venerdì, 18 marzo 2005
[(international) noise conspiracy, a small demand]
 
Fenomenologia del Vero Uomo – conclusioni
 
Questo paese è stato costruito da VvUu  (va letto come AaVv). Coloro che hanno unificato l'Italia non indossavano jeans, figuriamoci calvinklein. Cosa sarebbe successo a questo paese se Garibaldi prima della svolta del Volturno si fosse attardato dall’acconciatore per un massaggio facciale o per farsi la boccia con la macchinetta? E se avesse detto, invece dell’Obbedisco, “Accetto l’Alternativa Avanzata, Tenendo Conto di Tutte le Variabili”? Riesci a immaginare Giolitti con un perizoma all’uncinetto? Crispi con pantaloni a pinocchietto? Cavour in caftano con l’orecchino a sinistra? I Mille erano VvUu. Come sai, prima di imbarcarsi, i Mille sono saliti sulla collina di Nervi e si sono aperti la patta. Hanno atteso l’erezione e hanno seguito la direzione indicata dai loro cazzi (una volta tanto unanimi): Marsala. Non possiamo ignorare certe verità storiche.
Il mestiere adatto al VU è quello di camionista. Di quelli che dopo aver mangiato una coda alla vaccinara con tre peroncini si addormentano su strada e, se sentono il bisogno di una donna, accendono il motore e si scopano il radiatore.
Nel calcio il VU è il terzino centrale o il centravanti. Il centrocampo è roba da froci.
Le donne degli amici del VU sono uomini. Il VU non ha rapporti maturi basati sulla reciproca fiducia e sul rispetto della libertà dell’altro e tutte quelle cose là. Il VU tra l’altro crede che i diritti dei gay siano roba da froci.
Il VU non va mai ai vernissage.
Il VU non legge Marguerite Yourcenar, non ha letto Marguerite Yourcenar né leggerà Marguerite Yourcenar.
Cose che non troverai mai addosso a un VU: bastoncino di fabello per le labbra screpolate, caramelline per rinfrescare l’alito, biglietti per uno spettacolo di mimo.
Cose che non devi mai, mai dire a un VU: “fenomenologia”,  “écru”, “ton sur ton”, “andiamo a vedere il balletto?”, “assaggia queste cipolline”.
Cose che non sentirai mai da un VU: “outing”, “mi fa impazzire”, “il mio lato femminile”, “credo che per il divano sia meglio il bordeaux”.
Il VU ha una visione politica molto semplificata. Tra l’altro ha già ottenuto l’adesione di tutti i VvUu del paese alla sua campagna di rigenerazione del maschio italiano.
I quattro non si riuniscono spesso perché tutte ste riunioni sembrano roba da froci.
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giovedì, 17 marzo 2005
(servant, liquefy)
 
(l’ispirazione mi viene dalla lettura del pezzo di nicoletti sul tuttolibri di sabato scorso. S’intitola di tutto un blog, è scritto malino ed è un peccato perché l'idea era carina e originale: parlar male dei blog, ribadire che il blogger è prima di tutto uno sfigato e che l'autore del pezzo almeno viene pagato per scriver cazzate).
provo un’ammirazione sconfinata per gli Esperti in Qualchecosa. sarà perché a me, al massimo, possono chiedere “ma qual è, in definitiva, la versione corretta e incontestabile della ricetta del biancomangiare al cocco?”, non avendo io individuato nell’universo a noi conosciuto un campo più ristretto dell’universo stesso da coltivare con conoscenze specifiche. ammiro anche i Falsi Esperti, i Dietrologi e gli Interpretatori. difficile non imbattersi in uno di loro. vivono di notte e si cibano di tartine, il loro habitat naturale è nei Paraggi.
il Falso Esperto sa che, prima o poi, qualcuno gli dirà “oh gianluca, tu che sai tutto del mercato dei capitali”, ed è sempre pronto a ribattere “non esageriamo, non esageriamo” (una delle caratteristiche del Falso Esperto è la Falsa Modestia). quando l’interlocutore incauto gli pone la fatidica domanda “tu che mi consigli?”, se sei nei Paraggi ti conviene afferrare saldamente una maniglia, un bracciolo, una colonna dorica, per non essere sommerso da un’ondata di gergo. essendo un Falso Esperto, il gergo viene inventato lì per lì (secondo me):
“beh. dipende dallo yield che hai in mente, dal throwback e dal ciclo refrattario che sicuramente hai considerato. nella fascia delle azioni top market, il throwback si allinea sul repass e non sul release, non so se mi spiego”.
“no, non ti spieghi”.
e allora il Falso Esperto sorride tristemente e apre le braccia per dire come si fa a parlare con i profani?
il Dietrologo sembra sempre sapere più di quanto possa dire. se si parla di politica, i boatos volano nell’aria, ma lui ostenta una discreta riservatezza. finché qualcuno chiede la sua opinione e lui pondera a lungo prima di rispondere:
“le cose sono molto più complicate di quanto pensiate”.
o il micidiale
“non è così semplice come sembra…”
si forma quel silenzio che precede i grandi colpi di scena, ma il Dietrologo tace. resta sottinteso che deve proteggere le sue fonti.
per l’Interpretatore, tutto dev’essere posto nella prospettiva delle vaste trasformazioni storiche che solo lui riesce a cogliere.
“la crisi del socialismo in europa è direttamente proporzionale al declino dell’uso del grasso animale nei paesi UE. impossibile non tenerne conto”.
e se qualcuno gli chiede maggiori dettagli sul suo teorema l’Interpretatore bolla la domanda come tipica manifestazione di ostilità parecchio significativa alle interpretazioni non ortodosse, e si mette a interpretare i moventi di chi gliela pone, invocando la santa inquisizione, i grandi eretici della storia, e sapevate che tutta la riforma protestante si spiega a partire dalla stitichezza di martin lutero?
comunque sto cercando di crearmi almeno un gergo tutto mio. ho deciso di puntare sul mondo marinaro, forte della mia esperienza velistica (sto sdraiata tutto il tempo a prendere il sole a mo’ di polena, ricordando agli amici che si danno da fare che qualunque cosa facessi potrebbe recare danno al natante). ogni tanto mi alzo perché la birra si riscalda. mentre cazzano e lascano intorno a me, sogno il mio gergo da signora dei venti e delle vele e, specialmente, dei fantastici nomi delle attrezzature.
nei sogni sono al timone e lancio ordini perentori all’equipaggio.
“raccogliete la tracimata!”
“allargate la bimbolona, sennò ci perdiamo il verziere!”
il verziere è un vento che nasce nelle coste occidentali dell’africa, fa il giro delle malvinas e torna indietro e ci attacca a boribordo. profuma di spezie, carcasse di balena e del collo di un mio fidanzato del liceo.
vabbè, lo so, non c’entra niente con il pezzo di nicoletti. il fatto è che dopo averlo letto l’unica voglia era di parlare d’altro.
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martedì, 15 marzo 2005

(verve, this could be my moment)

Quando entri nel bar ti rendi conto in un secondo di aver varcato una soglia spaziotemporale fatta di fregnetti di plastica di ogni colore appesi alla tendina. È l’unico bar con buffet e controbuffet che abbia mai visto, nei cuscini delle sedie è ricamato il nome dell’avventore. Appena entri, zac, Iride tira fuori da un baule di vimini che un tempo conteneva un elegante cesto natalizio dello Stock 84 il “tuo” cuscino. Se è la prima volta, ti tocca quello con su scritto gradito ospite incorniciato da violacciocche su chinz azzurro bebè. Ma la volta dopo, sta’ sicuro, ci sarà il tuo nome. E non è mai capitato che qualcuno sia entrato una volta sola nel bar delle sorelle Peduto – Iride, Elide, Aulide e Tauride, ma solo Iride manda avanti l’esercizio. Torni sempre, con la consapevolezza che ogni volta non sarà come quella precedente, anche se tutto si conserva esattamente come l’hai lasciato. Dev’essere quella sindrome del progressismo conservatore di cui si parlava qualche decennio fa.

Iride ti costringe ad aprirti e raccontare. Non prima di aver fatto un pasto sostanzioso, a base di maritozzi con la panna, ciabattoni con la nutella, bomboloni con la crema e sorchette doppio schizzo (se chiedi cos’è vieni spedito nel retrobottega con una pila di giornaletti). Capiti lì per consultare Iride e risolvere un problema, e spesso il problema sparisce sotto una una valanga ipercalorica che ti fa solo desiderare di annegare in un lago di citrosodina.
Stamattina, per esempio. Aspetto che Iride finisca di erigere una piramide di uova sode poggiate su capitelli di corallina. Non fa mai domande, Iride. La sua strategia rettorica è prevedibile ma efficace. Affermazione breve e perentoria, sguardo indagatore ma non invadente, silenzio d’attesa. E non c’è cazzi, funziona sempre. Con me si limita a un “nun c’eri, ieri matina” coi puntini di sospensione che librano dal mandala di monscerì e pochetcòffi. E via, le racconto del mare e dei due giorni di lavoro e chiacchiere, e del tipo che conosco da una vita e mi piace ma non abbastanza, e dell’eterno dilemma tra chiodoscacciachiodo e splendida solitudine masturbatoria.
- Ma ce vai a letto?
- No.
- Vacce. Vedi n po’ come se la cava. Poi ne parlamo.
Esco dal bar con una poderosa sensazione di leggerezza, malgrado le tre fette di ciambellone nocciolato con glassa di Rosso Antico. Iride ha conservato una preziosa partita di bottiglie di Rosso Antico. Le spaccia con parsimonia, il Rosso Antico è fuorilegge da vent’anni.

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mercoledì, 09 marzo 2005
(nick cave, breathless)

non so se mi leggi ancora, fratello, ma ieri sei entrato nella casa dei 40 e solo ora puoi capire certe cose di cui ti parlerò.
la porta si chiude. le tavole scricchiolano sotto i piedi. in giardino ci sono due nanetti scrostati e dalla faccia diresti che sanno qualcosa che non sai. ma l'unica cosa che avrebbe dovuto essere detta - "non entrare" - non è stata detta. e ti metti a cercar fantasmi, a sudare freddo e ad autotastarti. dicono che che l'autotastata seria inizia solo nella casa dei 40. devi controllare se è tutto vero e soprattutto che cazzo di dolore sarà mai quello.
dalle profondità notturne della casa dei 40 si alza un mormorio che all'inizio non capisci. sembra dire cekka cekka. che mai vorrà dire cekka? cerchi di scappare ma non trovi la maniglia. dalle vetrate impolverate a malapena vedi la casa dei 30, dall'altro lato della strada. non serve urlare. si capisce che di là c'è una festa. nessuno ti sentirà.
e pensare che sei passato dalla casa dei 30 come un turista. guardavi la casa dei 40 e la trovavi carina. ti immaginavi lì brizzolato, saggio e vagamente appagato. non sapevi che era così, dentro. hai perso la festa nella casa dei 30 e non puoi tornare indietro.
(cekka cekka)
trascini i piedi per terra. al buio, senti uno sbattere d'ali. pipistrelli! e i passi frettolosi di topi spaventati. la scarsa luce che attraversa le vetrate illumina appena le ragnatele penzolanti che oscillano lentamente in mezzo alla sala, come veli sepolcrali.
(cekka cekka)
d'improvviso l'orologio sul muro batte l'ora. dodici volte. dopo l'ultimo rintocco si apre una porticina ed esce un cucù scoglionato. con le occhiaie. il cucù si guarda intorno, sospira e torna dentro l'orologio. l'uscita! dov'è l'uscita?
(cekka cekka)
arriva il maggiordomo. un incrocio tra dario argento e una iena di italia uno. ti suggerisce di sederti e metterti comodo, i prossimi 10 anni passeranno in un baleno. cerchi di dire che hai cambiato idea, che vuoi tornare indietro, che hai dimenticato il coltellino svizzero nella casa dei 30, l'uscita! il maggiordomo sorride e dice che ci sono solo tre uscite dalla casa dei 40. verso su, verso giù o verso la casa a fianco.
la casa a fianco?
la casa dei 50. non è un granché.
(cekka cekka)
perdi la pazienza.
ma insomma cos'è sto cekka cekka?
il maggiordomo spiega che è la prima raccomandazione che fanno a tutti quelli che entrano nella casa dei 40. check up generale. non basta l'autotastata.
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martedì, 08 marzo 2005
(interpol, evil)

Uno degli abissi della creatività umana è la porta dei bagni pubblici. Come indicare che una porta è quella del bagno degli uomini e l'altra del bagno delle donne senza essere ovvi? E' chiaro che questo è uno di quei casi in cui si dovrebbe scegliere l'ovvio senza tentennamenti. Invece no. Le persone vogliono essere originali. Uomini e Donne, Ladies e Gentlemen, Signore e Signori o semplicemente U e D non bastano. Il bagno è una cosa che imbarazza talmente tanto che la soluzione viene cercata nell'altro estremo, quello della falsa disinvoltura e della spiritosaggine. Ho cominciato a collezionare esempi, con una voluttà inutile che finirà nella pazzia ossessiva o in un saggio sociologico. Eccoli.
Topolino e Minni. Inevitabili. Li ho già trovati nelle peggiori bettole, in stridente contrasto con la sordidezza dell'insieme. Topolino e Minni in allegre colorate pose, come se attraverso quelle porte si tornasse all'infanzia invece di entrare in asfissianti camere di fetore adulto. Se il locale cade a pezzi puoi star sicuro che sulla porta degli uomini ci sarà un cilindro e un bastone e in quella delle donne un ombrellino rosa. Fred Astaire e Ginger Rogers prima o poi arriveranno.
Charlie Brown e Lucy, certo. Lui e Lei, naturalmente. Maschietti e Femminucce, ahiloro. Una volta in un ristorante ho trovato due indicazioni sul genere dei bagni: un limone e una mela. Sono rimasta un due minuti a ponderare il significato occulto di quei simboli frutticoli finché mi sono resa conto che erano solo IL limone e LA mela. Oppure il messaggio era un altro e continuo a non capire? Un'altra volta, in un pub di San Lorenzo, ho passato qualche angosciato minuto per scoprire che il capoccione di Karl Marx aveva la stessa funzione di Topolino, non era propaganda. Nell'altra porta c'era Marilyn, e ho avuto l'istinto di protestare per rivendicare almeno una Rosa Luxemburg paritaria.
Questo tipo di raffinatezza può creare confusione. Cosa fare se in una porta trovi il ritratto di Oscar Wilde e nell'altra Gertrude Stein? Ma immagino che in un locale che arrivasse a questo tipo di sottigliezza non farebbe molta differenza. Entrambe le porte porterebbero allo stesso bagno.
Quando la comunicazione dev'essere rapida e internazionale - aeroporti, per esempio - si usano i simboli consacrati del pupazzetto in calzoni da uomo e del pupazzetto in gonna da donna, disprezzando il fatto che poche donne usano le gonne oggi. E non si cogita sull'eventuale scozzzese in gonnellino convinto dell'esistenza di un bogno tutto per lui negli aeroporti.
Mario e Maria. Adamo ed Eva. Scarponi e Scarpette. Leoni, diomio, e Domatrici. Nastri azzurri e nastri rosa. Un bulldog e una gattina. Diabolik ed Eva Kant. Valeria Marini e Raul Bova ritagliati da una copertina di Sorrisi e Canzoni...
Sicuramente conosci un sacco di altri esempi. Per favore, non dirmeli. Sto cercando di smettere.
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lunedì, 07 marzo 2005
 (joss stone, right to be wrong)

non ho mai alcun dubbio sul fatto che, quando entro in una sala, tutte le attenzioni si rivolgono a me e alla mia timidezza megalomane. se si parlotta, si parlotta di me. se si ridacchia, si ridacchia di me. mentalmente, non entro mai in un posto. esplodo sul posto, anche se arrivo con la morbidezza studiata di una novizia. il destino non pensa ad altro che a me e ai tiri che mi può giocare per mettermi in imbarazzo.

vivo nell'attesa della possibile catastrofe. inciamperò e cadrò e mi porterò appresso il cameriere. mentre tutti ridono guardando hollywood party, io soffro perché m'immedesimo. sarò accusata di quel che non ho fatto, scoprirò di avere avuto la lampo aperta o una foglia di prezzemolo sul dente tutto il tempo. ed è sicuro che prima o poi succederà quello che più temo, che mi toglie il sonno e martirizza le mie giornate: qualcuno mi darà la parola.

cerco di convincermi di avere un problema con le moltitudini, ma non è vero. per me due persone sono una folla. quando non riesco a scappare e mi trovo davanti a un pubblico (anche di under6), non penso ai membri del pubblico come a individui. li moltiplico per quattro, perché ogni individuo ha due occhi e due orecchi. quattro vie, quindi, per notare le mie gaffes. non serve chiedere al pubblico di chiudere un occhio o un orecchio per dimezzare il mio sconforto. non serve a niente. sono convinta di essere il centro dell'universo, e che la mia figuraccia verrà ancora ricordata quando le stelle saranno polvere.

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venerdì, 04 marzo 2005
(hives, two-timing touch and broken bones)

primo giorno di scuola. ho portato un sacchetto di ovetti lindt per corrompere gli alunni. sono nove, hanno dai sei ai dieci anni e sono di una bellezza assurda.
maestra: oi gente. hoje não tem aula, vou contar uma história e depois a gente come esses ovinhos e só. (= buongiorno diletti bambini, invece di farvi una tediosa lezione tradizionale vi darò solo un piccolo assaggio di alta letteratura, poi faremo merenda e ce ne andremo lieti al focolare).
rogério: ‘fessora, a marta me deu um beliscão! (= signora maestra, la mia compagna di banco mi infastidisce!)
maestra: ‘fessora ce sarai. ( = preferirei che tu mi chiamassi per nome)
marta: é mentira, é ele que me cutuca! (= il mio compagno di banco non dice il vero, in realtà è lui che mi disturba)
maestra: voces sabem como se diz paquerar em italiano? (= sapete come si dice paquerar in italiano?)
todos (=tutti): não! (=no)
maestra: eu também não! (= in teoria sono qui apposta per spiegarvelo)

(todos a quel punto capiscono che il corso non sarà una passeggiata).
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giovedì, 03 marzo 2005
(graham coxon, spectacular)

avevo concepito il seguente post:

(musica)

poi

0

poi mi sarei sloggata per autocommentarmi e avrei fatto un fake di vostri commenti così concepito:


Non puoi porre senza preavviso l'enigma della non esistenza. Non puoi costringerci ad affrontare una cosa così bizzarra come l'insieme di ciò che non esiste (e che esiste, però) senza subire quanto meno delle ritorsioni citofoniche.
All

Dopo Darwin ero (quasi) sicuro che saresti passata agli algoritmi.
Bixj

Perché mai io, proprio io, contro la cui esistenza sono state annoverate tante probabilità, dovrei essere davvero viva? O, nella versione estrema dei maya: perché mai questo fragile universo, un sasso sbucato dal nulla, dovrebbe essere nato?
A parte la filosofia, che succede, stai per lasciarlo? ;)
Brezzamarina

Questa storia dell'orologio della metafisica che non si ferma mai mi è sempre sembrata una cazzata; comunque sto zitto in un angolo e prendo nota. Stai facendo tutto da sola. en passant, graham coxon non mi piace.
CalMa

Nessun attacco razionale a questa parete di ghiaccio può avere successo, tutti i tentativi di ragionare sulla sopravvivenza del più adatto o sulle collisioni casuali, sul Sarà o il Sarebbe o il Dovrebbe, avvengono all'interno del suo perimetro. A parte questa piccola premessa, sei sicura, mio tesoro adorato, che sia uno 0 e non una O?
Climacus

Un pareggio unilaterale a reti inviolate: stai cercando di insegnare alla mosca la strada per uscire dalla bottiglia?
calciototale

A proposito, quando facevo il casellante di sera parlavo coi binari. Mi dicevano che erano molto tristi. Stavano insieme da anni e non si erano mai potuti incontrare. Dico questa cosa solo per il piacere di scrivere potuti.
eddiemac

Tutte palle
The Infinite Jest

A me sembra che stai cercando di venderci ciotole giapponesi, oppure scarpe da ginnastica, jeans molto storti o soprabitini color cacchetta
Jorma

io non ho capito un cazzo
Junior

Nemmeno io, mi viene in mente solo uno scatolone da trasloco e uno spot, ma non ricordo quale.
LaContadina

Questo non è un post, è un'installazione da leggere avvolti in tuniche bianche.
-marika-

Io la tunica bianca non la metto. Comunque per capire questo post bisogna andare alle sette del mattino a fare colazione con cornetto e cappuccino a Santa Maria in Trastevere. Per festeggiare 0 maggio
miic

Lessiii, trasaliii e ritrovaiiii antichi sapori. 0 topa, come sempre. Seghe anche stasera.
mindbrothers

Ti dispiace se ti degrado da polena a mezzomarinaio? o 0marinaio?
Papoff

Sono perso tra piscine bellissime e modelle ecuadoriane fotografate da eredi eretici di Alvar Aalto in saune finlandesi. Potrò commentare lo 0 solo tra il 13 settembre e il 9 ottobre.
7denari

ho letto questo post a Colui che sta preparando la cena. Siamo dovuti andare in pizzeria. Mi devi 17 euro.
sobol

Ho capito la tua trappola. Stai cercando di farci sentire come Socrate quand'era giovane e Parmenide quand'era vecchio. Quand'anche ci riuscissi e quant'unque ci ribellassimo, non puoi non imporci di non usare la non-negazione. Non puoi non cercare di non convincerci che non ci sono buchi né vuoti né che il piccolo diventa sempre più piccolo ma non si annulla mai. Difenderò fino alla morte il diritto al NON. Ora vado a recuperare i bambini che NON ho dimenticato nel bosco.
Tulipani

Siamo tutti caduti nella trappola dei tuoi frattali. L'unica risposta possibile è "torta di mele"
Urlandofuriosa

No, dico, ti farei chiacchierare col pupazzo di neve che ho appena creato dal nulla. Ho solo paura del tuo nichilismo, cercherai di negarlo e ti mangerai pure il naso di carota!
vouvoltar

Anche se a quest'ora è davvero stucchevole e inutile fare commenti, vorrei farti notare che 0 ha un che di asessuato e asettico che in questo momento è troppo in conflitto con le mie esperienze vitali. Ti dispiace se ripasso quando gli/le avrai trovato almeno uno straccio di nome? O l'avrai fatto diventare, che so, una Q?
Workitout

(avevo appena finito di scrivere tutta sta pappardella e mi accingevo allegramente a prenderVi per il culo. poi m'è venuta una crisi di coscienza. poi i rimorsi. poi il naaaaaa. poi il machiticredidessere. e poi sballerai il contatore dei commenti e la tua gara con tulipas non la vincerai nel modo limpido e onesto che ti contraddistingue.
quindi lo posto pusillanimemente senza rifinire il fake.)
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mercoledì, 02 marzo 2005
(ben harper, there will be a light)

le persone sono più intelligenti mentre dormono che quando sono sveglie. tutte sognano, anche se poi non se lo ricordano, e i loro sogni sono sofisticate narrazioni cifrate, di grande complessità tematica e ricchezza simbolica. ho fatto un viaggetto tra sogni di blogger. ce n'è che sognano come borges, altri che portano l'arte dell'ellissi visiva a estremi di creatività, e poi altri che sono surrealisti onirici, quando dormono. il sogno non è solo la grande livella - anche SbirulinaScoppiettante scriverebbe come Silvia Plath se potesse mettere i suoi sogni su carta - è anche un grande cancellatore di frontiere: i miei sogni e diciamo quelli di al sono pluggati allo stesso provider che fornisce segni e maschere ai desideri, e paure a chi offre di più. i sogni non sono il linguaggio comune della specie solo perché non siamo ancora arrivati a un vocabolario comune per capirli.
i messaggi sono gli stessi per tutti noi, variano le interpretazioni. giorni fa ho fatto un sogno intelligentissimo, e chiarissimo - mentre lo sognavo. poi, dannazione, mi sono svegliata e non ho capito più niente.
ero in mezzo al mare, muovevo braccia e gambe per mantenermi a gala, e sapevo, non so come, che a qualche chilometro dai miei piedi c'era la carcassa del titanic. secondo l'ortodossia freudiana, sognare l'acqua ha a che vedere col sesso. è vero che per l'ortodossia freudiana tutto ha a che vedere col sesso, l'acqua è solo il più ovvio. alla faccia del freudianesimo ho interpretato la mia situazione come la continuazione, nel mondo cifrato, dell'ultimo mio pensiero prima di addormentarmi. avevo applicato la tecnica che mi avevi spiegato quella volta che siamo andati a mangiare all'ex zozzone di via pisacane. decidi cosa NON devi sognare e via. ovviamente ho modificato un po' il protocollo, cercando di inserire quello che vorrei sognare. ma anche se mi concentro su benicio per esempio, non è automatico ritrovarlo nel sogno. può apparire un simbolo di benicio, ma questo lo saprai solo dopo, nell'interpretazione (era quell'uccello!), quando sarà troppo tardi. ho dedotto di aver sognato il mio modo di vedere la condizione umana. l'oceano era il tempo. io, modestamente, l'umanità.
e la carcassa del titanic in fondo al mare? ricordo quanto mi ha colpito la ricostruzione grafica del titanic adagiato sul fondo dell'abisso, dopo che hanno localizzato i resti. era un documentario di james cameron, girato prima del film. com'era profondo il fondo! il titanic del mio sogno forse era un riferimento. la distanza tra la superficie del mare e la sabbia dove riposa la carcassa simbolizzerebbe il tempo trascorso dalla creazione del mondo, la mia ridicola altezza rappresenterebbe il tempo della nostra esistenza nel pianeta. contando da tutte le forme preistoriche degli ominidi siamo una specie recentissima. e anche nella sintesi storica del mio corpo agitato, solo la porzione dalla testa in su rappresenterebbe l'uomo agricolo-pastorale-industriale che siamo dall'altroieri, in termini relativi.
durante la maggior parte, quasi il 90% del nostro passato di gente siamo stati cacciatori-raccoglitori. abbiamo ancora i canini, e una vaga inquietudine da nomadi, che ci ricordano quei tempi. dicono che stavamo meglio allora: mangiavamo più proteine e avevamo una dieta più varia prima di scoprire l'agricoltura - e facevamo più movimento. con l'agricoltura e l'allevamento degli animali sono arrivati la monocultura, il sedentarismo e i primi gruppi umani che hanno convissuto con gli escrementi, i propri e quelli delle loro bestie. nascevano al contempo la civiltà e la zozzeria.
ma qual era il mio significato, nella superficie di quell'oceano, a chilometri dal fondo e dall'origine della vita? credo che fosse un simbolo della megalomania umana, della nostra assurda pretesa che diecimila anni di esistenza eretta ci diano una rilevanza maggiore di quella della libellula, che vive un solo giorno. calcolando il tempo trascorso da quando il primo protozoo si è diviso nei miasmi gorgoglianti, anche la specie umana ha vissuto un solo giorno. e una notte, per poterlo sognare. mentre mi dibattevo in mezzo all'oceano simbolico, non ero che un moscerino sulla superficie del paiolo di marmellata, convinta che tutta quella dolcezza fosse in mio onore. la sintesi del mio sogno è che siamo moscerini pieni di pretese.
poi è arrivata una chiatta imbandierata con a bordo cleopatra e vittorio emanuele II abbracciati a poppa, mentre qualcuno a prua gridava verso di me: delete! delete!
mi sono svegliata e il significato del sogno è tornato oscuro.
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martedì, 01 marzo 2005
(elis regina, formosa)

lost in translation

sull'Internazionale di questa settimana, pagina 28, "Un pinguino ai tropici", di Julian Bibbell, pubblicato su Wired:

Due anni fa, in una tipica serata tropicale, una piccola delegazione di studiosi e militanti per i diritti degli utenti di internet - tra cui Lawrence Lessig di Stanford, William Fisher di Harvard e John Perry Barlow dell'Electronic frontier foundation - sedeva nel soggiorno di un attico in riva al mare, a Rio de Janeiro. Stava descrivendo le virtù della condivisione della cultura attraverso internet al nuovo ministro della cultura brasiliano. Gilberto Gil sedeva sul pavimento a piedi nudi e gambe incrociate, accarezzando la chitarra acustica che aveva sulle ginocchia.
Oltre a essere uno dei più importanti uomini politici del Brasile, Gil è anche un musicista famoso, con alle spalle un elenco di classici della canzone lungo quarant'anni. Era difficile dire, perciò, come avrebbe reagito alla proposta degli americani: creare un archivio online di tutte le canzoni brasiliane, tutte scaricabili gratis. Quando l'esposizione di quel piano ambizioso è finita c'è stato un attimo di silenzio. Gil ha strimpellato un paio di accordi di riflessione e poi, mentre Lessig e Fisher si guardavano perplessi, si è lanciato in una performance di cinque minuti del classico della bossa nova "Formosa". Gratis.
Era chiaro che Gil appoggiava il progetto.


1. "Formosa" non è un classico della bossa nova, è un samba tra i più belli mai scritti.
2. La risposta di Gil era ben più raffinata di quanto i gringos potessero afferrare. Il testo di "Formosa" dice

Formosa
não faz assim
carinho
não è ruim.
Mulher que nega
não sabe não
mas tem uma coisa de menos
no seu coração

(bella mia, non fare così, le coccole non sono cattive. Le donne che la negano non lo sanno, ma hanno qualcosa di meno nel cuore) (solita traducción aborrachada)

Se quei tre gringos mi avessero portato come interprete, gli avrei detto già due anni fa che il governo Lula avrebbe adottato Linux come sistema operativo ufficiale, e che avrebbe offerto musica gratis e software libero per tutti, senza tante pippe.
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