(dire straits, sultans of swing)
Non ne ho conosciuti molti, perché tendono a morire e a Roma sono più radi che al nord. Infatti quelli che m’hanno raccontato le gesta e le anime forti d’eroi gettate nell’Ade e l’inverno del 43 e la primavera del 45 erano tutti nordisti. Il racconto che mi ha più colpito è stato il primo, intorno al tavolo, a cena a casa dei miei genitori, io pischella. Mia madre aveva passato dieci ore in cucina a preparare robe che voi mortali eccetera, e gli chiede afflitta, ti piace? Lui dice sìsì, mi piace tutto, mi sono fatto scoppiare una granata in faccia e mi sono giocato tutte le papille gustative. La cena che si annunciava noiosa diventa epica, e lo sommergiamo di domande sulla granata e su tutto il resto. Certo che perdere le papille... (il primo che scrive “meglio le papille che le palle” non ha fantasia).
Poi c’era la Rina, da Modena, che in sezione ci raccontava il lato oscuro, tipo come evitare che la gonna svolazzasse in bicicletta, oppure come farla svolazzare apposta davanti a una pattuglia di tedeschi. E la sorella scartata dalla brigata perché troppo bella. Rina, ma anche tu sei bellissima. Macché, diceva la Rina, la bella puteina era la Nives. E via con le gesta della Nives, che a noi appassionavano di più delle granate.
Venivo da un paese che – pur prendendo parte alla guerra – l’aveva seguita dai giornali e dalla radio. In ogni famiglia che conoscevo qui c’era un florilegio di racconti – le bombe, la resistenza, la fame, gli sfollati, i morti – che stupidamente invidiavo. L’unico racconto mai ascoltato sulla guerra prima dei dieci anni era quello dei colleghi più vecchi di mio padre, che erano stati qui come corrispondenti, concentrati quasi tutti a Porretta Terme. Il racconto di Joel Silveira, per esempio:
Finalmente siamo arrivati a Milano, nella notte del 29 aprile 1945. I cadaveri tumefatti di Mussolini, della sua amante, Claretta Petacci, e di gran parte dei suoi gerarchi erano stati già rimossi dai pudichi inglesi dalla pompa di benzina di piazzale Loreto, dov’erano stati appesi dai partigiani. E lì, da Biffi, coi vestiti puliti, sbarbati e pettinati, abbiamo bevuto il nostro primo e pigro cognac del dopoguerra – anche se, ufficialmente, la guerra si sarebbe conclusa solo l’8 maggio. Ma per noi, corrispondenti brasiliani, era già finita. Ora, bisognava cercare di tornare a casa.
Il buffo è che, malgrado l’assenza durata mesi e tutte le cose brutte che ci eravamo lasciati dietro, in fondo nessuno voleva ancora tornare. Siamo rimasi lì, un giorno a Milano, un altro a Torino, un altro a Bologna, Padova, Verona, Venezia; e poi abbiamo cominciato a scendere: di nuovo Pistoia, dove abbiamo raccolto i nostri averi, Firenze ancora una volta e finalmente Roma. Era una sensazione strana quella che mi dominava (non so se lo stesso accadesse agli altri; credo di sì), una sensazione allo stesso tempo di allegria e tristezza.
La guerra è piena di trucchi, tutti schifosi; e uno dei più schifosi è fare in modo che chi ci ha convissuto durante mesi alla fine ne sia condizionato. Perciò in quei giorni, alla vigilia di tornare a casa, sentivo che non era finita solo la guerra, ma anche una parte di quello che ero prima di arrivare in Italia. Perciò dico che sono arrivato in Italia a 26 anni e me ne sono andato a 40, anche se ci sono rimasto poco più di otto mesi.
Al contrario del poeta*, non è stato per delicatezza che in quei quasi nove mesi ho perso parte della mia giovinezza, o di quel che ne restava. La guerra, ripeto, è schifosa. E quello che ci toglie (quando non ci toglie la vita) non ce lo restituisce mai più.
* Rimbaud:
Oisive jeunesse
À tout asservie;
Par délicatesse
J' ai perdu ma vie.
À tout asservie;
Par délicatesse
J' ai perdu ma vie.




