(klaxons, golden skanks)Tutto è cominciato per caso, in Portogallo. Ero nella Feira da Ladra, e avevo appena un'ora per tornare al Rocío, chiudere il conto dell'albergo e andare in aeroporto. Avevo già comprato regalini per amici e familiari, ma il fatto è che non avevo trovato niente per me. O meglio, avevo trovato un bracciale antico, cinese, di lacca nera con piccoli anelli d'oro, ma il prezzo era più di quanto potessi pagare, anche dopo esaustive contrattazioni con il venditore, severamente compromesse dalla sua di lui stupidità.
Non avendo molto tempo, finii per comprare un piccioncino di ceramica colorata, che si apriva come un portapillole. Delicato e piccolino.
Era carino il piccioncino. Non era il bracciale che volevo, ma sarebbe stato un bel ricordo di Lisbona. Poteva essere qualunque altra cosa, ma presi il piccioncino.
Gina mi venne a trovare due settimane dopo. Le ho fatto vedere le foto, abbiamo riso insieme del fado che volevo scrivere, abbiamo preso un caffè, mangiato la torta, e solo nel momento dei saluti la mia amica ha notato il piccioncino.
Il mio compleanno, mesi dopo, il quinto della mia gravidanza a rischio. Ero tutta un nervo, un ormonio, un gonfiore, una lacrima. Gina mi regalò un altro uccellino, stilizzato, di porcellana, con decorazioni blu. Ho abbracciato forte la mia amica d'infanzia e, tanto per cambiare, ho pianto. Piangevo molto in quei giorni. Ma Gina interpretò il mio pianto come d'emozione amplificata dal regalo.
I due pezzi sono rimasti lì, sul tavolino dell'ingresso. Quando Gina veniva a trovarmi, diceva sempre qualcosa su di loro, perciò li lasciai lì, a vista, alla mercé dei suoi commenti.
Il bambino era ancora piccolo quando Stefano partì per la Francia. Forse i miei ormoni erano ancora confusi, forse per insicurezza, per il fatto di essere molto sovrappeso, ancora piangevo. Anche il bambino piangeva molto, dormivo poco, e perciò piangevo ancor di più.
Negli undici giorni in cui sono rimasta sola, ho visto crescere una gelosia che mai avevo provato. Immaginavo che Stefano non sarebbe mai tornato, che aveva un'altra, che da un momento all'altro avrei ricevuto un messaggio d'abbandono, o la notizia di un incidente aereo.
Fui presa da un'allegria assurda quando tornò, mi abbracciò e disse che gli ero mancata. E sono stata felice quando tirò fuori dalla valigia tre piccoli pacchetti, che aveva scelto con cura tra un impegno e l'altro. Tre uccellini di ceramica, comprati in tre città diverse: Parigi, Nancy, Lione.
Pensai: poteva comprarmi profumi, cioccolattini, biancheria sensuale per quando tornassi in forma, ma il fatto che Stefano si fosse preoccupato di scegliere qualcosa che credeva mi avrebbe fatto felice, in quel momento, fu sufficiente.
Ora avevo un quintetto, raggruppato sul tavolino d'ingresso. Ma la cosa cominciò ad assumere proporzioni pericolose. Ogni compleanno, natale, festività varie, arrivavano amici e familiari con i loro uccelli di ceramica. Perché tutti speravano mi piacesse, e a me sembrava piacere molto.
Come dirgli che non era così, come chiarire il malinteso, senza correre il rischio di ferire persone che evidentemente mi volevano far felice?
Una volta Stefano invitò un collega dell'ufficio e la sua giovane fidanzata a cena da noi. Hanno portato una bottiglia di vino per lui e un uccello di ceramica per me. Erano tutti avvocati, e le chiacchiere seguivano vie professionali cui non avevo accesso. Sono rimasta zitta in un angolo, immaginando quello che Stefano gli aveva detto. Una furia silenziosa mi cresceva dentro. Per loro, non avevo un nome, non avevo una vita, non avevo personalità, avevo solo una collezione di uccelli.
Quell'anno a natale, mia sorella e mia madre si misero insieme per comprare un uccellino che avevano visto in un antiquario. Carissimo, dicevano.
E quando doveva venire qualcuno, mi davo da fare per pulire, lucidare e sistemare la mia ormai consistente collezione. E tutti si fermavano, ammiravano, chiedevano da dove venivano i pezzi, commentavano le decorazioni, chiedevano da quanto tempo li avevo, come se fossero figli.
E dovevo sempre contare quanti fossero, perché sempre qualcuno chiedeva:"Quanti ne hai, ora?"
"Trentotto". "Quarantatre". "Cinquantanove". Il mio odio segreto si alimentava a poco a poco, pezzo per pezzo, data per data.
E nei miei sogni mi vedevo distruggere gli uccelli a bastonate, o buttandoli dalla finestra, otto piani, i delicati piccioncini, le gallinelle, gli anatroccoli, i passerotti, tutto spaccato in mille pezzetti sull'asfalto freddo del marciapiede di sotto.
Per il mio compleanno mia cugina mi portò dei fiori. Un gran bouquet di rose gialle. Ironicamente, mi sono sentita tradita. Ero preparata a odiarla un pochino di più. Forse non si era ricordata del mio compleanno, e aveva preso i fiori all'ultimo minuto. Forse non valevo più la ricerca di un nuovo uccello. Cosa avevo fatto per non meritare un regalo che tutti sapevano mi sarebbe piaciuto?
La risposta arrivò quattro giorni dopo, quando Donatella arrivò tutta felice, che spiegava di aver ordinato un pezzo in anticipo, ma l'aveva fatto restaurare, non era pronto al momento giusto. Un altro uccello. L'abbracciai sorridendo.
Dilatando l'equivoco, facevo finta sistematicamente. Un giorno, mi sono sorpresa a fingere con me stessa, da sola, mentre ammiravo i pezzi che già occupavano un tavolo più grande, all'angolo del soggiorno. Ma se raccontassi a tutti la verità, come avrebbero capito la mia finzione? Non avrebbero pensato che mentivo anche su altre cose? Erano pronti ad apprezzare quest'altra, cui non piacevano gli uccelli di ceramica?
Quel giorno, portai il bambino a casa di mia madre. Valigie, gioielli e documenti erano già in macchina, parcheggiata a due isolati. Avevo anche preso i miei bracciali, li ho pagati una piccola fortuna. Non l'ho mai detto a nessuno, ma da tre anni colleziono bracciali. Ho calcolato male i tempi, avrei dovuto vestirmi prima. Si sparse più velocemente di quanto avessi immaginato. Scesi in pigiama, per le scale, insieme ai vicini spaventati, le porte aperte, i pompieri che salivano, tubi, idranti. Guardai dalla strada il rogo, le alte fiamme che lambivano le finestre, risplendenti, ardenti, che ballavano e saltavano freneticamente sotto gli sguardi increduli.