(cake, perhaps, perhaps, perhaps)
Le Scarpe nere da bambola anni 40 erano lì, in attesa di una via di fuga. Belle, riuscivano a rilucere anche in una mattinata già dipersé abbagliante da neon crudo nel mezzogiorno di portaportese. Ero scesa a Trastevere a piedi, stavo cercando tutt'altro. La domenica mattina è rado che io vada così lontano, ben dieci minuti di passo strascinato in discesa. Il mio limite è il periplo edicola/bancomat/cornetti, unico ostacolo lo slalom tra i cattolici monosettimanali. Di portaportese mi rassicura il miscuglio surreale di mendicanti, studenti, signorine mano nella mano, gente in tuta reduce da qualche jogging (!!!) mattutino, perdigiorno e perdinotte, signore col filo di perle, collezionisti di vattelapesca. Di solito scansiono con uno sguardo folle e collettivo il patchwork delle bancarelle, senza distinguere vecchi telefoni, vinili, vestiti, carcasse di ceramiche, posate, ditali, registratori. Guardo e non vedo, non solo per via dell'astigmatismo, ma per i miei limiti di saturazione visiva. Cammino come una sonnambula (=come un'imbecille) in mezzo a tutta quella roba che - spero - almeno per un attimo nell'esistenza, è stata importante, cara a qualcuno. Finché mi imbatto nelle Scarpe, e loro mi sorridono.
Ho percepito subito che erano della mia misura. Ho visualizzato tutti i posti cui sarei potuta andare con quelle Scarpe. E costavano 8 euro. Non ho dovuto nemmeno riflettere.
Me le sono portate via dentro una busta dello SMA. Ero euforica non solo per l'acquisto, ma per non aver comprato quello che stavo cercando. E per quelle Scarpe seminuove, perfette.
Non ho mai avuto problemi con l'usato. Non mi preoccupano i materassi degli alberghi, i sedili dei treni, i bicchieri le posate i piatti le lenzuola. L'unico oggetto che vorrei fosse monodose è la tavoletta del cesso. Ma per il resto, il sudore altrui mi fa compagnia, perfino dentro quelle Scarpe.
Mi sono svegliata come se il lunedì fosse uno strato di marmellata su un toast dorato. Sarei uscita e avrei calzato le mie Scarpe magiche, che pur non essendo mai state calzate da me già mi avevano donato gioia e orgoglio. Sono andata a cercarle nel casino dei vestiti ammucchiati accanto al letto. Non c'erano. Ho rovistato la camera, la sala, il bagno, la cucina, perfino la camera del koala (si sa mai). Niente. Nemmeno un lampo di vernice nera.
Sono sicura che non sono finite nei piedi di Dorothy né in quelli di Cenerentola: di sicuro loro non portavano il 38. Vagano ancora per le strade di Trastevere, alla ricerca di altri piedi, altre storie, lontano dagli armadi polverosi. Vagano libere, perché in realtà non sono mai state mie.