(eels, sweet home alabama)
Non sono una consumatrice regolare di poesia. Non è un vanto, sia chiaro. Ma quando lessi intorno ai 20 anni un poema di Borges fu amore a prima vista. S’intitolava Istanti e iniziava così:
Se potessi vivere di nuovo la mia vita,
nella prossima oserei commettere più errori.
Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più.
Questo è il terzo poema che mi ha suscitato l’impulso di portarlo sempre con me nella borsa, insieme al Colibrì di Carver e al Posso scrivere i versi più tristi... di Neruda. Mi sono pentita di non averlo ritagliato dal giornale in cui l’ho letto, in era pre-internet e pre-google, come se poemi così ce ne fossero a chili in giro. Mi piaceva soprattutto la parte in cui Borges diceva:
Io ero uno di quelli che mai
andavano da nessuna parte senza un termometro,
una borsa d'acqua calda,
un ombrello e un paracadute;
se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero
Ho cercato come un’allucinata il poema nei libri e antologie di Borges, ma non l’ho trovato da nessuna parte. Ricordavo vagamente un verso così o cosà, tipo quello in cui il poeta diceva che se avesse l’occasione di ricominciare “mangerei più gelati e meno fave, e avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari”.
Anni dopo, chiacchierando una sera con Fernando Jordão, maestro e amico, scopro che lui si portava da anni lo stessissimo poema piegato nel portafogli, come un talismano, una prece. Ogni tanto spiegava il foglietto e lo leggeva. Mi dice che il suo verso preferito è quello che recita
Se potessi tornare a vivere
comincerei ad andar scalzo all'inizio
della primavera
e rimarrei scalzo fino alla fine dell'autunno.
Naturalmente, ero entusiasta di scoprirlo così devoto a Borges e ancor più di ritrovare il poema. Abbiamo stabilito che quello era uno dei momenti sublimi di Jorgito. Stavolta non ho perso l’occasione: ho chiesto il ritaglio in prestito e l’ho fotocopiato.
Altri anni dopo. Leggo su El Pais che la poesia non è di Borges, che si tratta di un falso, che Borges non l’ha mai scritto e che il suo vero autore è una certa Nadine Stair. La mia prima reazione è stata di scetticismo, mi rifiuto di crederci. Ma il giornale dice che la vedova di Borges ha denunciato pubblicamente la frode: Borges non solo non è l’autore del poema ma non sarebbe mai ricorso a sillogismi così banali. Sono rimasta di stucco. Ok che non c’erano tigri, labirinti e specchi. Ma spedire il poema così verso il limbo della mediocrità, mi sembrava un po’ eccessivo.
Scrivo a Fernando per sfogarmi.
Giusto ora che mi stavo abituando a stare senza scarpe.
E lui risponde, serafico.
Non mi fa né caldo né freddo. Lo tengo sempre nel portafogli. Ho deciso di non abiurare. Sennò avrei dovuto tornare al vecchio modo di agire senza correre rischi, senza scalare montagne, senza nuotare in un fiume.
Ci ho pensato per un po’, e gli ho dato ragione. Sì, meglio conservare l’illusione di diventare un’alpinista e di nuotare controcorrente, piuttosto che sacrificarla in nome della verità letteraria. Restava solo il dubbio: chi cazzo è Nadine Stair?
Un altro po’ di anni. Google mi chiarisce
1- che Nadine Stair è una signora di Louisville, Kentucky (1902-1988). 2- Che in realtà, da ricerche approfondite, la signora Stair non è mai esistita. Si tratterebbe, in realtà, di tale Nadine Strain (1892-1988). Che si dedicava alla musica, e non ha mai scritto poesie. 3- Però esiste una versione precedente del poema incriminato, dovuta allo scrittore satirico Don Herold, e pubblicata, nel 1953, nella rivista (infame, infetta, immangiabile) Selezione del Reader’s Digest. 4- Ovviamente aleggia il sospetto che il testo di Herold sia un falso copiato da qualcun altro (tutta la ricostruzione della storia la trovi qui).
Il fatto è che sono convintissima che tutto sia stato architettato da Borges. Troppo borgesiano per essere solo banalmente casuale. La soluzione del mistero è sempre inferiore al mistero.







