lunedì, 30 aprile 2007

(bill haley, rock around the clock)


Benni che legge gli ultimi giorni di Pompeo, di Paz. Due ore di gonfiore di emozioni. Unica stonatura la bassista d'accompagno. Benni non legge. Stende una coperta di parole che ti avvolge, ti punge, te la tira via, te l'accarezza e te la strappa, te la pesta e te la fa diventare un mantello di zorro grande come la Garbatella.  Dopo il reading, il libro che sto leggendo – Dove credi di andare, di Francesco Pecoraro – che avevo classificato come "non esattamente un tiramisù ma scritto davvero bene", diventa di colpo una mousse al maracujá. Seduta su una poltroncina rossa del Palladium, ricordo che è di Paz la frase che voglio incisa sulla mia lapide.

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domenica, 29 aprile 2007

(a perfect circle, the hollow)

Il prete simpatico che predica in tv contro la monnezza. Le inchieste che dimostrano la morte del pianeta. La tendenza a mettere le mani sulle orecchie e a urlare gnagnagnagna per non sentire più i vaticini. L'acquisto di una nuova pattumiera per seguire i dettami della differenziazione militante. Le domande del cazzo: il polistirolo va nel cassonetto blu o dobbiamo considerarlo irriciclabile? La scoperta dell'ennesimo dettaglio su di me che intacca un altro po' la mia biografia. E poi la contrapposizione caldo/freddo che divide le coppie e complica la scelta delle vacanze. Io voto sempre, comunque, a oltranza, per il caldo. ma gli argomenti della controparte diventano sempre più perentori.

Il caldo che scioglie gli animi e fa diventare tutti più languidi, osceni, assassini. Si dorme poco – a che serve dormire tanto? Si mangia meno – a che serve mangiare tanto? E le piogge diventano omeriche, e le sedie aprono le porte e se ne vanno nei marciapiedi, e l'odore di mango aleggia per strade che non hanno mai visto un mango nella loro esistenza, e la ciotola di macedonia interrompe il frigo, e le zanzare sempre più impunite, e i vestiti che pesano, spogliati! e i capelli troppo lunghi, tagliali! e la pelle minata, e la vita che nuota in una sauna a vapore senza il balsamo dell'asciugamano bagnato, e la stanchezza, e la nausea, e le vertigini, e il tramonto che diventa un bicchiere d'acqua. Ecco, l'acqua. Sul tema acqua non posso che darti ragione.

Ma la sensazione di essere un buco scavato nella sabbia vicino all'acqua mi dà forza, non me la toglie. E anche la sete, se la scomponi, è una sensazione meravigliosa, se sai di poterla placare, se vivi nel continente e nella fascia sociale giusti. E le conversazioni sul tempo mi tranquillizzano, e le cartine meteo mi affascinano. E il mare! domani al mare! E le minime sono ridicole e le massime sono poco credibili, e i termometri schizzano e ridacchiano, minacciosi: domani vado ancora più su. E il suono delle pale del ventilatore, ninnananna. Preferibile all'intervento violento e sempre tardivo dell'aria condizionata, che bisogna cominciare a imparare a spegnere, lo so. E la complicità delle pareti di casa che riscaldano tutto e fanno diventare le stanze una grande pentola di coda alla vaccinara. Però buona la coda alla vaccinara. Desideri fisicamente il frigo. Essere una formina di ghiaccio. Il cassetto del freezer, quello più basso, pieno di carni dimenticate. Un'impudica piastrella da piscina, carica di promesse di piaceri tranquilli e rinfrescanti.

Per ora è x.

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venerdì, 20 aprile 2007

(maroon 5, harder to breathe)

come saranno chiamati i membri del nascituro pd: piddini? pedeños? pardemos? demoparti? o semplicemente dini?

ho passato la serata di ieri in una festa alla fabbrica del cioccolato sulla tiburtina, con un discreto numero di dini. col senno di poi, mi sono resa conto di aver chiamato mussi muzzi per tutta la serata.

ma chi è muzzi?

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giovedì, 19 aprile 2007

(jimmy eat world. the middle)

il suo corpo non formava pieghe da nessuna parte. le spalle curve in avanti e le ginocchia proiettate verso l'alto nella sua posa preferita – accoccolato sui talloni, come un indio che pesta la manioca – trasformavano il suo stomaco in un arco che sembrava tratto da un servizio fotografico sulla fame nel darfur. in un punto preciso sopra l'arco, la sua maglietta aveva un piccolo foro. questo buco quasi impercettibile nel tessuto si rivela una costante nel suo abbigliamento solo al terzo o quarto incontro. allora noti che tutte le sue magliette, anche se di colore diverso (mai troppo discoste dal grigio e dal nero), hanno un buco più o meno dello stesso diametro e più o meno nello stesso luogo. questo neo di stoffa, oblò, mi concedeva l'unico campione di vera sua pelle cui abbia avuto accesso. come l'apparizione di un ectoplasma microscopico sulla pancia di qualcuno. se le braccia e le mani e il viso e il collo erano molto pallidi, quel che si vedeva attraverso quel punto aperto in mezzo alla maglietta aveva una sfumatura livida corrispondente a un decennio o più di inviti respinti al mare o a gite in barca o a barbecue sul bordo piscina. i capelli, un'erba scura, fitta e liscia tagliata a filo, lasciavano poco da indovinare sulla forma del suo cranio. come le parole che sceglieva per nascondere la confusione dei suoi pensieri. era magro e silenzioso come un insetto.

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lunedì, 16 aprile 2007

(cake, perhaps, perhaps, perhaps)

Le Scarpe nere da bambola anni 40 erano lì, in attesa di una via di fuga. Belle, riuscivano a rilucere anche in una mattinata già dipersé abbagliante da neon crudo nel mezzogiorno di portaportese. Ero scesa a Trastevere a piedi, stavo cercando tutt'altro. La domenica mattina è rado che io vada così lontano, ben dieci minuti di passo strascinato in discesa. Il mio limite è il periplo edicola/bancomat/cornetti, unico ostacolo lo slalom tra i cattolici monosettimanali. Di portaportese mi rassicura il miscuglio surreale di mendicanti, studenti, signorine mano nella mano, gente in tuta reduce da qualche jogging (!!!) mattutino, perdigiorno e perdinotte, signore col filo di perle, collezionisti di vattelapesca. Di solito scansiono con uno sguardo folle e collettivo il patchwork delle bancarelle, senza distinguere vecchi telefoni, vinili, vestiti, carcasse di ceramiche, posate, ditali, registratori. Guardo e non vedo, non solo per via dell'astigmatismo, ma per i miei limiti di saturazione visiva. Cammino come una sonnambula (=come un'imbecille) in mezzo a tutta quella roba che - spero - almeno per un attimo nell'esistenza, è stata importante, cara a qualcuno. Finché mi imbatto nelle Scarpe, e loro mi sorridono.

Ho percepito subito che erano della mia misura. Ho visualizzato tutti i posti cui sarei potuta andare con quelle Scarpe. E costavano 8 euro. Non ho dovuto nemmeno riflettere.

Me le sono portate via dentro una busta dello SMA. Ero euforica non solo per l'acquisto, ma per non aver comprato quello che stavo cercando. E per quelle Scarpe seminuove, perfette.

Non ho mai avuto problemi con l'usato. Non mi preoccupano i materassi degli alberghi, i sedili dei treni, i bicchieri le posate i piatti le lenzuola. L'unico oggetto che vorrei fosse monodose è la tavoletta del cesso. Ma per il resto, il sudore altrui mi fa compagnia, perfino dentro quelle Scarpe.

Mi sono svegliata come se il lunedì fosse uno strato di marmellata su un toast dorato. Sarei uscita e avrei calzato le mie Scarpe magiche, che pur non essendo mai state calzate da me già mi avevano donato gioia e orgoglio. Sono andata a cercarle nel casino dei vestiti ammucchiati accanto al letto. Non c'erano. Ho rovistato la camera, la sala, il bagno, la cucina, perfino la camera del koala (si sa mai). Niente. Nemmeno un lampo di vernice nera.

Sono sicura che non sono finite nei piedi di Dorothy né in quelli di Cenerentola: di sicuro loro non portavano il 38. Vagano ancora per le strade di Trastevere, alla ricerca di altri piedi, altre storie, lontano dagli armadi polverosi. Vagano libere, perché in realtà non sono mai state mie.

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mercoledì, 11 aprile 2007

(kings of leon, wasted time)

Entrare nella sala dove lavorano i controllori di volo di un aeroporto fa lo stesso effetto di assistere alla preparazione delle salsicce. Se tu vedessi quello che mettono dentro il budello di una salsiccia, mai ne mangeresti una che non fosse preparata da tua nonna in tua presenza. Anche l'argomento con cui ti trascinano a bordo di un aereo che fa la rotta Samos-Atene ("ricordati le 10 ore di traghetto dal Pireo") ti sembra del tutto irrilevante. In questa settimana a Patmos, ho vissuto quella che i redattori di depliant turistici definiscono una variegata tavolozza di emozioni: ho mangiato un animaletto tenero e dolce che fino al giorno prima giocava con me nel cortile di casa, ho scoperto che cosa vuol dire pasqua ortodossa a bordo di un monastero ortodossissimo, ho cercato di immaginare che razza di uomo doveva essere Giovanni per farsi venire in mente di scrivere l'Apocalisse mentre viveva in una grotta nell'isola più bella al mondo. Per il resto, mi affido al redattore di cui sopra: panorami mozzafiato, dedali di viuzze, il nitore accecante dei villaggi, l'azzurro abbagliante del Mediterraneo. Mancavi solo tu.

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giovedì, 05 aprile 2007
(beach boys, barbara ann)

baciare il gatto tra le orecchie, lavare i piatti alle tre del mattino, scrivere per guardare la propria calligrafia, ascoltare la cartina della sigaretta che brucia nel silenzio, credere nelle stelle che cadono, sdraiarsi da soli, sdraiarsi insieme a qualcuno, indossare una giacca di lana grigioscuro che non lavi da due inverni, seguire maniacalmente un telefilm (americano), considerarsi inadeguata e dimenticata o considerarsi troppo buona per gli altri, possedere in questo vasto mondo quel che è contenuto in un armadio a sei ante, bere vino o liquori in bicchieri di plastica, dimenticare il compleanno dell'amica, guardare la televisione con un fantasma, ascoltare la radio con la presa staccata, chiacchierare mentre fai la fila, parlare spagnolo, odiare i turisti, rinunciare a, diventare vicksvaporubdipendente, vincere al lotto, conservare la carta da regalo, imparare a rammendare, non essere affascinata dalla tecnologia, amare i gadget che non sai usare, non amare nessuno, chiamare dalle cabine telefoniche, chiamare per nome il cameriere, essere chiamati per nome dal cameriere, concordare sul fatto che il rock è morto, scrivere senza aspettative, fidarsi dei consigli della manicure. scrivere lettere, non inviare lettere, a volte perfino inviarle, sedersi nella seconda fila al cinema, cospargere il davanzale di briciole per i passeri, dormire con la penna in mano.

oppure

passare una settimana a patmos.
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