sabato, 30 aprile 2005
(system of a down, b.y.o.b.)
 
le nazioni hanno inni, le squadre di calcio (immagino anche la pallavolo) hanno inni, non capisco perché le famiglie e le persone non possano avere il proprio inno. (un dubbio mi assale, e di questi tempi è una violenza gratuita: magari le professioni hanno i loro inni e non li conosco.
 
in mezzo ai canali
buccofacciali
tu trapani i mali
con odio e furor.
la placca finisce,
la carie perisce,
il tartaro fugge
dal vil disonor.
 
oppure:
 
giornalista, la tua vita è dura
affronti senz’armi o paura
smentite, querele, censura,
e frequenti senza timore
l’addetto stampa dell’assessore.
 
e posso immaginare la prima strofa dell’inno degli avvocati:
 
habeas corpus! habeas corpus! habeas corpus!
 
chiudi parentesi. perché le famiglie non possono avere i loro inni ?
 
Campione di statistiche
e di esperienze mistiche
mille nascono e muoiono ogni dì.
domini con impeto faraonico
qualunque elenco telefonico:
sei un Rossi, uno, nessuno, centomì!
 
gli inni familiari possono essere colmi di orgoglio e alterigia.
 
Zucconi siam, Zucconi sarem,
Zucconi morirem!
 
alcuni cognomi avrebbero qualche difficoltà a mettersi d’accordo su un inno comune. Martini, per esempio. prevale il cardinale o il vermut?
nessun inno avrebbe melodia più bella di quello della famiglia Morricone. né parole più belle di quello della famiglia De Andrè.
sto pensando di riunire gli Araujo d’america e d’europa, compreso il ramo di manaus che suppongo sia il più interessante, per inventarci un inno che ci unisca nei momenti difficili. il guaio sarà trovare, nella versione italiana, una rima per araujo.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (8)
venerdì, 29 aprile 2005
(just like honey, jesus & mary chain)
 
dario.
ti conosco da tempi e tempi e fin dalla prima volta che ci siamo parlati mi sono resa conto che hai fretta. la tua non è la solita fretta, quella che accavalla le consonanti in bocca e inciampa i piedi o le mani. è una fretta inesorabile e lineare e logica: se faccio x voglio arrivare subito a y, o che almeno qualcuno mi dica che questa è la strada giusta.
spesso, troppo spesso, sono costretta a dirti di rallentare, di aspettare, di rimandare, di pensarci sopra. è un ruolo bislacco addosso a me, quello della smorzafretta. mai badato molto alla triade che crea impedimenti reali ai gesti di rottura (è immorale, è illegale, ingrassa). sempre fatto esattamente quello che mi andava di fare, senza rimandamenti. ovvio che ho ammantato questa mia microlibertà d’un piccolo guardaroba di nobili ragioni (seguo l’istinto, ho come l’intuito di dover fare così, non posso fare altrimenti, ci vuole coerenza, che gusto c’è se non corri dei rischi, e via ricamando).
tra l’altro, quando ti dico che ci vuole ancora tempo e tempo e tempo e lavoro e lavoro e lavoro, mi sento una schifezza. ma è così. non sei ancora pronto. quel giorno che non arriva mai è ancora acquattato dietro una montagna di dimegliodafare, di prove e backspace e scrollup. ho appena letto quello che abbiamo pinzato con tanta cura tra le nostre cose. non va. e se vuoi avere una cifra diversa da zero, devi aspettare. dobbiamo aspettare.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (4)
lunedì, 25 aprile 2005
(fdg, vai in africa, celestino!)
 
Che du paia di settimane.
 
Sto preparando la nota spese di aprile. Il rebus che i famosi archeologi scafandristi del 2405 dovranno decodificare nella solita moleskine è il seguente:
 
Charles è morto, Camilla ha sposato il nuovo pontefice (Ranieri XVI). Un paparatzo tedesco ha provocato una crisi di governo in Italia. Roma è stata occupata da truppe polacche e bavaresi. Stephanie ha perso le elezioni, Caroline ha vinto 13 a 2, Alberto è passato all'Udeur. MTV è stata sommersa da sms di gggiovani che salutavano il loro nuovo guru, il rapper GP2. la frase "fanculo bosch" non è stata decrittata.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (18)
domenica, 24 aprile 2005
(garbage, why do you love me?)
 
Il punto.
 
Bella questa camicia. Adoro gli uomini con le camicie azzurre e le maniche arrotolate. Anche quando non sono abbronzati. Vedere le braccia mi rassicura, e la manica arrotolata ti dà sempre l’idea che l’uomo sia in procinto.
 
Il punto è.
 
Ti va di andare al concerto dei subsonica? Sono un gruppo jazz, molto raffinati, suonano solo roba pre-coltrane. Lo fanno al Palalotto. Un localino tranquillo, poco rumore, ci vanno solo sordomuti romantici e solitari. Musica colta, non come il pop commerciale di Diamanda Galas.
 
Il punto è che.
 
Ah, ho comprato il frigo. E’ stata dura, perché il reparto frighi era dietro quello elettronico e ho dovuto resistere alla tentazione di comprarmi un monitor lcd 29 pollici che finalmente non dovrei mettere gli occhiali davanti allo schermo. E poi i portatili, mi è rimasta di traverso la triste fine del mio acerino morto lo-sai-come. Comunque l’ho comprato il frigo, è più piccolo ma ha un motore unico e il termostato interno, classe A+. Non chiedermi cos’è, ho seguito le indicazioni del tecnico. E italiano, basta tedeschi.
 
Il punto è che non.
 
Ti sei informato per i bed&breakfast scozzesi? Guarda che l’ho vista in libreria una guida tipo ‘in scozia con meno di 5 euri al giorno’. Perché gli scozzesi hanno fama di tirchi ma sono carestosi, meglio prepararci. Ma sei sicuro che nelle Low Highlands a maggio non piova tutto il tempo? Ma si chiamano proprio Low Highlands? Non è un ossimoro turistico?
Il punto è che non ti.
 
Ah, non ci vengo alla cena di Laura. Laura cucina sempre della roba strana, troppo antropomorfica. Ti dispiace se vi raggiungo dopocena? Tanto arrivo sempre in ritardo e subisco quegli sguardi affamati carichi di rimprovero, mi sento sempre come Oliver Twist quando chiede un altro po’ di zuppa.
 
Il punto è che insomma non ti.
 
Ho scaricato i Garbage e ho ripulito la tua cache da tutti quei divx fregatura, come fai a tenere tutto in memoria? Il tuo Mac ogni tanto gli vedo la linguetta alla fantozzi che gli spunta dal monitor, tanto è carico! Ti avevo raccontato che ho conosciuto il corrispondente dell’Economist quello che ha scritto il libro definitivo su Berlusconi? Ha un tic nell’occhio sinistro. Ora lo so che mi dirai che bado sempre ai dettagli irrilevanti. E’ stato molto carino, mi ha detto che (vista la mia squisita capacità previsionale sui nuovi papi) fonderemo il Club dei Nonvaticanisti. Parla come il doppiatore di Striscialanotizia! Hai presente quello che diceva ‘quella vecchia babbiona di Barbara’? mi sa che era Iachetti.
Il punto è che insomma non ti sopporto più.
 
Oh. La mangi tutta quella frittura?
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (10)
sabato, 23 aprile 2005
(negramaro, mentre tutto scorre)
 
(considerazioni a margine dell’acquisto di un nuovo frigo)
 
Durante l’assedio di Costantinopoli i veneziani usavano cadaveri di appestati come armi, catapultandoli sui muraglioni della città per infettare la popolazione. Non sempre funzionava.
- Generale, gli abitanti della città scappano dai cadaveri appestati.
- Allora catapultateli ancora vivi. Così possono inseguire quelli che scappano.
- Signorsì.
Certe volte i veneziani ricorrevano a metodi più sofisticati per sabotare il morale della città accerchiata. Per esempio per minare la coesione e la concordia degli assediati.
- Preparate gli intriganti!
Uno stormo di intriganti veniva sparato dalle catapulte sulla città in cui avrebbero fatto circolare notizie infondate e avrebbero seminato discordia. Oppure:
- Lanciate i sofisti!
Swoosh swoosh swoosh, ecco i sofisti che passavano sulle mura, per iniziare discussioni filosofiche sulla futilità della resistenza e dell’esistenza umana in generale.
O ancora, quando la resistenza sembrava incrollabile, arrivava l’ordine:
- Sparate gli incoerenti!
E piovevano incoerenti sulla città assediata, che in poco tempo sarebbe stata distratta da argomenti che non avevano niente a che vedere con la situazione,  trascurando la difesa e divenendo facile preda dei conquistatori.
Ti capita mai la sensazione di vivere in una città su cui hanno catapultato un tot di incoerenti per distrarre la tua attenzione con altri argomenti mentre ti saccheggiano?
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (14)
sabato, 16 aprile 2005
(earth wind and fire, shining star. kraftwerk, autobahn. bruce springsteen, born to run. pf, welcome to the machine. patti smith, piss factory)
 
Quando mai resisto ai questionari? Una volta ho fatto un lavoro (precario) per il ministero dei bbcc. Mi hanno dato da sbobbare venticinquemila questionari raccolti in musei e aree archeologiche italiane. Uno dei lavori più divertenti della mia frastagliata carriera. Il momento clou è stata la turista che ha suggerito di dare una mano di bianco al colosseo. Quatro esteline, quatro paperele, quatro pittatine.
Leggere che la uilm (a proposito, che è la uilm?) sta facendo un’indagine sociopsicopatologica sui blogger e cliccare sul link del questionario è stato un tuttuno. Prima o poi qualcuno scriverà un saggio sullo stravolgimento della percezione spaziotemporale provocato dall’avvento dell’ipertesto. Dovevo scrivere trentasei biografie di quasipapi, e invece ho risposto al questionario.
Però bisogna dire che lo fanno apposta, a farti traballare. Cominciano con l’Età. Stronzi.
Sul sesso ho apprezzato la possibilità di mettere la crocetta su Nessuna risposta.
Professione. Aristronzi. Non hanno previsto la voce Precario. E sì che siamo tanti.
Settore d’impiego. Per fortuna casella bianca.
Poi arriva l’hard core del questionario. Che genericamente metterò sotto la pertinente domanda “perché cazzo hai aperto un blog?”. Qui la tentazione di sballare le statistiche è forte. Perché è ovvio che avrei dovuto dare 5 a praticamente tutte le risposte possibili. Solo che erano scritte così male che ho segnato 1 a tutte. E ho usato la casella Altro per scrivere “xché sono irrimediabilmente sborona”. (ho scritto xché xché alla voce Età ho segnato 27).   
La domanda che mi ha messo davvero in crisi è quella che riguarda il futuro dei blog. Dove saremo tra un anno? Cosa diventeremo? Chi ci sarà al posto nostro? Ci sarà ancora un posto nostro? E, soprattutto, ci faranno pagare? (a ogni domanda su quali servizi saresti disposto a pagare per potenziare il tuo blog raccomando caldamente di mettere la crocetta sulla casella NESSUNO).
E mi è venuto in mente che quando stavo in seconda media girava in classe un quaderno (solo tra le femmine, tanto i maschi avrebbero scritto in ogni pagina laziommerda) in cui c’era una domanda per pagina e ciascuna metteva, anonimamente (beh), la risposta. Ricordo ancora la risposta di Antonella Berdini (tanto riconoscevo tutte le calligrafie) alla domanda “Sei comunista e perché?”: sono comunista perché mio papà mi ha detto di essere comunista.
Per la cronaca, la top five della II B era Sabato pomeriggio di Baglioni, Lady Marmalade di Patty LaBelle, Stasera che sera dei Matia Bazar, Rimmel di De Gregori e la quinta non me la ricordo ma temo fosse dei Vianella. Nemmeno una delle mie è entrata in classifica.
Perché è venuto fuori sto discorso? Riempire una diciamo lacuna? Sì. Il blog come farmaco antialzheimer. Metto i postit alle sensazioni passeggere ed effimere e apparentemente insignificanti, che qui si tende a riempire la cache di zavorra seria, pesante, ingombrante e noiosa.
Ora torno ai trentasei cardinali.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (14)
venerdì, 15 aprile 2005
(andrea ra, insieme al vento)
 
Sono lì che costruiscono uno dei ricordi più tenaci della loro vita e non lo sanno, uno di quei ricordi fabbricati con poco o niente, un pezzo di spago scotch carta da giornale e sputo per dire, nemmeno a un discount avrebbero speso così poco per un risultato così duraturo. Seduti sulla sabbia che mangiano un cono gelato e che parlano a sussurri, lui un po’ indispettito perché s’è sbilanciato più di lei, è volato un Tamo di troppo (secondo lui), lei esaltata da quel Tamo perfetto (secondo lei). Come tutti i grandi pirla, lui decide di riprendere un po’ di terreno in controffensiva.
Così quando lei gli chiede “e questa cicatrice qui sulla fronte?” lui non le racconta di essere caduto nella vasca da bagno quand’era piccolo. Dice:
- Cazzotti.
- Cazzotti? Tu?
- Sì. Parecchio tempo fa.
 Ed elabora.
Cazzotti per difendere una ragazza.
La sua ragazza.
Pensa a un nome.
Arianna.
Gli piace tanto il nome Arianna.
Quando lei gli chiede come si chiamava la ragazza per cui aveva fatto a cazzotti, ha già il nome bello pronto.
- Arianna.
- E ti piaceva?
- Tanto. Parecchio tempo fa.
- Perché hai fatto a cazzotti?
- Boh, chi se lo ricorda. Erano in due.
- Hai fatto a botte con due tipi per difendere questa Arianna?
- Già.
E lui va avanti a inventare.
Le racconta com’era questa Arianna.
Bruna, capelli lisci.
Studiava danza moderna.
Ecco, danza moderna.
Era stata una storia intensa.
Passione vera.
Per Arianna aveva fatto a cazzotti con tre tipi.
Quattro.
Una cifra.
- Era più carina di me?
D’un tratto, Arianna gli si presenta nei minimi dettagli in testa.
In bikini.
No, vestita.
Bellissima.
Che sorride al suo eroe.
Che lo ringrazia per averla difesa.
La donna più bella che avesse mai visto o immaginato.
Lei interpreta il suo silenzio come un sì.
E gli chiede se avrebbe fatto a cazzotti anche per lei come aveva fatto per difendere questa Arianna.
Lui sempre in silenzio.
Decide di essere sincero.
- Allora? – insiste lei.
- Non posso dirti una bugia.
Lei si alza e se ne va, non senza prima spiaccicare il cono gelato (stracciatella) che aveva in mano sulla fronte di lui.
Proprio sopra la cicatrice.
Lui nemmeno si pulisce la fronte.
Rimane dov’è, e pensa a questa Arianna.
Il gelato gli cola in faccia e lui pensa Arianna, Arianna.
Chissà se fa ancora danza moderna?
No. Volontariato.
Insegna danza moderna ai bambini down.
Aveva il nasino di Nicole Kidman, e quant’era dolce quando lo chiamava Ciccibillino.
E fossette.
Decisamente, fossette.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (27)
giovedì, 14 aprile 2005
(mars volta, the widow)
 
Dopo il funerale, le tre figlie sono rimaste lì a ricordare cose della zia Ninina
- Ti ricordi quando ha voluto guardare dietro le orecchie di Paolo?
Elena, la figlia più grande, s’era portata il ragazzo, Paolo, a casa per presentarlo alla madre.
E la zia Ninina aveva insistito per guardare dietro le orecchie di Paolo.
Diceva di capire tutto di un uomo, guardandogli dietro le orecchie.
Lo sporco dietro l’orecchio era segno di trascuratezza e, per una qualche ragione, di mancanza di grinta.
Elena terrorizzata aveva dovuto spingere Paolo, che aveva accettato l’ispezione, lontano dalla madre, mentre chiedeva alle sorelle:
- Tenetela ferma!
Elena aveva sposato Paolo, dopo aver giurato alla madre che lui non aveva neanche un briciolo di sporco dietro l’orecchio.
Ma la zia Ninina non se n’era mai del tutto convinta.
E lui non era in effetti molto grintoso.
- Cosa credete che dirà a Dio, quando lo incontrerà?
Le tre ci pensano.
Ilda, quella di mezzo, suggerisce la frase che la zia Ninina dirà, quando vedrà Dio per la prima volta.
- Da quanto tempo sto camicione non vede il sapone?
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (17)
sabato, 09 aprile 2005
(depeche mode, enjoy the silence 04)
 
Quello del portiere non è un ruolo, è una dannazione. Il tipo che sta in porta ha il fato nel senso tragico di “fado”, come dicono i portoghesi. Ma non è vero che nessuno vuole fare il portiere. Il calcio, come la letteratura, è pieno di esempi di persone che scelgono un destino tragico.
Alcuni fin da bambini. Come Amedeo, che fin da piccolo chiedeva di stare in porta. Secondo il senso comune delle partitelle di strada, non era un granché stare in porta. Ma non si è mai saputo se Amedeo sapesse giocare in un altro ruolo. Ha sempre preferito la porta. Anche dopo la prima pallonata in faccia è rimasto in porta. Anche dopo la prima papera umiliante è rimasto in porta. Amedeo non voleva solo fare il portiere. Voleva tutti i rischi, tutte le conseguenze, tutto il dramma di fare il portiere. Voleva il gol e il suo universo unico. Inclusi il ridicolo e le dita spezzate.
Diventò un portiere professionista. Bravo. Era alto, agile, coraggioso e soprattutto filosofo. Perché a un portiere servono a poco una parata straordinaria e una figuraccia spettacolare se non li affronta come una lezione – non al portiere, ma all’Umanità. Amedeo s’incazzava quando definivano una delle sue parate “miracolosa” o uno dei suoi errori “sfiga”. Non c’erano miracoli, non c’era sfiga, non c’era l’intervento di terzi. Era sempre l’Uomo contro il suo destino.
Un giorno chiacchierava con Freddi e gli disse:
- Camus faceva il portiere.
- Chi?
- Albert Camus.
Freddi era il preparatore, l’assistente del mister e il confidente dei calciatori.
Non aveva mai sentito il nome di quel portiere, e guarda che li conosceva tutti. In che squadra giocava? Ma Amedeo era fatto così. Leggeva molto, e diceva un sacco di cose che Freddi non capiva.
- Camus diceva che l’unica questione filosofica è il suicidio – continuò Amedeo. Ma mi sa che si sbagliava.
- Cioè?
- L’unica questione filosofica è il rigore.
Per Amedeo nel rigore il portiere, e quindi l’Umanità, affrontava il proprio destino. Faccia a faccia. Ma nulla era già scritto. Nulla era già preordinato. L’Umanità decideva da che lado buttarsi. Nella condizione umana ridotta a tre elementi – il rigorista, il portiere e il pallone – quel che sarebbe successo non era scritto per terra da sempre. Come nella situazione estrema di Camus, l’Uomo aveva il dominio sulla propria vita. Poteva premere il grilletto o no. Poteva scegliere da che lato buttarsi.
Per questa ragione ci fu un battibecco feroce tra Amedeo e Freddi dopo la partita in cui Amedeo fece tre papere terribili nel secondo tempo e la squadra perse tre a zero. Papere da antologia, sconquassanti. Freddi arrivò con la notizia che aveva scoperto la causa della sconfitta. Aveva cercato e scavato ed era andata come pensava: un rospo sepolto dietro la porta di Amedeo tra il primo e il secondo tempo. Avvolto in nastro rosso con tre spilli puntati sulla testa, uno per ogni gol. Fattura, macumba, malocchio, tutto si spiegava.
Amedeo reagì con violenza. Disse a Freddi di buttar via il rospo e di non raccontare a nessuno di averlo trovato.
- Ma Amedeo, il rospo salverà la tua carriera!
I tre gol erano di quelli che davvero liquidano la carriera di un portiere. Nel primo, Amedeo aveva mollato il pallone in rete invece di fare la rimessa. Nel secondo aveva colpito la nuca del terzino e il pallone gli era passato tra le gambe. Nel terzo, era scivolato e caduto di culo mentre la palla volava sulla sua testa. Ma Amedeo non voleva dare la colpa al rospo. Il rospo era il simbolo dell’intervento di terzi nella sua forma più primitiva. Possibile che Freddi non capisse? Il rospo avrebbe tolto ad Amedeo il significato del suo sacrificio. Gli avrebbe salvato la carriera ma avrebbe smentito la grandezza che aveva scelto chiedendo di stare in porta e assoggettandosi a tutto, anche alla figuraccia definitiva. Il rospo trasformava il portiere, il destino, l’Umanità e il suo potere decisionale davanti al nulla in nulla.
Freddi bruciò il ranocchio e non se ne parlò mai più. Ma ancora oggi non riesce a capire. Il calcio è una cosa semplice. Il malocchio è una cosa semplice. Il mondo è una cosa semplice. Complicati sono i portieri. E guarda che li conosce proprio tutti.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (29)
lunedì, 04 aprile 2005

(mark lanegan band, sideway in reverse)

aggiornamento: nel seggio mio, 710 votanti, 414 Marrazzo, 258 Storace, 18 Mussolini, un po' di voti a Cazzo.

Monteverde è rossa.

11 a 2. abbiamo stravinto nei seggi del koala (se non gli invalidano il konteggio).

scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (26)
domenica, 03 aprile 2005
(cure, taking off)
 
Questo articolo viene scritto nella Sala Stampa del Palazzo Apostolico del Vaticano, situato all’inizio del grande viale che termina davanti a un casone romano color fango giallognolo e terra vecchia. Il casone si trova a destra della Basilica di San Pietro. È vecchio e bello come Roma.
In questo momento, qua sotto, siamo quasi 100 giornalisti da tutto il mondo, avvolti e circondati dai cavi di 20 telefoni e da 11 macchine da scrivere. Siamo tutti, da quasi una settimana – cinque giorni precisamente – prigionieri volontari di questa piccola sala fumosa, disordinata, confusa, all’inizio rumorosa, oggi silenziosa. Le poche ore in cui ce ne allontaniamo, siamo presi invariabilmente dall’angoscia e dal panico.
Proprio ora, il corrispondente del New York Times sta concludendo l’ennesima telefonata internazionale, accanto a me, chino sul parapetto della finestra. Dice, prima di salutare l’uomo che sta a New York, nella sua redazione:
- Do you know there is a beautiful sunset in Rome?
Ed è vero. Oggi il tramonto, a Roma, è davvero bello. L’americano non racconta balle.
Ma lassù, là alla fine della salita su cui non ci possiamo arrampicare, al terzo piano del casone, da due settimane le ultime due finestre sono chiuse, anche se dagli spiragli delle persiane si nota ora che le luci sono accese.
Sono dieci le grandi finestre del terzo piano del casone. Nella storia della Chiesa cattolica e del mondo tutte hanno avuto e hanno ancora grande importanza. Ma nessuna di loro ha l’importanza di queste due, la nona e la decima: le finestre dell’ufficio e dell’appartamento residenziale del Papa. Da secoli e secoli, si aprono e si chiudono per il lavoro, il riposo, la meditazione e la vita di un’illustre galleria di papi della chiesa cattolica.
Non oggi. Rimangono rigorosamente chiuse. Sono state aperte un’unica volta, alle 6 del mattino, per far entrare un poco di luce e dell’aria di un altro giorno che iniziava.
Il giorno – quando questo articolo viene scritto – è il tredicesimo dell’infaticabile lotta di un giovane 81enne contro la morte.
 
Questo pezzo mio padre l’ha scritto nel giugno 1963. Era in Europa per una turné della Seleção ed è stato dirottato dal suo giornale a Roma per accompagnare la morte di Giovanni XXIII. Mi è venuto in mente stanotte, tornando a casa dal grande circo intorno alla morte del papa d’ora. È molto lungo, non avrebbe senso tradurlo tutto anche se ne avrei voglia. Il settimanale si chiamava O Cruzeiro, non esiste più. Il papa è morto il 3 giugno, il servizio è stato pubblicato il 22, mandato da Roma a Rio tramite il comandante Bunger dell’Alitalia. Papà aveva 32 anni ai tempi; è morto due anni prima del papa. Pubblicarlo qui mi serve come promemoria, per rammentare che questo lavoro qualche volta aveva senso.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (17)
sabato, 02 aprile 2005
(franz ferdinand, this fffire)
 
Il saggio vive in perfetta simbiosi col cosmo. E gli piace raccontare che la sua vita è un esempio di come la contemplazione, alleata all’intelligenza pratica, porti alla felicità.
Ha combinato metafisica e fisica, mistico e reale, erudizione e arbitrio, e perciò è felice, integrato col cosmo – e ricco.
Riceve gruppi di persone che vengono a bere dalla sua saggezza, e a tutti racconta che attraverso la contemplazione e l’uso azzeccato del contemplato, e con un po’ di fortuna, ha trovato la risposta.
- E qual è la risposta, maestro?
- Dodici.   
- Dodici, maestro?   
- Il numero 12. Ha cambiato la mia vita, e può cambiare la vostra.   
E il saggio racconta che, nei lunghi anni di studio, quand’era solo un povero osservatore dell’universo, ha scoperto che il numero 12 comanda i destini, il suo e quelli dell’umanità. Dodici è il numero dell’armonia. Dell’equilibrio della condizione umana rispetto alla geografia terrestre e ai livelli cosmici. I quattro punti cardinali moltiplicati per le tre dimensioni di Dio. I quattro elementi – terra, acqua, fuoco e aria – moltiplicati per i tre principi basici dell’alchimia: zolfo, sale e mercurio.
I 12 segni dello zodiaco. I 12 mesi lunari che completano il ciclo della terra intorno al sole. Dodici per cinque fa 60, il numero di anni che porta alla coincidenza dei cicli lunari e solari.
E il saggio racconta che, nei suoi studi da intellettuale miserabile, ha scoperto che sono 12 le porte del tempio del cielo attraverso le quali l’imperatore della Cina doveva passare per garantire una buona annata ai suoi sudditi. Dodici erano le porte di Gerusalemme, 12 le tribù di Israele, 12 gli apostoli di Cristo, 12 i cavalieri della tavola rotonda di re Artù.
Nel Genesi, l’albero della vita dà 12 frutti. Nel Libro delle Rivelazioni, la donna che appare vestita come il sole porta in testa una corona con 12 stelle.
E il saggio racconta che un giorno, la peggiore sua giornata di fame e debiti, ha consultato i tarocchi ed è apparso il dodicesimo arcano maggiore, l’Impiccato, che segna l’apice di un ciclo evolutivo.
L’Impiccato era lui! La carta successiva era quella della Morte, cioè la rinascita spirituale. I tarocchi confermavano la situazione: il saggio si trovava alle soglie della redenzione. Il numero 12 l’avrebbe salvato.
Quella notte sognò di essere in un certo casinò, e che una forza potente lo spingeva verso il tavolo della roulette. Una delle tante roulette. Il giorno dopo, andò a quel certo casinò.
Il salone delle roulette era enorme. A quale tavolo avrebbe dovuto giocare? Scelse il dodicesimo tavolo a destra dell’ingresso, poiché il 12 è numero pari e il lato destro è il lato pari.
Passò 12 ore di 12 giorni ad accompagnare il gioco nel dodicesimo tavolo, usando il suo potere di contemplazione filosofica. Scoprì che il tavolo aveva un difetto e che era possibile prevedere l’uscita di un certo numero, a intervalli calcolabili. Giocò seguendo i suoi calcoli e vinse una fortuna. La risposta a tutti i suoi problemi. La felicità.
Un giorno qualcuno del gruppo che è solito sedersi ai piedi del saggio si attarda e chiede:
- Maestro, dove si trova questo casinò con la roulette difettosa, in cui il 12 esce a intervalli calcolabili?   
Il saggio sorride.
- Cerca da te la strada della felicità, figlio mio.
- Sì, maestro.
- E poi non serve a niente saperlo. Il difetto è stato corretto dopo che li ho sbancati.
- Sì, maestro.
- E un’altra cosa.
- Cosa, maestro?
- Non era il 12. Era il 21.
- Il 21?!
- Il 21.
- Allora perché avete detto tutte quelle cose sul 12 e sulla sua importanza nelle nostre vite?
- Perché il 21 è un numero insulso, al contrario del 12. Perché il 21 non ha storia, al contrario del 12. Perché il 21 non significa niente, al contrario del 12. Perché l’unica cosa interessante del 21 è che è il contrario del 12.
E il saggio fa un gesto con la mano, volendo dire che la visita è conclusa e che deve reintegrarsi col cosmo.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (18)