giovedì, 16 febbraio 2006

(fugees, ready or not)

la vostra fortuna è che conosco poco i vostri nomi, figurarsi i vostri cognomi. e quindi non mi accanisco nelle ricerche google sulle vostre note biografiche. le mie credenziali sono di tutto rispetto. sono una sociologa-giurista-teologa del movimento dei focolarini (267 pagine esclusa l'America latina). partecipo a migliaia di convegni su temi tipo "l'attualità dei padri della chiesa in Igino Giordani". credevate che fossi una cazzara qualunque, invece...

Jest ci umilia: ci sono 10.900 pagine in italiano su di lui. e sono riuscita a capire solo che si è preso 19.500.000 lire per servizi di comunicazione. se il cliente viene citato quanto lui in internet, direi che se le è guadagnate tutte.

Al è un pittore minore marchigiano (635 pagine). gli piaceva istoriare pergamene ad acquerello e matita. mi dispiace dirlo, ma è morto nel 1631.

palle, so solo questi due cognomi. come faccio a sapere chi siete, veramente? datemi qualche bio, vi prego.

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martedì, 14 febbraio 2006

(jeff buckley, hallelujah)

Ho trovato un'ottima ragione per non lamentarmi del lavoro che mi tocca, sull'ultimo numero di Internazionale. Un articolo di Stefanie Schramm del Die Zeit. Dedicato alla carta igienica. Alle nuove tecnologie e al futuro della carta igienica. Si parte da un grido d'allarme - se tutti i cinesi usassero la carta igienica saremmo in grossi guai - e si arriva a scartare con sdegno l'ipotesi delle salviettine umidicce e la carta igienica stessa in favore del buon vecchio bidet. Nel mezzo, una fantastica suddivisione dell'umanità in piegatori, appallottolatori, arrotolatori e utenti a strappo singolo. Alla prossima occasione mondana so già quale sarà il mio asso nella manica.

Poi c'è l'appassionante descrizione del collaudo, fatto con miele verdolino. Comunque l'ho letto tutto l'articolo, Stefanie è stata esauriente. Deve aver passato una settimana più caccosa della mia.

Sempre intorno al lavoro giornalistico, c'è sto video che è diventato un cult.

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sabato, 11 febbraio 2006

(genesis, i know what i like)

Uno dei pilastri della letteratura familiare è un libretto in cui una vecchia zia racconta delle sue spettacolari cadute. Non metaforiche. Il pezzo forte è quella volta che inciampò nelle scale mobili e rimase incastrata. E' vissuta benissimo fino a ottantaerotti anni, e questa cosa mi consola. Perché credo che con la metà dei suoi anni ho già eguagliato (bleah, parola/conato) il suo record di cadute indiscutibilmente stupide. E non posso nemmeno scriverne un libro, plagiare le zie è disdicevole.

Comunque stavo lì nel pronto soccorso che ho già imparato a conoscere chiedendomi come avevo fatto a non vedere NOVE gradini e aspettando la radiografia. Guardavo i medici e gli infermieri e controllavo se ci fosse qualche telecamera che ti trasforma in una bestia da reality. La tipa di Radiologia mi saluta con familiarità umiliante e mi dice dai, stavolta provi la nostra macchina nuova. Entro e vedo un consesso di apparecchi bianchi potenti ultima generazione. La luce bianca lattiginosa. La macchina che ti porta in silenzio dalla posizione verticale all'orizzontale. Sembrava un utero, un uovo cosmico, star trek.

Ho aspettato tre ore per questo cazzo di radiografia. L'unica cosa che avevo da leggere erano sms di un anno fa e un depliant della mostra di Kandinsky. E dico alla tipa dell'uovo cosmico:

il bianco ha sulla nostra anima lo stesso effetto del silenzio assoluto.

la frase di kandinsky l'avevo letta almeno settanta volte nel depliant, e mi è costata una tac.

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