(verve, this could be my moment)
Quando entri nel bar ti rendi conto in un secondo di aver varcato una soglia spaziotemporale fatta di fregnetti di plastica di ogni colore appesi alla tendina. È l’unico bar con buffet e controbuffet che abbia mai visto, nei cuscini delle sedie è ricamato il nome dell’avventore. Appena entri, zac, Iride tira fuori da un baule di vimini che un tempo conteneva un elegante cesto natalizio dello Stock 84 il “tuo” cuscino. Se è la prima volta, ti tocca quello con su scritto gradito ospite incorniciato da violacciocche su chinz azzurro bebè. Ma la volta dopo, sta’ sicuro, ci sarà il tuo nome. E non è mai capitato che qualcuno sia entrato una volta sola nel bar delle sorelle Peduto – Iride, Elide, Aulide e Tauride, ma solo Iride manda avanti l’esercizio. Torni sempre, con la consapevolezza che ogni volta non sarà come quella precedente, anche se tutto si conserva esattamente come l’hai lasciato. Dev’essere quella sindrome del progressismo conservatore di cui si parlava qualche decennio fa.
non ho mai alcun dubbio sul fatto che, quando entro in una sala, tutte le attenzioni si rivolgono a me e alla mia timidezza megalomane. se si parlotta, si parlotta di me. se si ridacchia, si ridacchia di me. mentalmente, non entro mai in un posto. esplodo sul posto, anche se arrivo con la morbidezza studiata di una novizia. il destino non pensa ad altro che a me e ai tiri che mi può giocare per mettermi in imbarazzo.
vivo nell'attesa della possibile catastrofe. inciamperò e cadrò e mi porterò appresso il cameriere. mentre tutti ridono guardando hollywood party, io soffro perché m'immedesimo. sarò accusata di quel che non ho fatto, scoprirò di avere avuto la lampo aperta o una foglia di prezzemolo sul dente tutto il tempo. ed è sicuro che prima o poi succederà quello che più temo, che mi toglie il sonno e martirizza le mie giornate: qualcuno mi darà la parola.
cerco di convincermi di avere un problema con le moltitudini, ma non è vero. per me due persone sono una folla. quando non riesco a scappare e mi trovo davanti a un pubblico (anche di under6), non penso ai membri del pubblico come a individui. li moltiplico per quattro, perché ogni individuo ha due occhi e due orecchi. quattro vie, quindi, per notare le mie gaffes. non serve chiedere al pubblico di chiudere un occhio o un orecchio per dimezzare il mio sconforto. non serve a niente. sono convinta di essere il centro dell'universo, e che la mia figuraccia verrà ancora ricordata quando le stelle saranno polvere.