeva nemmeno come rintracciarla. Non sapeva il cognome, l’indirizzo, niente, nemmeno il cap. Aveva speso tutto l’anno a pensare a lei, certe volte tirava fuori il ventaglio dal suo nascondiglio per annusarlo, pregustando il momento di incontrarla di nuovo alla festa. E lei non venne. Stefanone, il leader del gruppo, aveva portato del rum da mischiare alla cocacola. Lui bevve troppo. Dovettero portarlo di peso a casa. Si svegliò sul letto senza lenzuola. Cos’è successo?
- Hai vomitato l’anima – disse la madre.
Era esattamente come si sentiva. Come un Dracula che aveva vomitato l’anima e non l’avrebbe mai più riavuta indietro. Mai più. Nemmeno il ventaglio aveva più l’odore di lei.
mercoledì, 09 febbraio 2005
(clash, london calling)
2
Solo alla settima festa (lui pirata, lei cinese) svelarono il mistero di incontrarsi solo a carnevale e mai in altre occasioni durante l’anno. Lei abitava in un altro quartiere, lontano trentasette quadratini del TuttoCittà.
L’anno seguente lui (Zorro) preferì restare con gli amici impegnati in azioni di guerriglia urbana per riempire la bocca delle ragazze di coriandoli, e lei rimase seduta a litigare con la madre, e non volle far niente, il mento sepolto nel bavero alto del costume da imperatrice. Ma verso la fine della festa, mentre suonavano la Donna Cannone, Zorro venne e la prese per il braccio e i due si misero a ballare come se niente fosse. E quando si salutarono, lei lo baciò sulla guancia, e disse “ci vediamo a carnevale”, e se ne andò di corsa.
Nella festa dei 13 anni, per la prima volta i costumi dei due erano intonati. Torero e ballerina di flamenco. Formavano una coppia! Si baciarono molto, quando le madri si distraevano. Perfino in bocca. Quando venne l’ora di salutarsi, lui chiese:
- Dammi qualcosa.
- Cosa?
- Una cosa qualunque.
- Il ventaglio.
Il ventaglio da ballerina. Avrebbe detto alla madre che l’aveva perso mentre ballava.
martedì, 08 febbraio 2005
(nirvana, smells like teen spirit)
tentativo di costruzione di un falso passato, puntata 1
Lui tirolese. Lei odalisca. Culture troppo diverse, non poteva funzionare. Ma avevano solo quattro anni e si capirono al volo. Nel mondo dei quattro anni tutti si capiscono al volo, in un modo o nell’altro. Invece di ballare, giocare e fare casino, incuranti degli appelli disperati delle madri, rimasero seduti per terra, a fare un mucchietto di coriandoli, stelle filanti e monnezza, finché li trascinarono a casa, sotto la minaccia di non andare mai più a una festa di carnevale.
Si incontrarono di nuovo l’anno seguente, nell’ennesima festa nella sala della parrocchia Regina Pacis. Lui sempre tirolese, ora stretto sui fondelli, lei Cleopatra. Provarono a rifare il mucchietto, ma stavolta la reazione delle madri fu più efficace e i due furono costretti a ballare, giocare e fare casino, sotto la minaccia di qualche sberla. Tutto il tempo mano nella mano.
Solo al terzo carnevale si parlarono.
– Come ti chiami?
- Lucia. E tu?
- Pindaro.
- Cosa?!
- Pindaro.
- Che nome!
Lui legionario romano, lei squaw.
lunedì, 07 febbraio 2005
(eagles, desperado)
punto della situazione:
1. si dice "ti amo" solo quando è inevitabile/indispensabile. con piena cognizione di causa, avendo monitorato per qualche mese tutti i sintomi. mai a cazzo. se lo si dice a cazzo, l'altro sarà così carino da non tenerne conto. e poi che ne sappiamo? come si fa a dirlo, in base a quali parametri?
2. non si stabiliscono parametri.
3. si sta insieme senza progetti. anche "stare insieme" è un po' troppo impegnativo. quell'"insieme" può essere fuorviante. e poi "stare" non rende bene l'idea.
4. e poi perché mai bisogna definire con semiotica precisione cosa sta succedendo?
5. ci sono/saranno altri uomini/donne paralleli. perché mai, se sto bene con un'altra/altro, dovrei rinunciare? in nome di che? chi mai potrebbe pretendere una sorta di esclusività di piacere? come si fa a essere gelosi, se è evidente che l'altro sta bene così?
5bis. (così come?)
6. non si fa nulla che possa mettere l'altro in una posizione umiliante. abbiamo introiettato (ah, qui ci vorrebbe il dizionario di tulipas) tutto il femminismo prodotto nel millennio scorso (in questo millennio ancora non se n'è prodotto granché).
7. ci si dice tutto, nell'esatto momento in cui succede e senza troppi patemi d'autocensura. nessuna remora nemmeno per cose passate ancora non raccontate. nessun filtro. tanto nessuno dei due è in grado né ha voglia di nascondere granché.
8. si dà per scontato che, quando sarà finita, basterà non cercare l'altro, e non farsi trovare. l'altro capirà al volo. l'unilateralità della fine è solo un dettaglio irrilevante della trama.
9. si evita, finché non sarà davvero necessario, di fare il punto della situazione.
venerdì, 04 febbraio 2005
(weezer, buddy holly)
Quinta notte passata insieme. Bello come non era mai stato, nemmeno la prima volta. La finestra aperta, un unico grillo che regge la notte lontana, come un chiodino sonante, e i due sudati e abbracciati nel letto. Così stretti da attraversarsi, da non sapere cosa dire, da non capire cosa stesse succedendo, quel piacersi così tanto. Bello da far male, bello da spaventare. E lei che pensa: funzionerà, sarà sempre così, saremo sempre così, la felicità è questa cosa mezza muta e disperata che vuoi solo non finisca mai, e lui sarà con me per sempre e sarà fantastico, non dovrei star lì a preoccuparmi solo perché mi ha fatto ascoltare The Best of Pooh e perché il suo blog si chiama Teneri Pensieri nel Blu.
giovedì, 03 febbraio 2005
(nico, mutterlein)
Massimo mi dice "sei sparita" e mi rendo conto che è vero. Anch'io è un sacco di tempo che non mi vedo. Cosa mai mi sarà successo? Non mi trovo nei posti dove vado di solito. Chiedo di me e la gente conferma "è vero, è un po' che non ti si vede". E "che fine hai fatto?". Non ho la minima idea di che fine abbia fatto. L'ultima volta che mi sono vista è stato, vediamo... Vabbè, non ricordo bene.
Ho pensato: come si fa a sparire così, alla Caffè? Nemmeno al solito bar. Chiedevo di me, e mi sono dovuta descrivere alla gente cui chiedevo. "Una così, come me, stessa altezza, capelli, tutto".
Escludo di essere morta. L'ultima volta che mi sono vista stavo benone. Non ho, da quel che so, nessun problema grave. E non mi sarebbe sfuggito il mio necrologio: ne faranno uno almeno nel giornale in cui lavoro (probabile tra l'altro che tocchi a me farlo, io mi conoscevo bene). Potrei aver traslocato. Ecco. Potrei essere altrove. Ma perché andar via così, senza dire niente a nessuno, senza salutare nemmeno me? C'è un legame forte tra noi.
Ho anche cominciato a pensare ai vantaggi di sparire per un po'. Non trovarmi da nessuna parte mi dà una specie di libertà. Posso fare quel che mi pare, senza il rischio di incontrarmi e sentirmi dire "cazzo combini!?". Cambiare del tutto. Diventare un'altra. Fantastico.
E poi anche se mi trovo non mi riconosco. Comincio a fare cose che mai mi verrebbero in mente, se fossi me. E mi piace sentire lo stupore della gente che mi dice "non sembri più tu". Ovvio che non sembro io. Non sono io. Sono l'altra. Ovviamente strafaccio, ubriaca della mia nuova libertà. La verità è che starmi lontana dagli occhi mi fa stare fuori. Di me e dell'altra.
Ma mi è venuto un dubbio. Sono sparita o succede solo che non mi ci vedo più? Come faccio a trovarmi se non mi ci vedo? Magari tutto questo tempo sono rimasta là, o qua, presente, come dire davanti al mio naso, e non mi ci vedevo. Da una parte, è un sollievo. Sono viva e sto bene, non mi devo preoccupare. Dall'altro lato, delusione. Non c'è scampo. Sono sempre irrimediabilmente in me, anche quando spero di liberarmene.
mercoledì, 02 febbraio 2005
(mahalia jackson, move on up a little higher)
E' solo un caso che sia ancora febbraio. L'anno non è sempre stato così come noi lo conosciamo. Per esempio, nell'antico calendario romano aprile era il secondo mese dell'anno. E in Francia, fino a metà XVI secolo, aprile era il primo mese.
In quest'emisfero qui, l'auge della primavera è ad aprile. Che poi la parola stessa. Il mese in cui i bottoni si aprono, il polline è nell'aria, le apine volano, le contadinelle corrono nei campi coi contadinelli appresso, e come se non bastasse tutta questa confusione gli allergici starnutiscono e gli uccelli gorgheggiano. Ci sono dei giorni in cui le contadinelle volano, i contadinelli corrono nei campi con le apine appresso, gli allergici fioriscono e i fiori starnutiscono e i preti, gli psichiatri e i commercialisti si disperano.
L'aprile migliore lo trovi in India, dove da tempo immemore esiste la Festa di Huli, che dura un mese e in cui tutto è all'incontrario, tanto che inizia il 30 e finisce il primo, quando le persone entrano in casa camminando all'indietro e iniziano a prepararsi per la festa che già c'è stata. L'ultimo giorno della Festa di Huli è riservato al Vahila, parola sanscrita che si può tradurre approssimativamente con "fare casino", che poi significa fondamentalmente che le persone vengono incaricate di fare cose assurde, come - ai tempi della dominazione britannica - alzare la gonna della statua della regina Vittoria per vedere se anche le mutande erano in bronzo. Ricorda un po' il nostro carnevale. Ma come si fa a fare casino a febbraio?
E perché non è già aprile?
martedì, 01 febbraio 2005
(boston, more than a feeling)
Effemeridi (= unità di misurazione della propensione al pettegolezzo)
un anno fa dovevo star benone: ho scritto un unico post nel mese di febbraio, del genere sfarfalleggìo ohquantecosesuccedonoenonhotempoperilblog. un anno fa ero talmente giovane che forse sono passati ventinove anni. ho l'impressione che la mia vita l'anno scorso abbia occupato uno spazio di tempo molto più lungo di quella che sto vivendo oggi. il febbraio passato me lo ricordo interminabile, denso, frastagliato da colpi di scena. questo nuovo lo vedo pieno di labirinti, falsi segnali stradali, vuoti e come dire silenzi temporali e spaziali, per non parlare dei miraggi. è un febbraio nuovo di zecca, d'accordo, ma sai quando cominci a non chiederti più con lo stesso entusiasmo che cosa ti riserva un febbraio appena scartato?
così.
cerca di capirmi, però. ho mollato la cooperativa, faccio la disinvolta ma il mio pancreas sentimentale sanguina. nessuno mi ha chiesto di restare, anche se sono stata io a dire me ne vado. è come quando molli uno e lui subito ti porge il sacchetto con lo spazzolino e la crema idratante che non ingombravano poi così tanto il suo bagno.
vabbè.
ho scartavetrato via un amore talmente bene che ogni tanto mi soffermerei a guardare questo capolavoro di legno decapé. non ho lasciato nemmeno un quadrotto da far vedere agli amici per rendere l'idea di com'era prima. zacziczac, sbucciato, dolorosamente grattugiato.
e tutto quello che mi succede in questi giorni è un consolidamento di precarietà. sono precaria da una vita, e tutto questo gran parlarne mi sembra già vecchio. sono avvantaggiata come i poveri in tempi in cui bisogna stringere la cinghia. che poi non è male come condizione. basta non pensare ai giorni di pioggia che sicuramente verranno con un esercizio di rimozione che ha l'unico vantaggio di lavar via una serie di stress collaterali da formica.
firmo non-patti di non-progetti, il massimo di proiezione che mi permetto è da martedì a giovedì. ieri ho sentito un amico dopo due mesi e gli ho riassunto le puntate. mi ha tranquillizzato, dice che tutto procede secondo i miei standard. non sapevo di avere degli standard.
si avvicina uno tsunami di crisi d'autostima, ma la novità è che ho piazzato dei sensori un po' dappertutto. e mi fa ridere pensare all'espressione sul tuo viso quando mi dici che non capisci proprio perché diavolo di motivo mi piaci. mi viene quasi da accusarti di appropriazione indebita delle MIE insicurezze.