lunedì, 31 luglio 2006
(red hot chili peppers, aeroplane)

 

caldo, caldo caldo, e il settimo giorno al sor giuseppe il salumaio jè partita la brocca – diagnosi di Miranda la bananara –  e si è messo a dare calci ai bambini. questa è una delle poche strade a roma dove i bambini possono giocare quasi liberamente, perché c’è il mercato e le poche macchine che passano la attraversano circospette come vecchietti che corrono a bordo piscina.

il primo calcio se l’è beccato uno dei  figli del sor giuseppe, ma il secondo l’ha beccato il figlio del brigadiere e il terzo il figlio di miranda, solo perché i tre giocavano a palla davanti alla baracchina mentre lui metteva a posto. miranda ha assalito il sor giuseppe, urlando che nessuno prendeva a calci suo figlio, e il sor giuseppe le ha chiesto scusa e le ha chiesto di capire i suoi nervi. aveva pianificato l’estate da gennaio, e alla fine la moglie non era potuta partire coi figli perché ha la sorella al san camillo con una brutta cosa da operare. e così i bambini (tre) passeranno due mesi chiusi in casa o per strada a fare casino o a guardare la tv o a giocare con la plestescio e lui non ce la faceva più. jè partita la brocca. temporanea insanità. il brigadiere, conciliante, anche per smentire qualunque parvenza di prepotenza da sbirro, e anche perché il sor giuseppe è molto grosso, ha proposto di dimenticare l’episodio e stabilire regole per far giocare i bambini nel cortile e per strada, almeno finché la sorella fosse al san camillo eccetera. orari precisi per ogni attività. magari un po’ di ginnastica. e che nessuno prendesse a calci nessuno. ma i bambini se ne sono altamente fottuti delle regole del brigadiere e l’altro giorno miranda ha dovuto saltare sulla schiena del sor giuseppe che correva dietro ai bambini, e sono arrivati altri fruttaroli per trattenere il sor giuseppe, e altri ancora per acchiappare i bambini, mentre il brigadiere gridava “calma! calma!”. con miranda sulla schiena – e miranda saranno un ottanta chili di donna – il sor giuseppe non è riuscito a picchiare nemmeno il più piccolo dei bambini, però ha preso il pallone e l’ha sgonfiato con un morso.
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venerdì, 28 luglio 2006
(ween, monique the freak)



condoleeza mi passa accanto. se allungo un braccio posso toccare il suo tailleur, però i suoi gorilla mi ammazzerebbero subito dopo. nemmeno mezza goccia di sudore sul trucco pesante, ha uno strato troppo visibile di fondotinta. deve avere la pelle brutta. o le rughe. o l’acne. o i butteri. i ponfi, la cellulite facciale. oppure è un trucco anticaldo, antimedioriente, anticedimento negoziale. la donna più potente del mondo non suda e lascia una scia di shalimar. il tailleur sembra un po’ oviesse, ma la tipa del new york times mi dice che ha dei valentino favolosi in valigia e io le credo. cazzo serve essere la donna più potente del mondo se non puoi avere della roba favolosa in valigia? secondo me ha una di quelle valigie con tutta la roba incellofanata, mutandine, reggiseni separati per colore, occasione e tutto. noi ci sciogliamo lentamente sulla piastra della farnesina, lei no. alza le sopracciglia continuamente e si forma una crepa in mezzo alla fronte. ecco una che non vorrei dover affrontare in una riunione di condominio, o in un direttivo di sezione. o in qualsiasi altro posto. l’ho già incontrata in diverse altre occasioni. è stata lei a decidere che non rientravamo nella graduatoria dell’asilo nido perché eravamo troppo ricchi con nove milioni di reddito annuo. lire, non euri.  è stata lei a vendermi l’alfasud e a convincermi a guidarla un po’ brilla. è stata lei che ha richiamato la mia attenzione su tutti i difetti del mio ex marito. è stata lei a guidare tutti i passaggi cruciali della mia vita, compresi licenziamenti e decisioni avventate e inappellabili. mai visto personaggio così perfetto per incarnare tutte quelle colpe che tieni in tasca, in attesa di poterle addossare a qualcuno. antipatica, donna, nera. beh, nera. ha uno strano colore da biscotto con poco cacao. la tipa del new york times mi dice che da qui andrà direttamente a kuala lumpur. tanto avrà lasciato la valigia già pronta. o ci pensa l’fbi.

ieri le agenzie hanno distribuito le sue foto a kuala lumpur mentre suona il piano. vestita di rosso. forse un valentino.




(ho guardato meglio le foto, oviesse pure quello).
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mercoledì, 26 luglio 2006
(eric clapton, cocaine)



ogni sei mesi, come gli armadi, bisogna sistemare il segnalibro, perché i blog muoiono, cambiano nome, si sposano, si separano, si trasferiscono, si disgustano e si dispiacciono un po’ come le persone dentro una rubrica di cellulare. ho appena fatto il cambio abiti nei miei link, e questo è lo stato delle cose.

certezze: alogeno, jest, eddie, marika. ogni tanto gli viene una specie di ribrezzo, ma scrivono per farselo passare e quindi bon, beati noi. daniela si vede che non ha più quella tensione, quel cazzoduro per cui s’inventava le cose e lanciava siluri e ciabattine, ma anche sabbatica è un bel leggere. brezzina secondo me soffre l’estate, si rarefa e si liquefa, ma noi s’aspetta l’autunno e il ritorno di gagliardezza. calma immarcecisce, qualunque sia la stagione. climacus prima o poi scoprirà se c’è un limite di paginazione o se potrà far rollare i suoi post (e noi che lo si legge) all’infinito nell’immensità del uorlduaidueb. sottopressione (si chiama così, ora, credo): è soprattutto per colpa sua che bisogna fare tutto il rimestio dei link, ogni tot. jorma e papoff lavorano pochisssssimo, smentendo il mito di milano chenonsifermamai. altro che batte fiacca è junior, ma da lui uno se lo aspetta. ct scrive a ogni morte di moggi, forse ha un abbonamento adsl particolare. miic ti fa sentire il brivido della non-appartenenza: se commenti nel suo blog, ti trattano come se fossi un software da spam: devi addirittura digitare una combinazione di numeri-lettere per dimostrare che sei umano, alla faccia del povero turing. mb ha cambiato indirizzo e nome e tutto quanto, ed è sparito dalle viste per un’annata, ma non si aspetti che gli cambi titolo. ha sempre un lungo codazzo di fimmine commentatrici. sable ormai scrive questi post che sembrano cacatine di coniglio nano, ma sempre sable è. la metamorfosi più assurda è il blog di settorzinho, il caro vecchio settorzinho cazzone, che è diventato una specie di multinazionale dell’interismo. ancora qualche mese e bisognerà pagare per commentarlo. sobol è da un anno che tiene su un mazzo di fiori e ha chiuso ogni rubinetto. vigliacca che va in giro a commentare e non puoi nemmeno vendicarti sui suoi post. poi c’è il famoso caso tulipani. che è grave. perché equivale allo sciopero dei farmacisti e dei tassisti sommato a quello dei panettieri: interruzione di servizio di pubblica utilità. ovviamente la furba si è fatta rappresentare da un sindacato che non accetta mediazioni. o le dimostriamo a + y che blog è bello, o ci attacchiamo al tubo del gas. mercedes la immagino in vacanza in polinesia o nelle isole sakhalin, tanto per non mettere limiti. vou è effettivamente in vacanza in africa e scrive post molto più ispirati di quelli che partorisce in ufficio, mentre gravido non partorisce da due anni e la cosa comincia a sembrarmi sospetta.

capitolo drammatico è quello dei blog cui in teoria dovresti lavorare anche tu, visto che ti è stata fornita la chiave e tutto quanto. e stanno lì vecchissimi e dejàvissimi, senza che tu muova un solo dito per aggiornarli e farli uscire da una vecchiaia precoce, inutile e dolorosa.

 
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martedì, 25 luglio 2006
(tina turner, better be good to me)


-        tu mi fraintendi SEMPRE!

-        sì, però calcola che NESSUNO ti ha mai frainteso così tanto e così spesso e in modo così variegato!
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venerdì, 21 luglio 2006
(la compilation estiva di jest)

 

podgorica non è una città simpatica. non perché non sia simpatica, ma perché non è una città. è uno strano villaggione con tutte case basse appiccicate, ritagliate da quei blocchi di carta colorata per fare i collages. lo attraversi in venti minuti di superga. di sera tutti si riversano nella zona pedonale in centro (?!), coi bambini che giocano e le ragazze acchittate come al mare, solo che non c’è mare. ogni due metri, qualcuno ti offre sigarette di contrabbando. podgorica è la capitale europea del contrabbando di sigarette. come essere a napoli negli anni cinquanta, infatti la mia guida parla solo napoletano, e quando mi lancia il quattordicesimo “o cchiubbell’e” mi devo trattenere per non urlare “oi vita, oi vita mia, oi core” con tanto sentimento. c’è solo una Strada che corrisponde alla definzione di “strada urbana di scorrimento”, e a ogni suo angolo c’è un rivenditore di auto usate. per i più poveri la macchina che tira di più è la volkswagen golf. per le elites, non ci sono limiti di marca e taglia. di loro la guida mi dice con un certo pudore che “non è onesto mestiere”, non come il sigarettaio, sottinteso. infatti il montenegro è anche uno dei principali ricettacoli di auto rubate in europa. se qualcuno vi ha rubato una macchina, è di sicuro finita a podgorica. gli unici che guidano auto vecchie lungo la Strada sono i rom. anche l’audi della mia guida non ha un’aria di molto onesto mestiere.

lungo la Strada ci sono ancora parecchie bandiere con l’aquila bicefala del montenegro, mentre il tricolore serbo è andato rapidamente in disuso non tanto dopo il referendum, quanto dopo il sei a zero con l’argentina. a un certo punto due macchine davanti a noi hanno bocciato: in una c’era un contrabbandiere montenegrino da film, compreso l’avambraccio tatuato, nell’altra, un van, c’erano sedici pope niuriniuri. non credo che abbiano l’assicurazione e la constatazione amichevole o come cazzo si chiama. tanto son tutte auto rubate. comunque hanno vinto i pope.

sommergo la mia guida di domande ma le sue risposte sono risicate come il suo napoletano. ogni tanto si snerva e mi parla in serbo, pardon, nella lingua locale. guai a dire ai montenegrini che parlano serbo. intervisto un bel po’ di predsjednik che presiedono probabilmente uffici postali o garitte da contrabbandieri, ma la mia guida sostiene che son tutti “guagliò d’oo governo”. scrivo il reportage più scemo, insulso, inutile e deplorevole della mia carriera. e non riesco a comprare un cazzo. anche se ero attratta da certi gomitoli che sarebbero piaciuti a leo. si mangia da schifo, tanto che, quando vedi in lontananza un macdonald’s, per la prima e spero ultima volta nella vita lanci urla di gioia. lungo la Strada, arrostiscono degli spiedini, dicono di capra, ma ti viene da chiederti che capra sia e non è una bella cosa.
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giovedì, 20 luglio 2006
(starsailor, in the crossfire)

 

1987. riiiiiing. (i telefoni avevano ancora il disco coi buchi ed erano beige).

ciao queridinha, senti un po’: tu parli francese?

ce-certo. (limortacci mia)

te la sentiresti di andare a parigi per le sfilate d’alta moda? hai già scritto di moda, tu?

ce-certo (rilimortacci).

senti, sei invitata dalla rhodia, tutto spesato, ti mandano in un albergo fantastico, ci sei già stata a parigi, vero?

ce-certo (ok, ok).

visto che non hanno ancora inventato le emails ti mando per posta tutte le coordinate e il nome della tipa dell’ufficio stampa della federation française de la couture. ti verranno a prendere all’aeroporto! mi raccomando, avrai un paginone ogni giorno nel Segundo Caderno, vedi di riempirlo!

ce-certo. beijo

a 24 anni, una pretende di andare a vedere le sfilate di alta moda a parigi, per la prima volta a parigi, in jeans, superga e poncho peruviano con i capelli che ti arrivano fino al culo e non hanno mai visto un parrucchiere da quando tua madre ti portava dal barbiere a tagliarteli. posso immaginare la disperazione di madame sirop, che mi aspettava al charles de gaulle per accompagnarmi all’hotel lutetia a bordo di una mercedes nera. qualcuno non si era vestito nel modo giusto. e non era madame sirop né lo chauffeur. e voi non sapete cosa vuol dire riempire un paginone al giorno parlando di m-o-d-a.

 

2006. tiritaratiritatatititi (se non vi piace, prendetevela con le suonerie nokia).

ciao queridinha, senti, potresti partire dopodomani? scusa se ti do poco preavviso, ma l’invito è arrivato all’improvviso e sandra è in ferie...

certo che posso partire, anche se non sarebbe male che tu mi dicessi dove dovrei andare (notare come in 19 anni sono diventata più forbita. e balbetto molto raramente).

ah sì, in montenegro, a podgorica, invitata dal neogoverno neoindipendente neotutto.

uau! nel montenegro! podgorica! quanto tempo ci rimango?

ti spesano per quattro giorni e ti portano in giro, se ti serve noi te ne paghiamo altri tre, ma non di più, mi raccomando. scrivi un pezzo tipo cosa-succede-nel-più-nuovo-paese-al-mondo.

ok, ora che hanno inventato l’email mandami tutte le coordinate.

portati il laptop e una macchina fotografica, mi raccomando.

vanno bene le foto col cellulare? è un nokia.

no! non dirmi che non hai una digitale.

non ho una digitale.

rimediala. baci

 

stavolta so come ci si veste (jeans, superga ma niente poncho). ma perché sento nell’aria questo riconoscibile  profumo d’inculata?

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sabato, 15 luglio 2006
(andrea ra, anche oggi uguale a ieri)

 

sembrava un sogno ma non lo era: all’angolo di via galvani col mattatoio, dai tavolini dell’on the rox dove tante partite si sono viste nei famosi 32 giorni di cui non si vuole più parlare, ragazzo e ragazza, molto giovani, suonavano “viva l’italia”. settimane fa, quando li ho visti per la prima volta, la flautista sbagliava alla grande, stava studiando come fanno tanti nelle piazze e nei metrò di tutto il mondo, la viola di romeo che cercava di sostenere il compasso di giulietta. ora, seconda volta che li vedo, sono rare le note che colpiscono la traversa, e la gente nei tavolini canticchia piano, tutti discretissimi, nessun coattone tira fuori i polmoni, tutti un po’ vergognosi di degregorizzare  vicino al jézz che esce dalle porte del fourxxxx, o al rochenroll del joia. è arrivata fino in fondo, senza slanci mondiali ma con tenacia comunista, e nessuno ha concluso che semo noi, semo noi, i campioni der monno semo noi.

sembrava un sogno ma non lo era: dal seminterrato di una libreria di trastevere, martedì all’alba, si alzavano versi, discorsi che sembravano prediche, recital di poesia, mi dicono, gente giovanegiovane anche lì, più qualche vecchio che nessuno è perfetto, versi recitati con cadenza dai vapori naif perfettamente necessari. non ho la minima idea di chi fossero i poeti, sono proprio fuori, sarà la morte di syd, ero attaccata a un computer per ragioni di virus casalingo, ma mi hanno detto che succede ogni martedì. come se provassero a riaccendere i motori di una simca mille rimasta parcheggiata lì dal 1976.

sembrava un sogno ma non lo era: al rintocco delle cinque-del-mattino-di-mezza-estate ero alla confluenza del tevere con la statua del belli e mi imbattevo in una luna piena, ponente, mostarda. e il cielo ci metteva talmente tanto a schiarirsi che il sole non sorgeva. era la luna a tramontare, come per cortesia, per non rubargli la scena. un mio amico, amico un po’ di tutti, giovanni, uccello ciclista dell’alba, ha assistito allo show insieme a me, e poi mi ha mandato un’email di commento, subject:bagno di luna, raccontando di avermi sorpresa in quella straordinaria atmosfera mattiniera e di essere rimasto di stucco. “caduta dal letto?”, giovanni, geloso perché si è svegliato dopo di me.

sembrava un sogno ma non lo era: domenica pomeriggio entrava in casa musica vera suonata da qualche parte molto vicina, chitarra-batteria, niente voce (musica di musica, diceva il fratello di valeria, da piccolo) . facciamo in tempo a riconoscere To know you is to love you e siamo già in strada, a cercare da dove cazzoviene e ci troviamo nella piazzetta insieme a un barbone steso per terra, la lattina di birra rovesciata, un rivolo, accanto. io convinta che fosse morto. è sboronzo, mi tranquillizzava il gelataio, ché i romani quando vogliono parlar bene inseriscono una O prima della R per rendere meglio l’idea. e d’un tratto il tipo si siede, con un salto si alza e comincia a ballare come un pazzo. e io che avevo già sulla punta della lingua il discorso sull’indifferenza davanti al barbone svenuto e non si può andare avanti così e come si fa, mi mordo la punta della lingua e guardo lo sboronzo, priva di allarme, costernazione, dramma. dopo si festeggia: a monteverde, con qualche decennio di ritardo, è arrivato il blues.

sembrava un sogno ma non lo era: semaforo del ponte bianco. al posto del lavavetri un clown. nell’aria quel cattivo umore da ritardo e traffico e semaforo rosso, intonato col naso rosso del clown che lancia delle palline per aria e passa con un cappello piccolino a raccogliere gli spicci facendo le smorfie ai bambini. e il mio naso snob dice al naso rosso, che fico, non avevo mai visto un clown da semaforo. e lui: lo so, però c’è gente che si stressa anche con noi clown, e si lamentano che non gli lavo il vetro. e nella macchina accanto si ferma daniela col suo figliolino, amica antica, molto antica, dei tempi in cui c’era ancora il pci, e mi dice devi venire a cena da alessandra, e trasecolo perché alessandra l’ho sognata la notte scorsa.

in questi momenti, mi viene da pensare che jung esiste. e spiega tutto quanto.

sembrava un sogno: e ancora adesso non mi sono svegliata.

 
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venerdì, 14 luglio 2006
(l’inno nazionale cantato coi rutti)

 

mio nipote pedro si sta rivelando un maitre à penser più consistente di quanto prometteva a prima vista (è di una bellezza imbarazzante). è partito per barcellona, e ha mandato una mail in cui spiega il suo sistema per combattere i 40 gradi notturni in una stanza con una sola finestrella. dice che bisogna prendere una boccetta di quelle termiche e metalliche, da bicicletta, possibilmente fregandola a tuo fratello, e surgelarla per bene in freezer. poi ti sdrai nudo e metti la boccetta sotto la nuca. e pensi. pensare molto, perché così – dice pedro – il sangue irrora ben bene il cervello che trasmette la freschezza al resto dei terminali. lui sostiene che l’argomento più efficace che ha trovato finora è “come ripianare i debiti del flamengo”, ma devo dire che la cosa non mi farebbe irrorare nemmeno un mignolo. iersera l’ho provata, per curiosità scientifica, che il problema del caldo notturno l’ho già risolto da almeno 12 anni.

e ho scoperto che, nel mio caso, funzionano molto di più gli elenchi di soboliana memoria.

non quelli delle cose-da-fare-domani, che ti irrorano ma ti tengono inesorabilmente sveglia. elenchi di vario genere, amenità tipo: “se mi dovessero torturare, cosa sarebbe più duro da sopportare?”. ieri sera sono giunta a queste conclusioni:

1-     chiudermi in una stanza con un dvd e tutte le puntate del commissario derrick

2-     costringermi a seguire italia x brasile col commento della gialappa’s

3-     tagliarmi le unghie troppo corte

4-     costringermi a vedre tutti i musei vaticani con un’audioguida in francese

5-     mangiare pellecchie di pollo con cervello fritto

6-     stirare

7-     costringermi ad andare all’ikea con mia sorella una volta alla settimana

8-     usare una maglietta 100x100 acrilico per una settimana a luglio

9-     lavorare all’ufficio stampa di un congresso della uil a luglio e dover fare i riassuntini di tutti gli interventi

10-zzzzzzzz

 

la controindicazione è che la mattina ti svegli col torcicollo e un desiderio smodato di uccidere pedro.
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giovedì, 13 luglio 2006

(negramaro, nuvole e lenzuola)


 


commentare la festa del circo massimo tre giorni dopo sa un po’ di minestrone al microonde, ma le impressioni sono vivide tuttora. d’altronde spesso ho perso tempo parlando di amori di otto anni fa, quindi tre giorni di ritardo ssepòffà.


m’ha colpito la percentuale di fascistizzazione dei tifosi. non parlo dei tipi rapati con le palle crociate, che fanno un po’ museo delle cere. parlo del fatto che un gruppetto con le bandiere nazionali sventolanti assume immediatamente – almeno quel lunedì lì è successo – una vaga aria minacciosa da manganellate al rosso. e all’ebreo. tornando a casa, ho attraversato gruppi che a un certo punto deviavano verso il ghetto. e ho paura che chi ha fatto quello scempio sgrammaticato di svastiche sulle serrande non facesse necessariamente parte delle suddette bocce rapate e crociate. erano allegri campioni del mondo sventolanti il tricolore, urlanti slogan sulla mamma e sulle palle di zidane.


non so se sia una faccenda squisitamente romana. so che, istintivamente, ti veniva voglia di dare qualche capocciata qua e là.


forse è tutta sta sacralità ciampista della bandiera. bisogna cominciare a farci delle sane mutande, come antidoto.

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lunedì, 10 luglio 2006




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Questa non è l’ora di fare romanzine.


Gennaro Gattuso, campione del mondo, 9 luglio 2006


 

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mercoledì, 05 luglio 2006
(novastar, never back down)

 

due tiri perfetti hanno liquidato la germania. ho visto la partita accanto a mio nipote pedro, con la maglia del flamengo e la bandiera italiana in mano, tipico esempio di globalizzazione (e opportunismo) della torcida gggiovane.

i due tiri perfetti hanno anche una valenza ironica, in questo mondiale di tiri a cazzo.

è stata la coppa delle mani sui capelli. il gesto che più si è visto in campo è stato quello dei giocatori che si mettevano le mani sui capelli e si disperavano dei propri errori. il gol imperdibile che perdevano. il tiro a cazzo. il pallone lanciato sopra la linea che non entrava e si schiantava sulla bandierina.

c’era qualcosa di falsamente drammatico in quei gesti. qualcosa di melodrammatico, operistico. significava che l’errore era talmente marchiano, e così insolito, che solo uno strappacapelli simbolico poteva rendere l’idea della dimensione della tragedia. mani d’opera alzate in ciel contro il destin cinic e bar. eppure niente è stato più solito e comune in questa coppa dei tiri a cazzo.

ok, ok, i tiri a cazzo fanno parte del calcio. ci sono sempre stati più tiri a cazzo che buoni. non è facile direzionare un pallone col piede, figuriamoci, col piede, strumento così terra-a-terra e impreciso. ma quello che si è visto nei tiri a cazzo di questa coppa supera la normalità. puoi capire la quantità di passaggi a cazzo, che è arrivata a proporzioni epidemiche. le difese sono più compatte, le marcature più vigorose, il gioco ben tramato è diventato una reliquia dei cortili di oratorio. ma il volume dei tiri in porta che vanno a finire lontano dalla porta ha solo una spiegazione: i tipi non sanno più tirare. non coi piedi.

nessun riferimento ai rigori sbagliati perché i rigori non sono calcio. non sono nemmeno uno sport. sono un test di nervi e carattere col pallone.

ieri, del piero ha dato un esempio scandaloso di tiro a cazzo. col gol spalancato davanti a lui, ha colpito un fotografo. poco dopo, un altro tiro, quello del secondo gol italiano, quello che ha aggirato il portiere e si è insaccato nell’angolino, l’eccezione più memorabile, finora, di tutte quelle mani sui capelli.

pedro ha urlato e festeggiato. poi si è fermato e ha detto. magari avessimo giocato almeno una partita con questa garra.
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domenica, 02 luglio 2006
(robocop kraus, after laughter come tears)






c’era uno striscione della torcida francese, ieri: “zidane – pour la legende”. zidane deve averlo letto prima della partita.

le due squadre si somigliavano. tutt’e due avevano ct contestati e convocazioni discutibili. tutt’e due avevano giocatori considerati troppo vecchi per la nazionale, giocatori che non corrispondevano alle aspettative e attuazioni opache di chi prometteva fuochi e luce per poi cavarsela con pisciatine. nei rispettivi paesi, c’erano critici che mettevano sotto accusa la squadra e un pubblico poco convinto dei risultati ottenuti in questo mondiale, anche se tutt’e due erano arrivate ai quarti. ma sopra a tutto le due squadre avevano leggende al capolinea o neonate e avevano bisogno di farle giocare. le leggende brasiliane non hanno giustificato la propria fama e le proprie pretese. la maggior leggenda della squadra francese è salita in cattedra.

c’erano altre differenze tra le due squadre. al primo e ovvio posto, la storia. il brasile cinque volte campione del mondo e sei volte finalista, la francia una sola. il brasile paese del calcio vincente, la francia paese del calcio godibile ma perdente. con le squadre che si somigliavano per alcuni versi, il peso relativo della storia di ognuno è stato decisivo. da un lato il peso del successo storico, dovendo continuamente eguagliare il passato. dall’altro il peso delle frustrazioni storiche, dovendo superarle.  ma alla fine la storia ha deciso altrimenti: zidane ha giocato per la sua personale storia. se la sua leggenda, al momento del tramonto come giocatore, aveva bisogno di una sopravvita supplementare, se l’è assicurata ieri.

non è tempo ancora di spiegazioni. parreira è caduto, elegantemente, con le sue convinzioni intatte. (l’eleganza sta nel fatto che sia caduto con la francia e nei quarti, non col ghana negli ottavi). perché le leggende brasiliane siano fallite e i candidati a leggenda non ne abbiano giustificato i postulati sono misteri per discussioni postume. l’ora è quella di rendere onore a zidane.
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