sabato, 27 maggio 2006

(baustelle, la guerra è finita)

 

La famiglia arriva nella casa al mare e, mentre il padre e la madre si occupano di aprire le finestre e riallacciare la corrente, la figlia va dritta in camera sua e sente che c’è qualcosa di diverso dalle altre estati, un odore che non ricorda, un luccichìo sui muri, qualcosa. Va ad aiutare la madre a riporre la spesa in cucina, e dice che il mare ha invaso la casa quell’inverno e la madre le dice che il mare non è mai arrivato fin lì, sei matta? Allora ha invaso solo camera mia, dice la figlia, e quella notte, quando entra in camera per dormire, vede che il pavimento è ricoperto d’alghe, e quando va a prendere uno dei libri che aveva lasciato sul ripiano l’estate passata rovescia varie conchiglie per terra, e quando apre il cassetto del comodino – giuro, ma’! – ci trova una stella marina. Non riesce a dormire, il rumore del mare invade la camera, sente perfino il rumore di frittura della schiuma che si disfa intorno a lei, come se il mare si infrangesse sul suo letto. E le pareti fosforescenti! Se un pescione argentato salta sul letto, riflette il luccichìo delle pareti nell’aria, prima di cadere accanto a lei. Passa la notte ad aspettare il pescione argentato. La mattina la madre le dice che il mare non si è avvicinato alla casa, sta dove è sempre stato da quando l’hanno fatta costruire, e che lei si abituerà al rumore. E no, non aveva sentito un odore strano né visto le alghe sul pavimento, né le conchiglie, mi sembri pazza. La figlia chiede se il mare non ha mai mai invaso la casa e la madre le risponde no. Poi ci pensa un po’ e dice: non che io ricordi. Quella notte la figlia legge un poco – malgrado le onde che scoppiano intorno a lei – e poi tuffa la mano in acqua e prende un cavalluccio marino come segnalibro, e chiude il libro. É pronta per il pescione argentato, è sicura che non sarà mai più la stessa di prima. Quando la madre racconta al padre le stranezze della figlia quest’estate, il padre dice solo una cosa. Quattordici anni, cazzi nostri.

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giovedì, 04 maggio 2006

(orchestra di piazza vittorio, ena andi)

sms appena smessato:

d'al. pres. merc. matt. 565 voti.

se è vero, son cazzi. se non è vero, giuro che pubblico il num dello smessatore

 

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giovedì, 04 maggio 2006

(billy joel, my life)

 

Ho letto, non ricordo dove, una frase: la lunga abitudine di vivere ci indispone verso la morte. Questa indisposizione verso la morte è il principio di tutte le religioni, se non di tutta la metafisica. La crescita del fondamentalismo religioso, o di un ritorno alle fondamenta più oscure e oscurantiste delle religioni, è una reazione radicale alla smentita di tutte le certezze, ma ci sono altre lunghe abitudini minacciate che reagiscono allo stesso modo. Vecchi comunisti si rifiutano di accettare il fallimento del comunismo applicato se non come anomalia russa, una prassi che ha sabotato la teoria (Rossanda, per dire). Neoliberisti che continuano a intonare i loro mantra come se la ripetizione incantatoria eliminasse tutte le evidenze che li contraddicono. Non è facile ammettere che il nostro universo non ha niente a che vedere con quello che pensavamo. Noi elettori del centrosinistra conosciamo la sensazione.

Le lunghe abitudini sono dure a morire. L’astrologia ha senso solo in un mondo precopernicano, ma chiedimi se non do un’occhiata ogni settimana all’oroscopo di Rob Brezny.

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