(andrea ra, anche oggi uguale a ieri)
sembrava un sogno ma non lo era: all’angolo di via galvani col mattatoio, dai tavolini dell’on the rox dove tante partite si sono viste nei famosi 32 giorni di cui non si vuole più parlare, ragazzo e ragazza, molto giovani, suonavano “viva l’italia”. settimane fa, quando li ho visti per la prima volta, la flautista sbagliava alla grande, stava studiando come fanno tanti nelle piazze e nei metrò di tutto il mondo, la viola di romeo che cercava di sostenere il compasso di giulietta. ora, seconda volta che li vedo, sono rare le note che colpiscono la traversa, e la gente nei tavolini canticchia piano, tutti discretissimi, nessun coattone tira fuori i polmoni, tutti un po’ vergognosi di degregorizzare vicino al jézz che esce dalle porte del fourxxxx, o al rochenroll del joia. è arrivata fino in fondo, senza slanci mondiali ma con tenacia comunista, e nessuno ha concluso che semo noi, semo noi, i campioni der monno semo noi.
sembrava un sogno ma non lo era: dal seminterrato di una libreria di trastevere, martedì all’alba, si alzavano versi, discorsi che sembravano prediche, recital di poesia, mi dicono, gente giovanegiovane anche lì, più qualche vecchio che nessuno è perfetto, versi recitati con cadenza dai vapori naif perfettamente necessari. non ho la minima idea di chi fossero i poeti, sono proprio fuori, sarà la morte di syd, ero attaccata a un computer per ragioni di virus casalingo, ma mi hanno detto che succede ogni martedì. come se provassero a riaccendere i motori di una simca mille rimasta parcheggiata lì dal 1976.
sembrava un sogno ma non lo era: al rintocco delle cinque-del-mattino-di-mezza-estate ero alla confluenza del tevere con la statua del belli e mi imbattevo in una luna piena, ponente, mostarda. e il cielo ci metteva talmente tanto a schiarirsi che il sole non sorgeva. era la luna a tramontare, come per cortesia, per non rubargli la scena. un mio amico, amico un po’ di tutti, giovanni, uccello ciclista dell’alba, ha assistito allo show insieme a me, e poi mi ha mandato un’email di commento, subject:bagno di luna, raccontando di avermi sorpresa in quella straordinaria atmosfera mattiniera e di essere rimasto di stucco. “caduta dal letto?”, giovanni, geloso perché si è svegliato dopo di me.
sembrava un sogno ma non lo era: domenica pomeriggio entrava in casa musica vera suonata da qualche parte molto vicina, chitarra-batteria, niente voce (musica di musica, diceva il fratello di valeria, da piccolo) . facciamo in tempo a riconoscere To know you is to love you e siamo già in strada, a cercare da dove cazzoviene e ci troviamo nella piazzetta insieme a un barbone steso per terra, la lattina di birra rovesciata, un rivolo, accanto. io convinta che fosse morto. è sboronzo, mi tranquillizzava il gelataio, ché i romani quando vogliono parlar bene inseriscono una O prima della R per rendere meglio l’idea. e d’un tratto il tipo si siede, con un salto si alza e comincia a ballare come un pazzo. e io che avevo già sulla punta della lingua il discorso sull’indifferenza davanti al barbone svenuto e non si può andare avanti così e come si fa, mi mordo la punta della lingua e guardo lo sboronzo, priva di allarme, costernazione, dramma. dopo si festeggia: a monteverde, con qualche decennio di ritardo, è arrivato il blues.
sembrava un sogno ma non lo era: semaforo del ponte bianco. al posto del lavavetri un clown. nell’aria quel cattivo umore da ritardo e traffico e semaforo rosso, intonato col naso rosso del clown che lancia delle palline per aria e passa con un cappello piccolino a raccogliere gli spicci facendo le smorfie ai bambini. e il mio naso snob dice al naso rosso, che fico, non avevo mai visto un clown da semaforo. e lui: lo so, però c’è gente che si stressa anche con noi clown, e si lamentano che non gli lavo il vetro. e nella macchina accanto si ferma daniela col suo figliolino, amica antica, molto antica, dei tempi in cui c’era ancora il pci, e mi dice devi venire a cena da alessandra, e trasecolo perché alessandra l’ho sognata la notte scorsa.
in questi momenti, mi viene da pensare che jung esiste. e spiega tutto quanto.
sembrava un sogno: e ancora adesso non mi sono svegliata.