martedì, 25 aprile 2006
(dire straits, sultans of swing)
 
Non ne ho conosciuti molti, perché tendono a morire e a Roma sono più radi che al nord. Infatti quelli che m’hanno raccontato le gesta e le anime forti d’eroi gettate nell’Ade e l’inverno del 43 e la primavera del 45 erano tutti nordisti. Il racconto che mi ha più colpito è stato il primo, intorno al tavolo, a cena a casa dei miei genitori, io pischella. Mia madre aveva passato dieci ore in cucina a preparare robe che voi mortali eccetera, e gli chiede afflitta, ti piace? Lui dice sìsì, mi piace tutto, mi sono fatto scoppiare una granata in faccia e mi sono giocato tutte le papille gustative. La cena che si annunciava noiosa diventa epica, e lo sommergiamo di domande sulla granata e su tutto il resto. Certo che perdere le papille... (il primo che scrive “meglio le papille che le palle” non ha fantasia).
Poi c’era la Rina, da Modena, che in sezione ci raccontava il lato oscuro, tipo come evitare che la gonna svolazzasse in bicicletta, oppure come farla svolazzare apposta davanti a una pattuglia di tedeschi. E la sorella scartata dalla brigata perché troppo bella. Rina, ma anche tu sei bellissima. Macché, diceva la Rina, la bella puteina era la Nives. E via con le gesta della Nives, che a noi appassionavano di più delle granate.
Venivo da un paese che – pur prendendo parte alla guerra – l’aveva seguita dai giornali e dalla radio. In ogni famiglia che conoscevo qui c’era un florilegio di racconti – le bombe, la resistenza, la fame, gli sfollati, i morti – che stupidamente invidiavo. L’unico racconto mai ascoltato sulla guerra prima dei dieci anni era quello dei colleghi più vecchi di mio padre, che erano stati qui come corrispondenti, concentrati quasi tutti a Porretta Terme. Il racconto di Joel Silveira, per esempio:
 
Finalmente siamo arrivati a Milano, nella notte del 29 aprile 1945. I cadaveri tumefatti di Mussolini, della sua amante, Claretta Petacci, e di gran parte dei suoi gerarchi erano stati già rimossi dai pudichi inglesi dalla pompa di benzina di piazzale Loreto, dov’erano stati appesi dai partigiani. E lì, da Biffi, coi vestiti puliti, sbarbati e pettinati, abbiamo bevuto il nostro primo e pigro cognac del dopoguerra – anche se, ufficialmente, la guerra si sarebbe conclusa solo l’8 maggio. Ma per noi, corrispondenti brasiliani, era già finita. Ora, bisognava cercare di tornare a casa.
Il buffo è che, malgrado l’assenza durata mesi e tutte le cose brutte che ci eravamo lasciati dietro, in fondo nessuno voleva ancora tornare. Siamo rimasi lì, un giorno a Milano, un altro a Torino, un altro a Bologna, Padova, Verona, Venezia; e poi abbiamo cominciato a scendere: di nuovo Pistoia, dove abbiamo raccolto i nostri averi, Firenze ancora una volta e finalmente Roma. Era una sensazione strana quella che mi dominava (non so se lo stesso accadesse agli altri; credo di sì), una sensazione allo stesso tempo di allegria e tristezza.
La guerra è piena di trucchi, tutti schifosi; e uno dei più schifosi è fare in modo che chi ci ha convissuto durante mesi alla fine ne sia condizionato. Perciò in quei giorni, alla vigilia di tornare a casa, sentivo che non era finita solo la guerra, ma anche una parte di quello che ero prima di arrivare in Italia. Perciò dico che sono arrivato in Italia a 26 anni e me ne sono andato a 40, anche se ci sono rimasto poco più di otto mesi.
Al contrario del poeta*, non è stato per delicatezza che in quei quasi nove mesi ho perso parte della mia giovinezza, o di quel che ne restava. La guerra, ripeto, è schifosa. E quello che ci toglie (quando non ci toglie la vita) non ce lo restituisce mai più.
 
 
* Rimbaud:
Oisive jeunesse
À tout asservie;
Par délicatesse
J' ai perdu ma vie.
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lunedì, 24 aprile 2006
(caparezza, la mia parte intollerante)
 
Faccio i conti di aprile e scopro di aver guadagnato un pacco di soldi con le elezioni. Ho fatto pezzi, pezzetti, telecronache e radiocronache. Ci ho rimesso solo la voce, che ha assunto quella tipica colorazione da ematoma violaceo. Noi frilas* viviamo pericolosamente, ma ogni tanto ci va da dio, terremoti, elezioni, tsunami, papi morti, stragi, se vedi un frila contento sta’ sicuro che è successa na camboggia.
Chiacchierata con la caposervizio, che m’insinua il dubbio: ora, senza b., lavorerai moooolto meno. Vado con la memoria al 97, lavoravo per una tv. Fine settimana di aprile, vado a intervistare Prodi a palazzo Chigi, l’intervista più noiosa del mondo. Visto che avevamo noleggiato la troupe, vado alla pizzeria San Marco per fare un avvincente servizio sulla Vera Pizza Napoletana. Elogi del caposervizio. Meno male che hai fatto la pizza! Una marea di email da parenti, ex compagni di classe, grandi elogi alla cosa della pizza. L’intervista a Prodi l’avevo baccajata quattro mesi, è andata in onda una sola volta, nel tg della notte.
Sia chiaro: abbiamo festeggiato la vittoria (anche se ci siamo incazzati alle tre di notte a santi apostoli davanti a quel champagne). Aver mandato a casa stonanetto è stata una gioia pura. Che mi costerà cara.
 
* da freelancer
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venerdì, 14 aprile 2006
(gorillaz, dirty harry)

Confesso che sono un’invidiosa. Invidio chi mangia e non ingrassa, quelli che riescono a prendere un aereo senza fare testamento, quelli che dicono la battuta giusta al momento giusto, quelli che hanno figli piccoli, quelli che sanno programmare i timer. Invidio quelli che hanno certezze e fede. Ma sopra ogni cosa c’è un tipo che invidio più di tutti. Che mi suscita ammirazione e odio – le due componenti dell’invidia – in misura quasi insopportabile. Parlo di quello che dice – generalmente dopo un sospiro ributtante: “Non ho niente da leggere...”
Capisci? Non si lamenta di una privazione passeggera. Non si è distratto e si è dimenticato di fare provvista di letture, come uno che dimentica di prendere il detersivo al supermercato. Nella sua lamentela è implicita una critica all’industria editoriale e agli scrittori, che non hanno prodotto niente che meritasse la sua attenzione. Sono loro i responsabili del suo tempo libero e del suo comodino vuoto. Mentre io soffro dell’angoscia opposta, quella della mancanza di tempo e delle pile di libri sul comodino – e negli scaffali e in tutte le superfici piane della casa. Il mio problema è un altro: troppe cose da leggere fino alla morte, prevista per il 2076, se ho messo bene il timer, senza parlare di quello che ancora intendo comprare. “Che invidia” è l’unico commento possibile davanti alla frase dell’insensibile.
Spesso la frase è il preambolo per una richiesta di suggerimento di lettura. Per “c’è qualche libro che valga la pena”? La domanda presuppone che abbiate gli stessi gusti e gli dà anche l’opportunità di giocare al lettore casuale, senza stress.
- Hai letto il Codice Da Vinci?
- Ho provato. Ma é un tale mattone...
- E la Storia di Baricco?
- Mi sa che aspetto il film.
E ha ragione. Non c’è proprio niente da leggere.
Ma l’invidia verso coloro che non hanno l’angoscia dei libri da leggere sarebbe più onesta, nel mio caso, se la mancanza di tempo non fosse colpa mia. In verità, invidio me stessa quando leggevo per piacere e curiosità e non perdevo tanto tempo con giornali, riviste e tv, che ci avvicinano talmente tanto al mondo da rubarci la prospettiva, e quindi ci informano e ci deformano allo stesso tempo. Mentre le pile vanno su, su, su.
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mercoledì, 05 aprile 2006

(yeah yeah yeahs, gold lion)

tra cinqueggiorni è finita.

seddiovole.

*

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