martedì, 31 maggio 2005
(kt tunstall, black horse and the cherry tree)
 
Hanno comunicato al nuovo detenuto che lo metteranno in cella con Tango. Strada facendo dice alla guardia:
- Tango? Bel nome. Dev’essere uno divertente.
- Tango non parla. E non ride mai.
Arrivano alla cella. Attraverso le sbarre, il neodetenuto avvista Tango. Un gigante. Fronte alta un centimetro. Occhi vicini vicini. Ognuna delle sue braccia è una gamba di velina. Il detenuto stringe il braccio della guardia e chiede:
-         Perchè lo chiamano Tango?
-         Come orango.
Il detenuto vuole scappare ma la guardia lo trattiene.
-         Non fare così. Tango non è cattivo. Un tipo strano, ma inoffensivo. Ti ci troverai bene.
-         Dici?
-         Certo. Non parla. Sta tutto il tempo a guardarti in faccia, giorno e notte. da vicino. All’inizio è fastidioso. Poi ti ci abitui.
Il nuovo detenuto entra in cella. La guardia chiude a chiave e aggiunge:
-         Però devi stare attento.
Il nuovo detenuto si avvicina alle sbarre per sapere a cosa.
-         Non chiudere gli occhi – dice la guardia.
-         Come, non chiudere gli occhi?
-         Tango ti guarda negli occhi. Se chiudi gli occhi penserà che non lo consideri e ti strapperà la testa.
-         Vuoi dire che non posso dormire?
-         Dormire! Non puoi nemmeno sbattere le palpebre.
-         Ma...
-         Fa’ quel che ti pare, ma non sbattere mai le palpebre, mai!
 
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lunedì, 30 maggio 2005
(new order, krafty)
 
in piena primavera è arrivata l’estate.
 
e i pedaggi, il traffico, le bestie esotiche succhiasangue e i meloni a sette euri.
estate come pochi vestiti, tante corna, poco lavoro, tante dermatiti.
estate ghiacciolo al limone con stecco di liquerizia, granturco rubato ai contadini di maccarese, nostalgia del cocco verde di Arraial spaccato in due per mangiare il viscidume lattiginoso.
estate estitica e piedi gonfi che ti ostini a chiudere nelle scarpe da tennis che non hai mai usato per lo scopo del nome.
estate espiaggia.
cani che cacano e i bambini che prendono la cacca per le loro collezioni.
coppie coi racchettoni che colpiscono senza pietà.
ragazzi in aquascooter che investono surfisti che decapitano bagnanti. che poi il surf a fregene è – come si dice il contrario di ossimoro?
estate tropicàle, forestàle, carnevàle, cannibàle.
tutti rossi pavonazzi.
e certi slippini da uomo che riesci a vedere la goccia di curaro sulla punta della freccia. e tutti che ti dicono di mangiare roba cruda.
e bisogna arrivare presto al mare, prima degli ambulanti, quando il sole è fiacco e le famiglie arrivano con venti sedie frangichiappe tre frigobar cinque ombrelloni racchettoni pollo parmigiana lasagna asciugamano pallone secchiello cappello coccodrilli e/o tartarughe, convinti di essere in vacanza.
in meno di cinquanta minuti adibiscono il tutto e sono unti e pronti a seppellire la nonna sotto la sabbia.
e i bambini? uh che belli che sono. poppanti che piangono disidratati, pargoli costretti ad aspettare QUATTRO ore per fare il bagno dopo mangiato, adolescenti con stereobazooka sul bagnasciuga.
le donne che se la spassano alla ricerca del figlio affogato e in venti chilometri di camminata per ritrovare l’altro piede di ciabatta.
uomini che fanno lavori da Vero Uomo, tipo fare il buco per piantare il bastone dell’ombrellone decidendo prima da che parte tira vento.
più facile trovare il petrolio
ma tutte queste cose non contano, confrontate con l’allegria, la felicità, la meraviglia del mare.
quell’acqua così cristallina che vedi i branchi di lattine di birra sul fondo.
quella sensazione di fluttuare nella salamoia come un cetriolo in conserva.
e dopo un bel bagno, col culo pieno di sale e la xoxota piena di sabbia, cala quel sonno d’estate che ti fa sentire una salsiccia in vena di rosolare sulla griglia.
e allora srotoli la stuoia che ha quell’odorino da pub di caproni, ti metti il cappello, gli occhiali da sole e muori.
intorno a te la pace, l’amore, il caldo.
ti salva il tramonto.
e si torna a casa tostati e brucianti, e fai la doccia e lasci la saponetta piena di sabbia per quello che si laverà dopo di te. lo shampoo finisce e ti lavi la testa con quel che c’è, gel gillette, cif ammoniacal, pasta del capitano.
e gli asciugamani hanno quel profumino di una muffa che solo le case al mare coltivano.
e poi una bella spaghettata per uccidere ogni residuo umano prima di stenderti nell’amaca thailandese, ben sapendo che i thailandesi sanno fare i templi ma non le amache. e ti svegli col torcicollo e la schiena batik e la giornata finisce con una di quelle liti che solo d’estate. e vai a dormire sbronzo e ingrugnato, pronto a sbavare sulla federa sperando sognando che domattina ci sia un bel sole che spacca per ritrovare tutti nello stesso inferno tropicale, anche se stai a 41 gradi 54 minuti nord di latitudine, 12 gradi 29 minuti est di longitudine, e a un’altitudine di 86 metri, che non c’entra coi tropici ma rende l’idea.
 
ogni somiglianza con la vita reale è una merdosissima coincidenza.
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sabato, 28 maggio 2005
(queens of the stone age, little sister)
 
Sono stata alle prese con un gregge di Marziani Ipotetici. Hai presente l’omino verde con le orecchie a trombetta che scende ipoteticamente dalla sua nave spaziale, bussa alla tua porta, ti chiede di usare il bagno o di essere portato dal tuo leader e alla fine diventate amici e chiacchierate fino alle sei? Tre di loro.
I miei MI hanno una conoscenza della Terra un po’ a volo d’uccello. Diciamo che hanno una visione planetaria, ma non capiscono i dettagli. Si sono preparati captando programmi tv, Radio Rock e le conversazioni sui cellulari. Hanno anche una collezione stupefacente di sms e  di post di blog. Pensaci, la prossima volta che scrivi un post. Parlano un italiano straaanooo, caaalcaaanooo moooltoooo leee vocaaaliiiii. E usano solo la a. Anzi, la aaaaaa.
Non è male chiacchierare con i MI perché loro non li sanno i dettagli e quindi interpretano tutto, dall’aids in africa ai cazzi miei, con il buon senso che abbiamo perso (o che ho perso, se vuoi un approccio intimista). E le mie spiegazioni li gettano nella costernazione totale, spalancano i quattro occhi e scuotono la testa, increduli.
Ho dovuto trattare temi cazzuti, tipo “Berlusconi: perchè?”, “l’aids in africa” e “ma se ti piaceva così tanto perchè non l’hai più cercato?”
La parte migliore dell’intera faccenda è stata la reinterpretazione della mia vita da otto anni a questa parte (= dal mio primo cellulare in poi) dando le risposte giuste, e non quelle vere.
Per quanto riguarda il leader, gli ho fatto scegliere tra Julio Velasco, Paolo Sottocorona, Zdenek Zeman e Giovanna Curcio, che se non la conoscete peggio per voi.
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sabato, 14 maggio 2005
(marlene kuntz, bellezza)
 
ognuno di noi ha i suoi personalissimi punti di riferimento affettivi. per alcuni, la primavera significa giardini che fioriscono all’improvviso, per altri significa ormoni riattivati con lo stesso gradevole tempismo. non ho nulla contro i fiori e l’amore, ma per me la primavera si identifica con gli asparagi.
ho passato tutto l’anno a indignarmi con Massimo e Donatella che a dicembre offrivano asparagi di qualche serra moldava o tunisina. Era una sensazione di spaesamento trovare, in una giornata di freddo invernale quei rachitici cosciotti verdi doppiamente intirizziti. la mia cronopatia esige che dopo il freddo arrivino fiori e asparagi e ormoni che seguono con rigore il mio organigramma mentale. la cultura dell'asparago atemporale mi deprime. i primi asparagi dell’anno arrivano ai mercati con il sole, il tepore e il profumo di gelsomino, per essere mangiati al naturale, in pinzimonio, con la salsa olandese. Fanno parte del mio concetto di welfare. senza contare il desiderio di ingarellarmi con proust per descrivere il fantastico puzzo di asparagi nella pipì del mio amato.
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lunedì, 02 maggio 2005
(subsonica, abitudine)
 
l’amica psicologa porta nella borsa (di stoffa azzurra con tutti i pescetti del mare) una diagnosi per ogni stato di cose. la domanda cui rispondere il primo maggio 2005 è: sei innamorata? dovrei agitarmi come tutte le volte in cui mi sento poggiata su un vetrino e microscopata, ma prevale la sensazione di dejavu ansiolitico. il primo capitolo lo conosco. attrazione fisica. facile: sìsìsìsìsìsìsì. metti una crocetta sul sì a tutte le domande che ti vengono in mente. dalla più eterea alla più porca. su attrazione fisica totalizzo 80 punti su 80.
seconda parte. stima. qui le x sui sì hanno un unico limite: non posso, come vorrei, chiedergli pareri su tutto quello che mi passa in testa, dal colore delle mutande ideali alle teorie sul tenore di vita. non so, letteralmente non so, se lui propende per le lasagne o per i cannelloni. per marx o per keynes. per de gregori o paolo conte. per il boss o per i dire straits. anche perché non l’ho mai sotto mano quando mi vengono le domande. quando sto con lui la testa si riempie di punti esclamativi (se fossi la mia amica psicologa a questo punto non avrei più dubbi).
lei però insiste. gelosia. buh. gelosia teorica. generica. non voglio sapere tutto, non voglio controllare tutto. ogni tanto mi capita di cogliere un buonmotivo e allora si stura qualcosa dentro che travolge tutto. quei momenti in cui ti guardi intorno in cerca di quella certa clava che eri sicura di aver riposto nella caverna coi dipinti di mandrie di cinghiali e zebù. metti le crocette, bimba. gelosa non malata. ma gelosa. che palle.
poi arriva il capitolo Quantità e Quandità. quanto? per quanto? da quanto? a quanto? lì si ingarbuglia tutto. la prego di passare al quando. semplice. sempre. è una subroutine accesa che sottosta alla Vita Vera. quando lavoro, leggo, prendo l’autobus, vedo altra gente, vedo altri uomini. se esiste una casella sempre, vai di crocette.
ora comincia a pontificare. strategie, percorsi, antidoti, prevenzione. io la guardo come se stesse facendo una conferenza sul recupero e la pianificazione urbanistica delle periferie. ascolto le sue parole come leggo i nomi russi. l’ultima casella che sbarra è quella che dice incurabile.
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