L'alba è davvero la metafora più recidiva e pret-à-porter che abbiamo mai concepito. Ricevo una cartolina in inglese che non dice niente di importante, tranne che a un certo punto il mittente scrive "it dawned on me". L'argomento è del tutto irrilevante, ma l'espressione dovrebbe avere un equivalente in tutte le lingue. "É albeggiato in me", o albizzato, o albesato, ché in effetti addirittura manca un verbo cazzuto per dirlo. Albeggiato è brutto, sa di mattina in una superstrada profumata di bitume. Un verbo per descrivere la sensazione di luce che nasce da un'idea, un ricordo, un'eureka: peraltro chi ha avuto un'idea o ha capito qualcosa o si è ricordato il dettaglio essenziale albeggia attraverso gli occhi illuminati. Un'alba che ti esce dagli occhi. La luce, l'alba, il sole, il giorno, non abbiamo fatto altro che usarli per raccontare la Storia. Il Rinascimento dopo l'oscurità medievale, l'illuminismo che riscatta l'umanità dall'ignoranza e dalla superstizione ecc.
Ovviamente c'è il viceversa. Sia nel quotidiano che nelle allegorie storiche, ogni mattina inesorabilmente annotta. L'alba non è permanente. Anzi: per essere precisi, il corollario della metafora è che la luce dura poco. D'altronde lo vedi là fuori, con i vari fondamentalismi in conflitto, le religioni che riprendono le abitudini più retrogade e le persone che si tribalizzano [altro verbo che non esiste] nella proporzione esatta in cui il denaro che le governa si globalizza, e credono in magie sempre più strane. E anche qui, dentro queste quattro mura, altro che alba. Che razza di notte ci aspetta?




