giovedì, 31 agosto 2006

(eels, sweet home alabama)





Non sono una consumatrice regolare di poesia. Non è un vanto, sia chiaro. Ma quando lessi intorno ai 20 anni un poema di Borges fu amore a prima vista. S’intitolava Istanti e iniziava così:

Se potessi vivere di nuovo la mia vita,

nella prossima oserei commettere più errori.

Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più.



Questo è il terzo poema che mi ha suscitato l’impulso di portarlo sempre con me nella borsa, insieme al Colibrì di Carver e al Posso scrivere i versi più tristi... di Neruda. Mi sono pentita di non averlo ritagliato dal giornale in cui l’ho letto, in era pre-internet e pre-google, come se poemi così ce ne fossero a chili in giro. Mi piaceva soprattutto la parte in cui Borges diceva:


Io ero uno di quelli che mai

andavano da nessuna parte senza un termometro,

una borsa d'acqua calda,

un ombrello e un paracadute;

se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero


Ho cercato come un’allucinata il poema nei libri e antologie di Borges, ma non l’ho trovato da nessuna parte. Ricordavo vagamente un verso così o cosà, tipo quello in cui il poeta diceva che se avesse l’occasione di ricominciare “mangerei più gelati e meno fave, e avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari”.

Anni dopo, chiacchierando una sera con Fernando Jordão, maestro e amico, scopro che lui si portava da anni lo stessissimo poema piegato nel portafogli, come un talismano, una prece. Ogni tanto spiegava il foglietto e lo leggeva. Mi dice che il suo verso preferito è quello che recita

Se potessi tornare a vivere

comincerei ad andar scalzo all'inizio

della primavera

e rimarrei scalzo fino alla fine dell'autunno
.


Naturalmente, ero entusiasta di scoprirlo così devoto a Borges e ancor più di ritrovare il poema. Abbiamo stabilito che quello era uno dei momenti sublimi di Jorgito. Stavolta non ho perso l’occasione: ho chiesto il ritaglio in prestito e l’ho fotocopiato.

Altri anni dopo. Leggo su El Pais che la poesia non è di Borges, che si tratta di un falso, che Borges non l’ha mai scritto e che il suo vero autore è una certa Nadine Stair. La mia prima reazione è stata di scetticismo, mi rifiuto di crederci. Ma il giornale dice che la vedova di Borges ha denunciato pubblicamente la frode: Borges non solo non è l’autore del poema ma non sarebbe mai ricorso a sillogismi così banali. Sono rimasta di stucco. Ok che non c’erano tigri, labirinti e specchi. Ma spedire il poema così verso il limbo della mediocrità, mi sembrava un po’ eccessivo.

Scrivo a Fernando per sfogarmi.

Giusto ora che mi stavo abituando a stare senza scarpe.

E lui risponde, serafico.

Non mi fa né caldo né freddo. Lo tengo sempre nel portafogli. Ho deciso di non abiurare. Sennò avrei dovuto tornare al vecchio modo di agire senza correre rischi, senza scalare montagne, senza nuotare in un fiume.

Ci ho pensato per un po’, e gli ho dato ragione. Sì, meglio conservare l’illusione di diventare un’alpinista e di nuotare controcorrente, piuttosto che sacrificarla in nome della verità letteraria. Restava solo il dubbio: chi cazzo è Nadine Stair?

Un altro po’ di anni. Google mi chiarisce

1- che Nadine Stair è una signora di Louisville, Kentucky (1902-1988). 2- Che in realtà, da ricerche approfondite, la signora Stair non è mai esistita. Si tratterebbe, in realtà, di tale Nadine Strain (1892-1988). Che si dedicava alla musica, e non ha mai scritto poesie. 3- Però esiste una versione precedente del poema incriminato, dovuta allo scrittore satirico Don Herold, e pubblicata, nel 1953, nella rivista (infame, infetta, immangiabile) Selezione del Reader’s Digest. 4- Ovviamente aleggia il sospetto che il testo di Herold sia un falso copiato da qualcun altro (tutta la ricostruzione della storia la trovi qui).

Il fatto è che sono convintissima che tutto sia stato architettato da Borges. Troppo borgesiano per essere solo banalmente casuale. La soluzione del mistero è sempre inferiore al mistero.

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mercoledì, 30 agosto 2006
(muddy waters, you need love)



Biancastro, tutto biancastro e bluastro. Immersa in un pomeriggio poco nitido. Sotto le ali c’era un po’ di giallo, ho notato. La buganvillea quasi non ha foglie: solo fiori. Magenta, rosa, un ibrido pieno e doloroso. Sul tavolo del giardino, il papiro ikea ingobbito per colpa del vento. E però ci basta un momento come questo. Tetti di cemento, tetti di tegole, un parafulmini, padelle per raccogliere gocce di sky. Una girandola a forma di fiore: viola, dal cuore nero.



Sul tavolo da lavoro, una boccetta di collirio, una cucitrice e un calendario. Una maschera di Venezia e un portraritratti d’argento. La pagina numero 312 del racconto da tradurre. Patas macias sobre folhas mortas. Ao atravessar num salto a janela aberta o tigre sabia muito bem que o lenhador tinha saído. O bebê de dois anos estava sentado no chão, brincando. Sozinho, sozinho.Tre penne e una busta gialla. Un grosso vocabolario con la copertina rossa e un libro: Sei problemi per don Isidro Parodi.




Una mosca passa e se ne va. Il pavimento della stanza è macchiato di verde panchina e da qualche parte qualcuno accelera il motore della macchina. Dal computer un finissimo velo di chiarezza respira, e presto si disfa tra le nuvole.
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martedì, 29 agosto 2006

(ramones, do you wanna dance)


Ecco, plutone non era un pianeta e gunter grass era nazista. sono i rischi di esistere troppo a lungo: si finisce per rivelare qualcosa di brutto su di sé.

Poche reputazioni resistono a una vita troppo lunga. nel caso di gunter grass, lui stesso non ce l’ha fatta e si è autodenunciato. nell’autobiografia appena uscita rivela che, durante la seconda guerra mondiale, non è stato un piccolo burocrate come aveva sempre sostenuto, ma un membro delle ss, le truppe d’èlite nazista, anche se non ha ucciso una mosca. dal lontano canto suo plutone – che, se contiamo a partire dalla sua scoperta nel sistema solare, negli anni 30, era appena un po’ più giovane di grass – stava tranquillo nella sua orbita, sicuro che le reputazioni astronomiche fossero meno vulnerabili delle reputazioni umane. in fin dei conti, cosa può essere meno incostante della vita di un pianeta, con le sue traiettorie fisse sotto la continua sorveglianza dei telescopi? ma hanno rivelato che plutone era un impostore. non era un pianeta.

Una vita breve forse non avrebbe salvato né grass né plutone dall’imbarazzo. se grass fosse morto senza dire nulla e plutone si fosse spiaccicato spettacolarmente in uno scontro con nettuno, le loro due vite sarebbero state comunque riesaminate e, presto o tardi, sarebbero venute fuori le rivelazioni. i posteri non sono più un luogo sicuro per le reputazioni. il caso di grass è più imbarazzante perché lui ha passato la vita dicendo ai tedeschi di ricordare il loro passato nazista e affrontare la loro colpa e ha vinto un nobel (anche) per questo fatto, e solo ora si è autopurgato, ricordando la sua personale verità. ma poteva, se avesse voluto, morire senza ricordarla, muto come un pianeta distante. la sua consolazione è che, grazie alla rivelazione tardiva, la sua autobiografia è il grande successo letterario del momento in germania. plutone insiste nella sua insignificanza relativa e nell’orbita atipica responsabili del suo declassamento, ma anche lui ha una consolazione: la permanenza del suo nome grazie a pluto, il simpatico cagnone disney, la cui fama sopravvivrà a tutte le reputazioni letterarie e, si sospetta, perfino all’estinzione dell’universo.


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lunedì, 28 agosto 2006

 (madeleine peyroux, don't wait too long)





Stavo aiutando mia madre a stendere i panni, raccogliendo solo i pezzi piccoli dalla bacinella quando Valeria arrivò in bicicletta, e mi chiese se non volevo andare fino allo Shangri-là che il vento si era calmato e il sole non era più così forte. Le dissi che era un po' tardi, ma lei insisteva e mi diceva vieni che presto le vacanze saranno finite e a casa possiamo andare in bici solo sul marciapiede, ti ricordi com'è quando cadi sul marciapiede? Certo che sì, tutta la gamba grattugiata e la bici che sarebbe rimasta un anno intero chiusa nel box e io avrei solo sognato di tornare al mare, e allora dovevo approfittarne subito, per forza.

La cosa del vento era un po' una palla, a Valeria piaceva esagerare un poco o diminuire le cose per farci fare quello che voleva lei, ma non m'importava perché ero felice di pedalare sulla sabbia che non era troppo molle. Lei voleva andare fino alla colonia, dove c'è il bar che faceva i toast con la mortadella e vendeva gelati algida, non avevo soldi ma lei disse ti pago io un cremino. Abbiamo pedalato veloce, aggrappate al manubrio nel vento che portava una nuvola bassa di sabbia che bruciava le nostre gambe e pensavo meno male che passiamo le vacanze insieme.


Lungo la strada, guardavo il mare pieno di mulinelli, la bandiera rossa che quasi veniva strappata da sopra il seggiolone del bagnino, la spiaggia che non finiva mai, e ricordavo un tema in classe: "La prima volta che hai visto il mare". Il problema è che sono nata in una città di mare e il mare lo ricordavo da sempre, non c'era una prima volta, e dissi alla prof che mi ci ero abituata a poco a poco, come ci abituiamo alle cose che sono con noi da tanto tempo. La prof mi disse va bene, ma ho visto che non mi credeva tanto perché mi disse che il mare era una cosa troppo grande e bella per abituarsi a poco a poco, e che avrei dovuto sforzarmi un po' di più. Ci ho provato, ma non riuscivo a ricordare nulla da scrivere e alla fine ho scelto la traccia: Il film che ti è piaciuto di più, e ho scritto sulla Stangata.

Prima di arrivare ci siamo dovute fermare per riposarci e legarci di nuovo i capelli che ci battevano con forza in faccia e ci facevano male. E allora ci siamo ricordate dei ragazzi che usavano la maglietta della colonia e camminavano sulla spiaggia e li trovavamo un po' scemi, perché non entravano quasi mai in acqua. Ci mettemmo d'accordo per dirgli che eravamo francesi e di parlare con la erre moscia e l'accento finale, come la zia Marcelle, che veniva da Parigi. E avevo paura di dimenticarlo e dire una erre normale e di non fare quel beccuccio che fanno i francesi o di accentare nel momento sbagliato. Ma abbiamo deciso, era facile decidere perché eravamo molto amiche e non avevamo mai litigato, a parte un pochino quando Valeria mi raccontò di aver dato a Cinzia il mio quaderno di poesie, quello che prestiamo alle amiche e ognuna scrive un verso o una frase da conservare come ricordo, e Cinzia non era amica mia, non era nella mia classe e non volevo ricordarla per niente.


Poggiammo le bici, i ragazzi parlavano con un tipo più grande, di un quindici anni credo, perché aveva la voce grossa e le gambe molto pelose, aveva una chitarra e stava per cantare quando siamo arrivate. I ragazzi ci dissero Ciao come va? e noi, ciao bene, ed ero nervosa pensando se c'era qualche erre da arrotare in quella frasetta e che il nostro piano era un casino, ma chissene, tanto erano mezzi scemi.Che sollievo quando il ragazzo peloso disse vado a fare una partitella e sono rimasti solo tre della nostra età, che passavano tutta la giornata sulla spiaggia a camminare su e giù. Quando ci chiesero da dove venivamo, gli dissi da Rrrromà ma viviamo a Parrrigì, e si guardarono tra di loro con le facce strane, e io e Valeria ci siamo guardate e sapevo che dopo averlo detto avremmo dovuto sostenere la cosa fino alla fine. Da quel momento ci hanno fatto una raffica di domande tipo interrogazione, e rispondevamo improvvisando, inventavamo quello che ci capitava in testa e i ragazzi sembravano crederci.

Dopo un po' ero stanca di quella conversazione stupida fatta solo di risposte e volevo il mio cremino, quando uno dei ragazzi disse, di punto in bianco: se siete di Parigi allora sapete baciare in bocca, le parigine sanno tutte baciare in bocca.


Mi veniva da ridere perché certo che sapevamo baciare, e non bisognava sapere niente perché mia sorella mi aveva detto una volta che mi stavo esercitando col cuscino che bastava incollare la bocca nella bocca del ragazzo, più o meno come ballare a occhi chiusi e lasciarsi portare dalla musica. E non ho riso né ho detto nulla, ma Valeria disse: cerrrrtò che lo sappiamo farrrrè. Il ragazzo disse allora fateci vedere e baciateci per provarci di essere proprio di Parigi. Gli altri due erano sorpresi della proposta, perché erano imbarazzati e guardavano per terra, e si fece un silenzio finché non dissi che non l'avrrrrei fatto solo per prrrrovarrrre che venivo da Parrrrigì e Valeria disse che non voleva baciarrrrè nessuno. Ci guardavano strano e prima che qualcuno dicesse qualcosa io dissi: andiamo a prrrrenderrrrè un gelatò, Val, con la faccia più parigina che avevo, e ci mettemmo a correre e a ridere come matte.

Siamo andate al bar e non sapevamo se ci erano cascati e ricordavamo le nostre invenzioni, che eravamo cugine, e abitavamo nella Via Anrrrrose e che i nostri nonni erano di Roma. Ho parlato della Via Anrrrrose perché mia madre cantava sempre quell'indirizzo ed era l'unica via che conoscevo di Parigi.


Al ritorno non eravamo più controvento, davamo una pedalata e andavamo lontano e potevamo anche lasciare il manubrio e aprire le braccia per sentire di volare. Ma Valeria propose di fermarci un attimo sulle dune dei Pini. Lasciammo le bici e ci sedemmo sulla duna più alta, e guardavamo i gabbiani che cenavano, sedute in mezzo a un mare di fiorellini gialli e viola col cielo che diventava rosa verso i Circeo. Abbiamo riso ancora delle nostre cazzate di fingerci parigine e della faccia dei ragazzi quando ci siamo messe a correre. Tutt'a un tratto Valeria mi chiese se sapevo davvero baciare.

Le dissi che l'avrei saputo quando arrivava il momento e credevo che queste cose non bisognava impararle, come suonare il flauto a lezione di educazione musicale, e che bastava cominciare per sapere, facendo finta di averlo pensato da sola perché mi scocciava di raccontare la storia del cuscino e di mia sorella. Mentre parlavo, Valeria mi guardava tranquilla e si avvicinava piano piano e quando ho visto aveva accostato la bocca sulla mia e mi sono ricordata la cosa di ballare a occhi chiusi, senza pensare che era strano baciare una ragazza, sentendo il suo respiro, e allora ci siamo baciate sul serio. Ascoltavo il rumore delle onde e sapevo che mi piaceva molto Valeria, tanto che quel bacio era veramente grandioso e non mi importava se passava qualcuno in spiaggia, nemmeno i ragazzi della colonia.


Dopo il bacio nessuna di noi disse niente, siamo rimaste tutto il tempo sedute là sopra mentre il sole ci riscaldava, guardando le onde, guardando la sabbia che correva col vento, l'acqua che saliva con la marea di prima sera, il cielo senza nuvole che si mischiava con il blu dell'alto mare. Ed ero sicura che, ora, avrei saputo scrivere un mucchio di roba sulla prima volta che ho visto il mare.
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venerdì, 25 agosto 2006

[(bob dylan, most likely you go your way (and I’ll go mine)]








 frida







minchia, ieri ero completamente senza argomenti e ho deciso di succhiare un articolo letto sul corrierone giorni fa sul ritorno della moda delle sopracciglia folte. ora ricevo emeil di lettori che mi chiedono cosa fare per curare sopracciglia rade/troppo folte/coi pelazzi tipo filo spinato. mi sento una merda.




***







(flescbec, ieri sera)







Per sopportare queste giornate noiose del colore della mia giacca grigia di pigiama che uso per lavorare, e che nessuno deve sapere, fingo che sulla mia strada mattutina di giovedì ci sia una domenica. Di quelle che albeggiano presto con un freddolino e il sole che riscalda appena la testa quando vai a prendere cornetto e giornali.



una domenica da bambini, da figli unici, lunapark, cartone disney. di un’estate diversa, più allegra di quella bellissima domenica calmapiatta e triste del disco di caetano e gal che ho bucato a furia di sentirlo qualche anno fa e che non sento più chissà il perché. ora quando arriva sto trip metto nedelle nelle cuffie.






infallibile, il pop in lingua gringa rende i dolori più shalàlà. anche se la tematica è fiori-cagnolini-sole-donnine ignorate-ex e attuali che s’incontrano per la prima volta in un concerto-ballare guardando per terra e una lista di altra roba che può farti passare la voglia di sentire il disco. non lo fare, è bellissimo. e nedelle ha una vocetta che ti dirò: CARAMELLO.






***







(/flesc)







e all’improvviso stamattina è davvero domenica. tornato. carico di storie newmexicane alabamose californiche. e io qui che racconto ferriagosti senza fatti e menchemeno opinioni. il guaio è che non è bravo a raccontare. si salva perché leikamunito, ma le didascalie sono infarcite di termini tecnici tipo asa e filtri magenta. però bello ritrovare la sensazione di parlare a letto – il modo più sincero di fare, senza ritegni e barriere di stoffa. e ha pure piovuto.







altro che nedelle. bob!
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giovedì, 24 agosto 2006




(the clash, lost in the supermarket)



 

l’insonnia d’agosto è micidiale. perché negli altri mesi, quando dormo troppo poco, scendo al bar, m’incappuccino, chiacchiero e dopo un po’ mi viene quella specie di nostalgia dell’utero che mi fa tornare a letto. ora, sono quasi tutti chiusi, a parte il bar dei fasci che sono sicura che non cura l’insonnia, e il bar marisa, che ha un odore che non mi piace. quindi giro per le strade all’alba con un senso di pre-pensionamento orribile, insostenibile. finché arrivo al nuovissimo gs di via barrili. stanno aprendo, cazzo, mai visto un supermercato appena aperto, mi fiondo. tutti quei corridoi, tutto quell’ordine che fa diventare più bianca la tua mente. faccio degli esperimenti, percorro un’intera fila a occhi chiusi mettendo la roba che pesco a casaccio nel carrello, per testare i miei poteri da supermarkettara. poi torno indietro e rimetto tutto a posto, tranne le cipolline e gli anacardi. parlo col tipo della macelleria che mi dà delle dritte. la ragazza del pane sta facendo vedere le foto del pupo (è bellissimo e mangia bene, 6 chili

Mi ricordo una mostra che ho visto nel secolo scorso, un fotografo tedesco che comincia con la G (splinder park! splinder park!). per fortuna c’è google-images che lo indovina. andreas gursky. che adora parcheggi, piscine e supermarket, e lo capisco. comunque, dopo aver guardato tutte le etichette dei biscotti e il prezzo dei caffè e le forme dei crackers, sento che arriva il sonno. e torno all’utero, rappacificata.




99 percent - Andreas Gursky




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mercoledì, 23 agosto 2006

(Fernanda, Essa noite serenou)


Isabella al mercato coi vestiti di ieri. Ieri..., lei ricorda e prova un brivido nei peli del pube. Shottini a 2,80, luna piena di grazia, belle chiacchiere e una gamba che tocca l’altra, sotto il tavolo. Isabella dalle belle sopracciglia dice ogni cosa a Giacomo, agli occhi curiosi e al naso romano. Oggi al mercato, con gli stessi vestiti che Giacomo ha stazzonato ieri, Isabella cammina tra i pomodori molto rossi e i pesci molto morti. L’allegria dei venditori. Abbella. Affata. Sorrisetto sotto i baffi mentre esamina certi meloni. Venditori sposati e segaioli. Prima si preoccupa, poi si rilassa e si toglie la camiciola per provocare ancora di più. Guardate quanto sono giovane, per favore, questa è la mia bellezza, cari fruttaroli di via Niccolini. Prova dell’uva e ricorda i baci di Giacomo. Dolci e pacchiani. Le vuoi le carotine? Ricorda le lunghe dita di Giacomo, e pensa a quello che, un giorno, saranno in grado di fare. Peperoni verdi, gialli, rossi, vuoi? Ricorda la pelle di Giacomo, una miscela misteriosa di rosso e giallo e vene verdi che risaltano. I fruttaroli la seguono con gli occhi, e Isabella sfila. A un certo punto sente odore di cipolla,  ma non vede nessuna cipolla in giro, e conclude che è il suo stesso odore. Odore di ieri. Vestiti di ieri. Voglia di ieri ancora qui. A casa, vicino al mercato, si fa una lunga doccia, stile when i think about you, i touch myself. Poi si rende conto di aver dimenticato la busta coi cetrioli. Non ha voglia di riandarci. Le dita veloci digitano il nome di Giacomo nella rubrica. Ma la mente ancora più veloce la ferma. Senza cetrioli, senza Giacomo, con la luna piena. La notte è fresca, la casa è grande e vuota. Isabella cucina una carota e rovista nel cesto dei panni sporchi in cerca della blusa di ieri. Di oggi. Di ieri. Di oggi.
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lunedì, 21 agosto 2006
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giovedì, 17 agosto 2006
(andrea liuzza, spell)



mi ha insospettito trovare in vari siti - anche serissimi - internet l'informazione sull'avvicinamento tra terra e marte all'alba del prossimo 27 agosto, il punto più vicino raggiunto dal pianeta rosso in 60mila anni. così vicino che avremo l'impressione di vedere due lune in cielo. ho pensato che il riavvicinamento è un po' prematuro: l'umanità non è ancora pronta per fare il salto verso marte che ci salverà da una terra in decomposizione. se marte potesse aspettare un diciamo 100 anni, finché tutti saremo capaci di costruire un razzetto in cortile, come quello lì, com'è che si chiama?



e allora ho fatto quello che sempre si fa quando dici "com'è che si chiama?" e non hai ancora 70 anni. e quello che si fa quando qualcosa ti insospettisce: mi sembrava di aver già letto la cosa dell'avvicinamento. anzi, mi sembrava addirittura di averne scritto. insomma, quello che si fa quando hai un dubbio:



google!



in effetti, ho trovato l'informazione su marte che si avvicina per la prima volta nella storia registrata - però il 27 agosto 2003. ed è vero che ne avevo scritto, con il solito ritardo di 12 giorni, ma ne avevo scritto sì. tornando alla notizia, solito meccanismo: qualcuno l'ha letta e non ha notato il piccolo dettaglio dell'anno, e l'ha postato da qualche parte dando il via alla cosa. e dal fondo del baule della mia memoria senza spider ho tirato fuori l'immagine di marte in quella settimana tra agosto e settembre del 2003. non sembrava un'altra luna, era poco più visibile di venere. comunque, è una di quelle false notizie che non fanno danni: le azioni di marte non hanno subito impennate, al massimo c'è stata una piccola inflazione dei barili di filosofia greggia. una notizia (vera) che rassicura: marte si riavvicinerà alla terra di nuovo il 27 agosto 2287. abbiamo tutto il tempo.



ah, il tipo che lanciava razzi dai campi di cavolo si chiama robert goddard.



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mercoledì, 16 agosto 2006
(rem, the one i love)



la guerra. finita. davvero? ricomincia? ferragosto. lavoro. palle. zanzare. caldo. ricomincia. estate? finita. uffa. stufa. uva. finita. pizzutella.sesso. cosìcosì. nesso. zero. 0 viceversa. tel. cheffai? pizzecinema. tutto. finito. vacanze. sole.rIcomincia. andovai? dandovieni? indostai? ritornerai? tutti fratelli. tutte sorelle. nella piscina. di ferragosto. mare? finito. algatossica. no playa. tutti scipiti. cazzow. ricomincia. ma de che, aho? finito. caduto. uscito. sparito. ricomincia? boh. miau. high. low. rothmans? finite. centrocommericale. N0. camel. finito? yes. consegnato. spedito. ffffatto. il pezzo. que te parió. rewind. la guerra.
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domenica, 13 agosto 2006

(rammstein, mann gegen mann)


Sto leggendo le Aragoste di David Foster Wallace, e mi sto ammazzando gli occhi,perché i racconti si snodano sui font piiiiccoli piiiiiccoli del piè di pagina. Dai primi cinque racconti ho già imparato un mucchio di roba. Per esempio, come scrivere i numeri. Ci sono due scuole: la prima dice che bisogna scriverli per esteso, come negli assegni e nelle denunce, fino a dieci. L'altra scuola s'allarga fino a venti, anzi 20. Sono per la seconda scelta, perché la prima ti priva del piacere di scrivere u n d i c i. Veramente è una goduria anche scrivere n o v e c e n t o d i c i a s s e t t e. Però ci si può consolare compilando bollettini di contocorrente postale.


[*sospiro* - un tempo tulipani ne avrebbe fatto un post - *sospiro*]


Finora sono rimasta fulminata davvero dalla prima storia, che racconta della cerimonia di consegna degli oscar dei film porno a Las Vegas. Anche perché su questa faccenda del porno prima o poi dovrò parlare col mio analista. Ah, non ti avevo detto che sono entrata in analisi? E che il mio analista sei tu? almeno finché splinder non mi farà pagare le tue prestazioni.


L'unico mio tentativo di scrivere roba porno è stato veramente penoso. C'era questo tipo, capisci? che mi sfida: vediamo se riesci a scrivere di sesso. E io: ma figurati. E mi lancio in una delle cose che credevo di saper fare meglio: pompini. Ora, il problema è che i pompini sono fantastici a farli, e un casino a raccontarli. L'esercizio preliminare è stato quello di scaricare un videopompino, e descriverlo nei minimi dettagli. E lì mi sono incasinata (mai a trovare un uomo sotto mano quando ti serve!), perché ho cominciato a notare e annotare tutti i dettagli della scena. Il mio guaio è che mi perdo nei particolari, soprattutto quelli comici o surreali, e forse il filmino che stavo guardando non era poi così gajardo. Fatto è che a un certo punto noto che la signorina si sofferma particolarmente sul filettino. Sai, quel filetto che tiene su il cappuccio [mi rifiuto di chiamarlo prepuzio (28)]. Vista la sua insistenza (e visto che non potevo fare la prova lì per lì) mi dico: sta cosa del filettino dev'essere una ficata che ancora non conoscevo. E la trasformo nell'elemento centrale del mio racconto-di-pompino. Spedisco orgogliosa tutto quanto, e ottengo la risata più clamorosa mai strappata da una donna a un uomo. Se il signore in questione non avesse deciso di non vedermi/sentirmi mai più, ancora oggi mi sfotterebbe per il filettino.


Tra l'altro, secondo me il filettino ha svolto un ruolo importante nel fallimento della storia. Come si fa ad apprezzare una che rischia, sul più bello, di farti ridere?


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venerdì, 11 agosto 2006
[deus, what we talk about (when we talk about love)]

 

Porto nel cuore una tristezza antica che non fa altro che male. Non so che farmene. Quanto batte. Quanto duole. La tengo qui nell’angolo sinistro, ben tranquilla. Si fa sentire nelle ore più strane. E quanto sgocciola. E quanto si muove. Salta nel petto come un Supertele che attraversa la strada senza guardare. Vorrei dimenticarla. Vorrei tradirla. Chiuderla fuori a chiave senza pietà per la pioggia. Farla bagnare come uno zerbino che si inzuppa a poco a poco. Vorrei poterla raccogliere nelle mani, e con la disperazione di un marinaio perduto, strapparla fuori dalla barca. Lasciarla alla deriva in compagnia delle onde. Che ci pensi lei a salvarsi. Che anneghi lentamente nell’immensità fredda dei mari. Da lontano la saluterei dal mio motoscafo inespugnabile, dispiaciuta di non averlo fatto prima. Felice di aver estirpato tutto il tumore. Arriverei a casa tranquilla, forse stanca del viaggio. Prenderei una novalgina e andrei piena di grazia a letto. Sognerei colori impossibili e parole ancora perdute. Mi sveglierei in pieno. Riposata. Completamente felice. Scriverei solo di cose invisibili e di suoni catturati dal mondo. Continuerei a vivere cercando l’irreale e il possibile. E sarei felice se non fosse per la mancanza che sentirei di quella tristezza, una volta che l’avessi perduta, e inoltrerei reclamo presso la luna per la sua assenza.
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lunedì, 07 agosto 2006
(please, please, please, let me get what i want, the smiths)

 

Piccolo condominio chiuso per ferie, tranne che per l’Interno 2 e l’Interno 6. La sera del 6 agosto, Interno 2 decide di fare un dolce. La prima cosa che nota è che ha pochissimo zucchero in casa. E il dolce che ha in mente ne richiede almeno mezzo chilo. Se fossi una bastarda, ti direi quante calorie sono, ma ti risparmio. Ha visto le imposte aperte all’interno 6: coppia di trentaquarantenni, lui tenebroso, perenne ruga d’insoddisfazione sotto i capelli rossi, lei carina, ma Interno 2 si è decisamente soffermata più su di lui che su di lei. Armata di caraffetta, affronta le scale. Al primo piano si guarda e si sente Sofia Loren in Una giornata particolare, non per via di Sofia Loren, ma per via delle ciabatte. Al secondo piano, si sente Audrey Hepburn che anche lei avrà avuto voglia di fare un dolce, una sera d’agosto, e d’altronde aveva fatto il corso di cordon bleu a Parigi. Al terzo piano si sente quello che è, una quarantenne sfiorente e carente di zuccheri. Suona. Apre Interno 6 con cipiglio particolarmente accentuato. Interno 2 cerca di darsi un tono mondano, informale e autosarcastico e gli chiede lo zucchero. Resiste fieramente alla tentazione di tirar fuori il periscopio per vedere com’è casa loro e come hanno risolto la questione della colonna che divide il disimpegno da... Ecco lo zucchero. Gorgheggia un “se volete, più tardi venite a mangiarlo”, e lui bofonchia (14) “mia moglie ‘un c’è” e Sophia Audrey ha un piccolo mancamento, perché i toscani a lei fanno un effetto erotiho.

Ha in mente un’Ile Flottante. Impegnativa. Comincia dalla crema inglese, che dev’essere lenta abbastanza da velare appena il cucchiaio. Niente farina, fecola o maizena ci vogliono. La lascia freddarsi e prepara un blocco dalle forme magrittiane di meringa soda, da passare appena sotto il grill per tostarla leggermente. Prepara il piatto: lago di crema, zattera di meringa. Mancano solo i naufraghi. Ci vorrebbero le fragoline di bosco, ma le pesche vanno bene, sciroppate nel vino bianco e flambate col cognac. Ora è tutto perfetto. Fa anche una bandierina con la foglia di menta. L’ile flotta nel suo mare giallo. E Interno 2 si rende conto di non poterla mangiare da sola.

Mangiarla significa distruggerla, e la vita non può essere così veloce, i dolci non dovrebbero essere così metaforici. Sta lì con l’alzatina in mezzo al tavolo, decide di portarlo su da Interno 6, al massimo la manderà a cahare. Alzatinamunita, affronta le scale. Al primo piano rallenta perché l’Ile ha cominciato a tremare come un culo di monaca. Al secondo piano si rimprovera: almeno le ciabatte potevi cambiarle. Al terzo è il panico. Si siede sul gradino, studia la targhetta, il campanello, il portaombrello. Si decide, si alza decisa, e si avvia decisamente giù, verso casa.

La serata è delle peggiori, calcola che si è ascoltata un novantamila volte Please please please e ha messo Lost in Translation muto nel dvd. Due dei sintomi delle sue crisi più nere e gialle e rosse. Si siede per terra, accanto all’isola fluttuante. Quando i dolci ti costringono a rivedere la tua vita, forse significa che dovresti finalmente sostituirli con un analista – più caro, ma meno calorico. Possibilmente femmina, visto che sei in grado di vivere un transfert perfino col vicino di casa. So for once in my life Let me get what I want, cazzo, Interno 2, lavati la faccia, smettila di parlare col dolce, stucchi! Non costringermi a usare i punti esclamativi.

Poi suona il campanello e Interno 2 guarda dallo spioncino ed è Interno 6 con un enorme cucchiaio in mano. E lo sai che è talmente cogliona che non è detto che apra la porta?  
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venerdì, 04 agosto 2006

(in my life, dei beatles, sussurrato da sean connery)


John e Joshua (sono i due là dietro)

ogni agosto stesso jingle:"comemai non tenevai?". e ogni agosto tirar fuori la spiegazione più o meno articolata in cui si mettono in fila i seguenti argomenti: lavoratrice non dipendente, senza turni e colleghi da far quadrare/figlio ormai grande e feriautonomo/agosto a roma, che pacchia!/e poi parto a settembre come i pensionati tedeschi/... se ti scoccia allineare tutta la solfa, puoi fare la faccia attonita e dire ferie? quali ferie? dando per scontato all'interlocutore che o le hai già fatte o non ne hai diritto.


comunque, se qualcuno me lo chiede, quest'anno gli dico: sono rimasta per andare a vedere la mostra di wim wenders alle scuderie. ah, non ci sei stata/stato?! e allora devi restare pure tu. quello sì che è un viaggio, cara/caro mio, altro che sciarmelsceicche. ti abbracciano città e deserti, ti fai avvolgere da enormi fotone panoramiche che ti fanno venir voglia di tuffarti nei pannelli. e per un quaranta/sessanta minuti sei felice.


e pensi alla tua personale collezione di luoghi, e dici con lennon e mccartney there are places i remember all my life - though some have changed... all these places had their moments - in my life i loved them all.


quei posti dove passi tutta una vita, o che esplori in un attimo unico e denso. posti trovati per caso, dove vai perché il nome ti attira sulla mappa. posti dove non andrai mai mai mai mai più. e quelli che non dimenticherai mai mai mai mai. luoghi che ti mancano, che ti fanno paura, che ti mettono a tuo perfetto agio, luoghi-casa, luoghi nauseabondi, luoghi che ti sgomentano. luoghi che quando ci arrivi ti accorgi di averli già sognati. luoghi perduti - nei due sensi.


luoghi che ci proteggono o che ci distruggono. se solo li amassimo come amiamo un uomo, una donna, un figlio, staremmo lì a presidiarli per evitare le rughe e le cartacce, il dimenticatoio (78)* e il ridimensionamento. luoghi legati alle persone amate, presenti e passate e future.





* posizione occupata nella chart delle brutte parole




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giovedì, 03 agosto 2006
(turin brakes, over and over)

 

una delle caratteristiche italiane che mi fanno più ridere è l’orgoglio nazionale negativo. anche ora, campioni del mondo eccetera, ci si vanta più del fatto che sto scandalo delle partite truccate (semmai dovessi scrivere “calciopoli” sei autorizzato a scriverlo sulla mia lapide) sia il più grosso scandalo sportivo mai scoperto. Anche nel periodo di mani pulite, mi ricordo questa vanteria, questo patriottismo rovesciato: il sistema politico più corrotto al mondo.

devo disilludere tanto amor patrio: leggo sul nyt di iperfatturazioni, costi fittizi e altre graziosità delle imprese amerikane incaricate di ricostruire l’iraq. man mano che leggevo, anche la mia megalomania brasiliana si sgonfiava. la bechtel, la halliburton (quella di dick cheney) e altre aziende americane hanno vinto, con diritto a esclusiva assoluta (il motto è la nostra monnezza ce la puliamo noi) e senza concorsi o licitazioni, i contratti per riparare i danni fatti dall’altro complesso di aziende e servizi sussidiato dal pentagono, anche loro con un bel curriculum storico di truffe. e anche con tutti i miliardi di dollari spesi o rubati, quasi quattro anni dopo la caduta di saddam, non sono ancora riusciti a ripristinare nemmeno la rete elettrica nel paese. il nyt cita come esempio di – come l’avrebbero chiamata i giornali nostrani? guerropoli? iraqopoli?– la ricostruzione di un ospedale per bambini a bassora. il termine di consegna è già scaduto, i costi si sono moltiplicati a dismisura, e l’ospedale è nemmeno a metà.

ecco, voialtri italiani incompetenti: con tutto ciò, avete mai sentito gli amerikani vantarsi di essere i più corrotti al mondo? state zitti, e godetevi la coppa almeno per un altro mese.
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mercoledì, 02 agosto 2006
(franco battiato, centro di gravità permanente)



quando aveva 15 anni, il koala ha cominciato a scrivere, e ovviamente ha vinto un concorso. scrittura teatrale, il premio era un corso di sceneggiatura, e la mise en espace dell’opera prima.


in quell’occasione ho scoperto che le mie fantasie di madre-orgogliosa non sono tarate sulla scena del famoso discorso all’Associazione delle Madri di Tutto il Mondo in cui spieghi come hai fatto ad allevare un genio, ma più sul modello dell’intervista ai genitori di woody allen in prendi i soldi e scappa. se non te lo ricordi, ti dico solo: maschere di groucho marx.


all’epoca mi sconvolgeva il fatto che il koala si sedesse davanti al computer e tlec-tletletletlec-tetletetletectec-tlectectlectectlec, dopo un’ora si alzasse con una risma A4 già pronta per la lettura (non mia, all’epoca non mi considerava degna). l’anno seguente ha vinto di nuovo il concorso. per rendere l’idea dello spessore, nel primo lavoro il personaggio principale si chiamava curto cobaino, e il secondo lavoro era intitolato muski maski e parlava di... vabbè, un giorno lo leggerete su wikipedia .

son passati sei anni e nel frattempo ci si è messa l’università. ed è arrivata la decisione di rinverdire i fasti letterari. ma evidentemente le cose sono cambiate. ora il ritmo è tlec[pisciata lunga]tectec[merendina e latte]tlec[telefonata e spulciamento del gatto]tectlec[pisciata breve].

la seconda conseguenza è che ogni pagina mi viene sottoposta, e devo dire qualcosa di pregnante e intelligente sulle cose che scrive. ne dovrei essere orgogliosa, perché evidentemente ho fatto un salto nella sua scala di considerazione. ma intanto mi tocca recensire.

finora me l’ero cavata trovando sempre qualcosa di buono in ciascuno dei suoi tentativi, anche se spesso sembravano usciti da una macchina per la produzione di sequenze casuali di parole. Il ragionamento era: che bellezza sentirsi dire, a 18/21 anni, che l'ultimo tuo lavoro è un perfetto esempio dello stile del koala, che in effetti mostra un koala al culmine della propria potenza espressiva, un koala che dispiega la sua tanto apprezzata intensità espressiva! non avrei allevato uno scrittore, ma almeno non avrebbe avuto crisi di autostima.

ha fatto tutti quei corsi di scrittura creativa. anzi, continua a farli. bravi maestri, ha avuto. l'ultima sua passione è tale louise doughty, che tiene un corso sul daily telegraph che Internazionale ha lanciato anche in italiano.mi esaspera vederlo alle prese con i "compiti", tipo "raccontate un incidente capitato al vostro personaggio" o, peggio, "eliminate una scena cruciale dal vostro racconto". quando mi sottopone i "compiti", mi verrebbe da scuotere e dirgli: non te la insegnano, cazzo, quella grammatica lì ce l'hai stampata nel cervello. già pensi il racconto come dev'essere scritto. per farlo non hai bisogno di sapere cosa stai facendo. e questo non significa che tu non lo stia facendo.

ma lì subentra l'autocensura e il terrore del condizionamento. e vado a comprare le merendine.




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