martedì, 21 giugno 2005
(ben folds, songs for silverman)
 
La radio. Maria ascolta radio Maria tutto il giorno.
E tutto il giorno le dico di smorzare il volume.
Ma non mi ascolta, con la radio a quel volume impossibile sentire altro. E’ uno di quei programmi in cui il conduttore parla continuamente, interrotto solo dalle telefonate di ascoltatori. Storie di privazioni e disperazione. Genitori che cercano figli perduti. Sfratti. Drammi coniugali. Braccia amputate e cancri vari. Scrittori che non riescono a scrivere, tassinari afflitti da emorroidi. Il conduttore consiglia e indirizza. Proclama che Dio non abbandona le sue creature. Gli ascoltatori lo ringraziano. Maria non mi sente.
La mia radio mentale ha una sola voce che ripete, dai, almeno tre-quattro capitoli di prova. Al massimo ti diranno di no. Ma almeno ci avrai provato. Il mio personalissimo talk show è una vera vigliaccata. Un conduttore che conosce tutti i miei punti deboli e anticipa le mie obiezioni. Pur di non sentire più il suo tormentone scrivo i tre quattro capitoli e li spedisco. Un bel giallo, con un buon serial killer vecchio stampo. Spedisco il plico, già mi figuro la mia rismetta di A4 che si sovrappone a migliaia di altre prima di finire in un bel cassonetto bianco.
Maria non entra mai nella camera dove lavoro. Arriva la mattina, mi dà le ultime notizie di casa sua, (“Mia sorella ha lo scatarro verde”, e rinuncio allo yogurt), e va dritta in cucina ad accendere radio Maria. Un tempo avevo una gran fame di capire tutto, sai? Di guardare negli occhi il mondo e capire me stessa, ma è rimasto solo un senso di nausea e un cervello troppo pieno di informazioni inutili. Certe volte scuotendo la testa ho la sensazione del rumore della chincaglieria che si muove là dentro. Cerco di non scuotere la testa. Mi muovo solo l’indispensabile. Il libro si chiama Rituale Macabro. La mia eroina, Margherita Conrad, arriva in una città terrorizzata da un serial killer che tutti chiamano Il Greco.Margherita riesce a incastrare il Greco, ma non l’ammazza. Sto lavorando al seguito del racconto quando suona la campanella. Ecco cosa volevo raccontare. Stavo per arrivare alla gran scopata di pagina 40 quando suona la campanella.
 
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lunedì, 20 giugno 2005
(il boss, devils & dust)
 
Il solito dramma dell’incipit. Scartato la perfezione di “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.”. o “Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto.” E scartato anche l’ovvio: Chiamatemi Margherita e non vi risponderò. Mi limito a dire che come tutti gli esseri umani, sono per ottanta per cento acqua salata, ma ho rinunciato a sollevare dagli abissi una qualche grossa bestia simbolica. Vivo di piccoli pesci di superficie, con scarso significato ma buon apporto proteico. Rinunciato al progetto di scrivere un libro che vada a ruba almeno nell’edicola di piazza Pilo. Sarà che a 42 anni ho abdicato a qualsiasi fame non sia strettamente finalizzata a mantenersi viva. Mi sarebbe bastato anche un libro stampato su carta di poco conto, tipo quei vecchi urania che, arrivati a pagina 37 si sfaldavano soavemente. Eppure avrei una ricetta sicura per scrivere un piccolo caso editoriale, ho anche un paio di pseudonimi già pronti all’uso. La mia eroina è una tipa di poche parole (ingrediente sicuro). Ovviamente una donna qualsiasi, un pesce piccolo, ma vive in una città che è stata salvata dalla catastrofe da una sua azione decisa tra le pagine 90 e 95. Secondo la mia formula, intorno a pagina 40 ci vuole una gran bella scopata, l’incontro finale con la cattivona, e la soluzione della vicenda, a partire da pagina 90. Ovviamente la mia eroina sopravvive. Ma decide di non andare mai più al mare. Anzi, con un tocco autobiografico, potrei costringerla a non uscire mai più di casa, dopo l’incidente. Ho perso la mano sinistra mentre potavo un ciliegio. Tenete conto che tutto è scritto male perché è risultato di uno sforzo immane e della mano destra. Penso “silfide” ma la mia mano destra scrive “obbrobrio”, penso “solitario” e lei scrive “immane”. Tutte le parole leggere e in grado di raggiungere i cuori sono rimaste intrappolate in un braccio senza mano. Ma non ne voglio parlare. C’è una signora rumena che viene a cucinare per noi e arriva sempre carica di notizie sulla decomposizione della sua famiglia. “Mia madre piscia urina nera”, sussurra mentre prendo il caffè. Pulisce tutto in modo approssimativo, cucina malissimo, ma s’intona col mio esilio. Ma non era questa la storia che volevo raccontare.
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