venerdì, 30 dicembre 2005
(sigur ros, sven-g-englar)
 
Sto pensando di lanciare un movimento per abolire questa cazzo di settimana tra natale e capodanno. o si festeggia il natale il 31 o il capodanno si festeggia il 25.
così si festeggia tutto insieme, l’anno finisce, e basta. perché questa cazzo di settimana non serve a niente. è l’appendice dell’anno,come quell’inutilità anatomica la cui unica funzione nel nostro organismo è suppurare.
l’unica funzione di questa cazzo di settimana è dar tempo alla gente di cambiare i regali – roba che si può fare nella prima settimana di gennaio con comodo. questa cazzo di settimana stimola cattive abitudini, tipo rimuginare l’anno passato e accumulare risentimenti sul fegato, già provato dalle mangiate di natale. o leggere, guardare e ascoltare quei cazzo di servizi “accadde nel 2005”, i 10 migliori questo, i 10 peggiori quello, e le interviste a veggenti, profeti, sciamani ed economisti che mai azzeccano le previsioni per l’anno seguente.
la sensazione in questa cazzo di settimana è quella di una partita decisa a metà secondo tempo, che però bisogna giocare fino alla fine. una squadra è sul 4 a 0 e non gliene frega più niente, l’altra si è abbacchiata e ha lasciato perdere, perfino l’arbitro pensa solo a farsi la doccia e tornare a casa, ma mancano ancora 20 minuti.
questa cazzo di settimana è così, i 20 minuti finali di una partita già conclusa. una settimana solo per rispettare il regolamento o, nel caso, il calendario.
ovviamente la peggior catastrofe dell’anno, tipo lo tsunami, può capitare proprio in questa cazzo di settimana. che può essere scelta dal destino, con suprema cattiveria, per provocare la notizia più importante dell’anno quando tutte le retrospettive giornaloradiotelevisive sono già pronte.  
 
 
 
 
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lunedì, 26 dicembre 2005
(police, message in a bottle)
 
Natale del millenovecentoechiseloricorda. L’unica certezza è che si trattava del XX secolo. La notte del 24 si passava dai nonni paterni che arrivavano da Manaus (di solito si portavano una tartaruga di fiume viva che – suppongo – veniva ammazzata prima di finire circondata di farofa per il pranzo del 25). A mezzanotte in punto, suonava il campanello e nel pianerottolo trovavamo un sacco di juta pieno di regali. Di sfuggita vedevamo frammenti di un babbonatale – barlume di barba bianca, spicchio di berretto, fettina di completino rosso bordato di bianco, lampo di panciona, fulmine di stivaloni – che entrava nell’ascensore e spariva. La storia del camino non ha mai attecchito in Brasile per motivi latitudinali. Lo chiamavamo indietro, e lui niente: scappava. Noi tre sorelle ogni volta lo giustificavamo, solo in quel palazzo a Copacabana avevamo contato 54 bambini nel cortile interno. Ma una sera ho visto una sagoma rossobianca in cucina, dopo la consegna dei regali. Sono entrata e l’ho visto, seduto, che si beveva una birra, la cintura e la tunica sbottonate, la barba bianca sparita. Era “seu” João, nerissimo abitante del garage del palazzo, celebre per simpatia e filosofia. Ogni tanto lo incontravamo in spiaggia che giocava a calcio e correva come il vento. Papà ci raccontava che ogni tanto veniva al Maracanã, le ditte di saponette, deodoranti e patatine lo pagavano per fare cinque giri di pista prima delle partite con un sandwich di reclame addosso. Ricostruendo ex post il ricordo, mia madre mi disse che “seu” João doveva avere intorno ai settant’anni all’epoca del babbonatale.
Confesso che non so quale sia stata la mia reazione. Se sono rimasta delusa perchè babbonatale non era babbonatale, era un tale vestito da babbonatale, che quindi non esisteva. O affascinata dall’altra ipotesi: che babbonatale esistesse, e fosse “seu” João! Immagino di non aver dato troppo peso alla logistica della seconda ipotesi, a quei tempi. Ero parecchio infantile, tanto da credere che le tartarughe portate da Manaus si erano tutte suicidate, prima di venir cucinate. Insomma, “seu” João era il babbonatale mondiale, famoso, internazionale, e viveva a Rio travestito da “seu” João nelle altre stagioni in cui era fuori servizio? O era il babbonatale comunale, una specie di concessionario locale? Mi piace pensare che l’ipotesi che ho scelto allora abbia determinato il mio futuro.
Se conclusi che babbonatale era solo “seu” João in costume, da ciò deriva il mio scetticismo e la riluttanza ad accettare qualsiasi sottogenere di babbonatale o qualsiasi mito o imposizione. Se ho preferito prolungare la meraviglia di quella scoperta e credere che la vera identità di “seu” João fosse quella di babbonatale, da ciò deriva la mia predisposizione a farmi incantare anche da bugie non necessariamente ben congegnate, in fondo un tentativo di restare bambina. La decisione è stata presa in quel momento. Ma non ho ancora scoperto quale sia stata.
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