domenica, 23 ottobre 2005

(system of a down, question!)

Nello specchio il viso è alla rovescia, è il viso di qualcuno che non esiste, il rovescio di niente. Le smorfie allo specchio sono sempre un test. Temiamo che all’improvviso l’altro non ci accompagni. O faccia una faccia da risparmiamelo – finché non hanno inventato la fotografia, la grande maggioranza degli esseri umani non si era mai vista la faccia. Quel che vedeva era il proprio inverso.La destra a sinistra, la riga dei capelli dalla parte sbagliata. Ogni volta che guardavi una specchio c’era un quiproquo: prendevi qualcuno che ti somigliava per te stesso.
Ci portiamo appresso l’immagine di un contrario cone se fosse la nostra. La riluttanza ad abbandonare questo equivoco persiste. Perciò nessuno si rassegna alla propria foto nella patente, carta d’identità, passaporto.
Narciso assolto. Non si è mai visto per davvero.Non amava se stesso,amava uno che gli somigliava assai.
Clarice Lispector ha scritto che il viso è il nostro rovescio. Nello specchio il viso è rovesciato, è il viso di qualcuno che non esiste, il rovescio di niente.Da qui quegli incontri definitivi nello specchio per chiarire ogni equivoco, faccia a faccia senza limiti di tempo: non servono a niente. Sono incontri con altre persone.
Farsi da sé la foto è la terza cosa più intima che una persona può fare con se stessa, dopo la masturbazione e il suicidio. La tentazione di fare una smorfia è la prova che il momento è di una solennità insopportabile.
Mentre la smorfia davanti allo specchio è sempre un test. Temiamo che prima o poi l’altro non accompagni la nostra smorfia. O ne faccia un altra, di palle piene. Di “risparmiamelo”
Ma non possiamo fare a meno di guardarci allo specchio. E’ una curiosità insaziabile. Lo specchio che non si appanna davanti alla bocca del morto non prova la sua morte. La prova è che non cerca di guardarsi allo specchio, ed è sicuro che la sua curiosità è morta, insieme a lui.
Certo, c’erano i privilegiati che si conoscevano, prima dell’invenzione della fotografia. Quelli che venivano ritratti dai pittori. Costoro si vedevano come gli altri li vedevano. O come l’artista li vedeva. Il potere dell’artista: mostrare ai signori del mondo il loro vero volto. Dargli il supremo privilegio di non dipendere dalla disinformazione dello specchio.
Una definizione dell’élite, fino alla rivoluzione democratica della fotografia: coloro che conoscono la propria faccia.
Ancora oggi ci si chiede come ha fatto Goya a sfuggire il castigo, dopo aver dipinto la famiglia reale spagnola in quel modo, senza smorzare le scucchie o appianare una verruca. Il fatto è che venire ritratta e appartenere al piccolo ed esclusivo ordine di coloro che sanno la faccia che hanno, era un lusso sufficiente per la nobiltà.
I ricchi borghesi fiamminghi dipinti da Rembrandt e Hals non s’incazzavano a vedersi in tutta la loro pomposa vacuità, pur di vedersi. Cosa impossibile per i loro servi, il popolino che si accontentava di uno specchio. A meno di apparire in un angolino del quadro insieme ai cani.
Rembrandt,Van Gogh e gli altri non dipingevano il vero volto dei loro modelli solo quando dipingevano se stessi. In quel caso dipingevano quel che vedevano allo specchio. Dipingevano l’equivoco.
Ogni autoritratto è falso.L’orecchio è dalla parte sbagliata. Compreso quello tagliato di Van Gogh.
Eccomi nella macchinetta per fare una fototessera. In un flash, tutta la storia dell’autocontemplazione umana mi passa davanti agli occhi, e non puoi sbattere le palpebre. Il momento della verità. Non credi più allo specchio, accetti la smentita. Ma non serve a niente, tu SEI la tua fototessera.


 

scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (36)