giovedì, 31 maggio 2007

(têtes de bois, avanti pop)

i post delle donne hanno un profumo che a volte già si sente dal titolo. hanno quel modo di fare di chi cammina solo per il gusto di camminare, senza pensare di arrivare da qualche parte. i post delle donne si capisce che c'è voluto parecchio tempo per approntarli, e peraltro non sono ancora pronti. si vede che le donne scrivono post per le altre – perché le altre li rifiniscano.

i post delle donne hanno un silenzio bello da sentire e pronto per essere rotto. hanno una loro natura peculiare: vento che soffia in faccia e provoca i capelli, luna che nuda si bagna nel mare, feste a bordo di qualche cosa.

i post delle donne ti inorgogliscono: li leggi come una scema, scopri una montagna di cose che già sapevi e che dovevi solo ricordare.

i post delle donne chiudono gli occhi per farti le coccole, come se fossero loro i coccolati. tutti i post delle donne hanno un figlio nel presente e un amante nel passato.

i post delle donne sono arte: colorano quello che è bianco nella vita e fermano quello che passa troppo veloce – mettono il piede davanti e zac! vanno avanti a testa alta, sanno che non serve guardarsi – non alle spalle.

i post delle donne sembra sempre che siamo stati noi a scriverli – forse per una concatenazione di nostalgie e speranze comuni, o qualcuno ti ha rovistato dentro a tua insaputa?

i post delle donne tremano, gridano, piangono e celebrano in una unica lingua; e ci fanno credere di essere, tutte, frammenti di una stessa creatura con due bellissime tette e un sacro ventre, che cadde, si ruppe e ci sparse tanto tempo fa.

i post delle donne valgono la pena in qualunque momento: la mattina, il pomeriggio, la sera. Sia che la solitudine sia qui accanto, o dietro la porta che bussa.


ho scelto le top8 [si legge topotte] della primavera (?!) 2007:

1. amen

2. cara pauline,

3. ecco, tu immagina di aver messo un sacco di acquisti nel carrello

4. personaggi famosi che mi hanno conosciuta – mina

5. prima di vederti

6. senza rifletterci troppo

7. siamo tutte massaie

8. uno dei due


PS - scopro con raccapriccio l'ennesima funzione di splinder che sconoscevo: se linki un permalink, il link diventa automaticamente un commento. siccome sa un po' di banner e di guarda-un-po'-che-t'ho-scritto, prego le top8 di cancellarlo. la richiesta non riguarda mercedes e marina, che hanno dei blog pre-riforma impermeabili alle intrusioni splinderiane.





scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (14)
martedì, 29 maggio 2007
(mina e nino manfredi, roma nun fa' la stupida stasera)

Va' a vedere spiderman3 che 3 sono troppi per me, ruba la locandina e mandamela a casa.

Va' all'Ombre, da' un bacio a Claudia e dille che ho sognato di avere capelli come i suoi.

Va' alla libreria di piazza Pilo e vedi se è arrivato il libro di Cameron.

Mettiti alla finestra alle cinque del mattino, respira forte ed esprimi un desiderio. Ha detto qualcuno che questa è l'ora prediletta delle stelle cadenti.

Va' al mercato Trionfale, al banco cinese, e compra fiori di tè. É un fiore minuscolo, fatto di fogliette tessute ad una ad una da mani con dita piccole. In Cina, claro. Mettilo nella tua tazza più bella e ricoprilo d'acqua calda. Si aprirà. Anche tu.

Va' a festeggiare i 40 anni del Sgt. Pepper all'auditorium. Anche lì ruba una locandina.

Va' all'inferno. E chiamami.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (11)
mercoledì, 23 maggio 2007
(klaxons, golden skanks)

Tutto è cominciato per caso, in Portogallo. Ero nella Feira da Ladra, e avevo appena un'ora per tornare al Rocío, chiudere il conto dell'albergo e andare in aeroporto. Avevo già comprato regalini per amici e familiari, ma il fatto è che non avevo trovato niente per me. O meglio, avevo trovato un bracciale antico, cinese, di lacca nera con piccoli anelli d'oro, ma il prezzo era più di quanto potessi pagare, anche dopo esaustive contrattazioni con il venditore, severamente compromesse dalla sua di lui stupidità.

Non avendo molto tempo, finii per comprare un piccioncino di ceramica colorata, che si apriva come un portapillole. Delicato e piccolino.

Era carino il piccioncino. Non era il bracciale che volevo, ma sarebbe stato un bel ricordo di Lisbona. Poteva essere qualunque altra cosa, ma presi il piccioncino.

Gina mi venne a trovare due settimane dopo. Le ho fatto vedere le foto, abbiamo riso insieme del fado che volevo scrivere, abbiamo preso un caffè, mangiato la torta, e solo nel momento dei saluti la mia amica ha notato il piccioncino.

Il mio compleanno, mesi dopo, il quinto della mia gravidanza a rischio. Ero tutta un nervo, un ormonio, un gonfiore, una lacrima. Gina mi regalò un altro uccellino, stilizzato, di porcellana, con decorazioni blu. Ho abbracciato forte la mia amica d'infanzia e, tanto per cambiare, ho pianto. Piangevo molto in quei giorni. Ma Gina interpretò il mio pianto come d'emozione amplificata dal regalo.

I due pezzi sono rimasti lì, sul tavolino dell'ingresso. Quando Gina veniva a trovarmi, diceva sempre qualcosa su di loro, perciò li lasciai lì, a vista, alla mercé dei suoi commenti.

Il bambino era ancora piccolo quando Stefano partì per la Francia. Forse i miei ormoni erano ancora confusi, forse per insicurezza, per il fatto di essere molto sovrappeso, ancora piangevo. Anche il bambino piangeva molto, dormivo poco, e perciò piangevo ancor di più.

Negli undici giorni in cui sono rimasta sola, ho visto crescere una gelosia che mai avevo provato. Immaginavo che Stefano non sarebbe mai tornato, che aveva un'altra, che da un momento all'altro avrei ricevuto un messaggio d'abbandono, o la notizia di un incidente aereo.

Fui presa da un'allegria assurda quando tornò, mi abbracciò e disse che gli ero mancata. E sono stata felice quando tirò fuori dalla valigia tre piccoli pacchetti, che aveva scelto con cura tra un impegno e l'altro. Tre uccellini di ceramica, comprati in tre città diverse: Parigi, Nancy, Lione.

Pensai: poteva comprarmi profumi, cioccolattini, biancheria sensuale per quando tornassi in forma, ma il fatto che Stefano si fosse preoccupato di scegliere qualcosa che credeva mi avrebbe fatto felice, in quel momento, fu sufficiente.

Ora avevo un quintetto, raggruppato sul tavolino d'ingresso. Ma la cosa cominciò ad assumere proporzioni pericolose. Ogni compleanno, natale, festività varie, arrivavano amici e familiari con i loro uccelli di ceramica. Perché tutti speravano mi piacesse, e a me sembrava piacere molto.

Come dirgli che non era così, come chiarire il malinteso, senza correre il rischio di ferire persone che evidentemente mi volevano far felice?

Una volta Stefano invitò un collega dell'ufficio e la sua giovane fidanzata a cena da noi. Hanno portato una bottiglia di vino per lui e un uccello di ceramica per me. Erano tutti avvocati, e le chiacchiere seguivano vie professionali cui non avevo accesso. Sono rimasta zitta in un angolo, immaginando quello che Stefano gli aveva detto. Una furia silenziosa mi cresceva dentro. Per loro, non avevo un nome, non avevo una vita, non avevo personalità, avevo solo una collezione di uccelli.

Quell'anno a natale, mia sorella e mia madre si misero insieme per comprare un uccellino che avevano visto in un antiquario. Carissimo, dicevano.

E quando doveva venire qualcuno, mi davo da fare per pulire, lucidare e sistemare la mia ormai consistente collezione. E tutti si fermavano, ammiravano, chiedevano da dove venivano i pezzi, commentavano le decorazioni, chiedevano da quanto tempo li avevo, come se fossero figli.

E dovevo sempre contare quanti fossero, perché sempre qualcuno chiedeva:"Quanti ne hai, ora?"

"Trentotto". "Quarantatre". "Cinquantanove". Il mio odio segreto si alimentava a poco a poco, pezzo per pezzo, data per data.

E nei miei sogni mi vedevo distruggere gli uccelli a bastonate, o buttandoli dalla finestra, otto piani, i delicati piccioncini, le gallinelle, gli anatroccoli, i passerotti, tutto spaccato in mille pezzetti sull'asfalto freddo del marciapiede di sotto.

Per il mio compleanno mia cugina mi portò dei fiori. Un gran bouquet di rose gialle. Ironicamente, mi sono sentita tradita. Ero preparata a odiarla un pochino di più. Forse non si era ricordata del mio compleanno, e aveva preso i fiori all'ultimo minuto. Forse non valevo più la ricerca di un nuovo uccello. Cosa avevo fatto per non meritare un regalo che tutti sapevano mi sarebbe piaciuto?

La risposta arrivò quattro giorni dopo, quando Donatella arrivò tutta felice, che spiegava di aver ordinato un pezzo in anticipo, ma l'aveva fatto restaurare, non era pronto al momento giusto. Un altro uccello. L'abbracciai sorridendo.

Dilatando l'equivoco, facevo finta sistematicamente. Un giorno, mi sono sorpresa a fingere con me stessa, da sola, mentre ammiravo i pezzi che già occupavano un tavolo più grande, all'angolo del soggiorno. Ma se raccontassi a tutti la verità, come avrebbero capito la mia finzione? Non avrebbero pensato che mentivo anche su altre cose? Erano pronti ad apprezzare quest'altra, cui non piacevano gli uccelli di ceramica?

Quel giorno, portai il bambino a casa di mia madre. Valigie, gioielli e documenti erano già in macchina, parcheggiata a due isolati. Avevo anche preso i miei bracciali, li ho pagati una piccola fortuna. Non l'ho mai detto a nessuno, ma da tre anni colleziono bracciali. Ho calcolato male i tempi, avrei dovuto vestirmi prima. Si sparse più velocemente di quanto avessi immaginato. Scesi in pigiama, per le scale, insieme ai vicini spaventati, le porte aperte, i pompieri che salivano, tubi, idranti. Guardai dalla strada il rogo, le alte fiamme che lambivano le finestre, risplendenti, ardenti, che ballavano e saltavano freneticamente sotto gli sguardi increduli.





scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (6)
martedì, 22 maggio 2007

(distillers, drain the blood)

Vittoriano, mattina. Insegnante giovane e carina, circondata da bambine e bambini – età tra i 7 e i 9 – percorre la mostra e racconta tutto perbenino, dice cose pertinenti e interessanti, per niente banali. Accompagno più o meno il gruppo che dopo aver percorso tutte le sale, si ferma in un angolo. La maestra chiede ai bimbi: - Ora voglio sapere da voi... dopo tutto quello che abbiamo visto, in fin dei conti, tra tutte le cose che avete osservato, cosa c'è in comune tra tutte queste sale? Un ragazzino in mezzo al gruppo risponde con vocetta stridula, rapido e implacabile: - I muri!

scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (2)
lunedì, 21 maggio 2007
(stone temple pilots, interstate love song)

Sorella A (impugna una cazzuola taglialasagne e la usa all'uopo)

Mi sembra un po' eccessivo che stai lì con la telecamera a riprendere, ho fatto centinaia di lasagne, cazzo ti filmi?

Sorella B (sorrisetto beffardo)

... questa è la prima lasagna di una serie abbastanza lunga di lasagne...

Sorella C (con la canon in pugno)

vrrrrrrrrrrrrr

Cervello della sorella A

zingo!

Sorella A (piange di pianto dirotto seminato di risate e completato da una scomposta danza con la cazzuola in mano intorno alla sorella B)

buahhhhhhhhhhhhhhhhhh quemaravilha-quemaravilha-quemaravilha-quemaravilha-quemaravilha-quemaravilha-quemaravilha

Sorella B (con l'aria di una che cerca di darsi un tono)

buaaaaaaaaah

Sorella C

vrrrrbuahhhhhvrrrrrrbuahhhhhvrrrrrr

Voce maschile di sottofondo

Non sto capendo niente, non capisco, giesùgiesù, che succede?
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (2)
venerdì, 18 maggio 2007
(america, the last unicorn)

cenato con F ieri. Ogni volta che ci incontriamo – anche dopo lunghi periodi di separazione – provo nostalgia per tutto quello che avremmo potuto essere e non siamo state, insieme. Matriarche orgogliose di una tribù, puntute e ricche donne d'affari, mali o buoni, scrittrici prolifiche e complementari come in una sceneggiatura hollywoodiana anni 70. O semplicemente streghe in grado di prevenire grandi dolori scambiandoci ricette di pozioni, amanti, mariti, amici. Io le avrei insegnato tattica, lei mi avrebbe insegnato navigazione. Invece ogni volta stiamo lì a fare il punto dei nostri tentativi, porca merda.




scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (3)
giovedì, 17 maggio 2007
(beatles, she loves you)

Domani giornata libera, di quelle in cui puoi bere caffè a tutte le ore, oppure mangiare solo frutta, spegnere e accendere la tv – orrore, delizia – chiacchierare col gatto. Vorrei saper tessere tappeti per farne uno con tutti i blu che ho in mente. Oppure fare un murale-pantheon enorme nello studio, col fondale nero. Ci metterei foto di mio padre e di Andrea, e di tutti gli aggregati in momenti privi di sofferenza. Per contorno, ci metterei una mulatta di Portinari. L'immagine del Paradosso del gatto . Gli occhi e le bocche delle amiche e le mani e i nasi degli amici. Julio Velazco e Figo e Torben Grael e Raí e Sottocorona. I sette palazzi celesti di Kiefer. Il paperino di Lichtenstein e la locandina di Shining. Il mappamondo medievale con Gerusalemme al centro di tutto e una finestra di Hopper e una scala di Escher. Frasi varie – non le scrivo per non annegare in un bagnomaria di aforismi. La famiglia di Schiele. Il numero civico della vecchia casa di Capalbio e la targa di rua Baronesa de Poconé. L'amore mio al mare con un panama in testa.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti
mercoledì, 16 maggio 2007
(smiths, bigmouth strikes again)

Tutti mezzi convalescenti. Arriva l'amico blue per convalescere insieme a noi. Arriva nella sua macchina molto vecchia, dove tutto è rumore, si percepisce la sua presenza già dalla strada, dal tremolìo dello scappamento temerario.

Dal sedile dietro, tira fuori come un pupo un violino avvolto in una copertina rotta e sporca. Accanto, come fosse una tata sensuale, il sassofono – impressionante, sexy – che fa compagnia a un tascabile de Las armas secretas di Cortázar, El Perseguidor è il suo racconto preferito (del mio amico blue, non del sassofono). (Io invece ho sempre amato il Giro del giorno in ottanta mondi).

Dopo che se ne va, scopro d'un tratto quanto sono povera. Dentro di me non ripercuote nessuna nostalgia. Povertà costruita dall'assenza prolungata di gente cara. Situazione nota e non del tutto cattiva, in fin dei conti. Essendo povera, posso sempre arricchirmi.

Apro la mail e trovo questo racconto di S:

Sono venuti i ladri.

Hanno divelto la recinzione del lato sud, sono entrati indisturbati e hanno rubato i migliori germogli di bamboo.

Una settimana dopo si sono presentati innocenti chiedendomi il numero di telefono,

L'anno scorso erano su una ford arruginita, oggi il marito guida una punto, la moglie, Angela, scende e si scusa per non avermi avvisato in anticipo. L'anno scorso la figlia, dotata in matematica, si era impegnata a ricordare a memoria il mio numero di telefono.

Evidentemente le aspettative dei genitori erano esagerate oppure la figlia si e' stufata di ricordare i numeri al posto dei genitori.

- Il telefono e' questo, chiamatemi la sera, o nel tardo pomeriggio - Lo scrivo su un pezzo di carta. - Ma sono gia' passati i ladri e n'è rimasto poco.

- Potele entlale?

- Certo. Vi apro il cancello.

- Quando tu mangiale volele venile da noi.

- Siete in Corso Regina...

- Al 108

- Vengo se mi fate il pollo al bamboo

Il marito inizia a sudare, ride a comando, la moglie si sforza di parlare italiano, ci addentriamo nella bambusaia. I figli sono a Milano al matrimonio di una zia, i germogli sono appena spuntati, pochi centimetri di delizia.

- Vedi, Angela, i piu' carnosi sono stati gia' recisi, tagliati, finiti, piccoli, bisogna aspettare la pioggia che poi crescono e diventano piu' grandi. Non conviene tagliarli adesso.

Il marito recide qualche germoglio tenerissimo, ha l'aquolina in bocca.Angela lo guarda di sbieco, lo fulmina con un "fermo li'".

- No adesso. No tagliare. Aspetta. Telefonare.


Pollo al Bamboo e mandorle:

Tagliare i germogli di bamboo prima che arrivino i parassiti cinesi

Sbucciarli fino all'anima

Sbollentarli per qualche minuto con un pizzico di sale

Spellare il pollo, farlo a pezzetti, passarlo nella farina, soffriggerlo in olio e mandorle tritate, Spruzzarlo col vino bianco,

aggiungere il bamboo, coprire e far evaporare per qualche minuto.


Servire con il piede cinese catturato dalla tagliola nella bambusaia.

Il poeta dice cose potenti e permanenti, ma il poeta non parla della gente, parla di acqua e di vento. chissenefrega dell'acqua e del vento.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (8)
martedì, 15 maggio 2007

(michael bublè, spiderman)  

Visita da F l'omeopata. Mi siedo davanti a lui, scegliendo per la prima volta la sedia a sinistra. Come per fargli vedere che ora sono altrove, diversa dall'ultima volta in cui ci siamo visti. Che stavolta non vengo a lamentarmi, o a contestare i suoi sproloqui. Il fattore di cambiamento è la chiacchierata con l'amico, che sabato mi parla in modo così triste, così dolce, della sua finitudine. La mia folclorica refrattarietà alle diagnosi viene momentaneamente sostituita da una voglia di ascolto che [so che] non durerà. F pontifica: rabbia repressa. Mi parla per mezz'ora del rapporto tra rabbia, repressione e cistite. Che mi ha poi portato a questo altrove, in una convivenza quasi insopportabile con un io così triste, impotente. Un io che mi fa ribrezzo. Debole, dice l'amico così dolce. In un altro momento, la risposta sarebbe stata spavalda: ce sarai.

Oggi con F cominciamo a inventare una nuova lingua, creando parole che connettono i miei dolori alle sue spiegazioni, il mio mondo al suo, nel tentativo di dipingere una sola immagine. Per ora siamo d'accordo solo su una parola: staphysagria.

scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti
domenica, 13 maggio 2007
(kings of leon, red morning light)

Credo che ora mi piacciano le domeniche. Si può dormire fino a tardi, leggere un giornale che non aggiunge nulla all'esistenza di nessuno, guardare con attenzione il piccolo gatto beige che dorme sul tappeto, bere piano il caffè. Fumare una sigaretta sinceramente. Poi, il vuoto. Il telefono non apre, la banca non viene, il postino non suona, si cammina per casa, senza aspettative. Si inventano problemi che non possono essere risolti, dopo tutto oggi è domenica. C'è un sole da giorno feriale, e non esiste alcuna prospettiva fuori da questa finestra.

Allora, arriva come un maldidenti l'inevitabile introspezione, dopo l'alba tirata con gli amici, molti sono passati dalla casa oggi silenziosa. Il gatto, esausto dalle troppe coccole, fissa i segni delle scarpe/zampe che decorano il pavimento ex-pulito. Dopo tanta espansione, il corpo vuole di nuovo la sua conchiglia, contenuto, non più continente.

Dev'essere stata la lettura del poema di Yeats, il fascino di ciò che è difficile. Mi perseguitano i versi finali, giuro che prima ancora che l'alba si presenti riuscirò a trovare la stalla, e ad aprire il catenaccio.

E in questa domenica d'estate estemporanea, la spesa della settimana già fatta, nessun rumore umano intorno – non ci sono nemmeno i bambini che cantano il solito laziommerda – si rimane così, pensando a sé senza la solita condiscendenza, quella che venerdì ci ubriacava assolutamente.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (1)
venerdì, 11 maggio 2007

(wreckless eric, whole wide world)

Come sono spiazzanti le discussioni sul perché-cazzo-mai-si-scrive.

Ho cominciato a scrivere quando ho imparato a scrivere – avevo sette, otto anni? E se parlo di quel tempo spettinato, sbucciato è perché credo sia importante il pavimento dell'infanzia. In questo pavimento camminavo scalza, ascoltando le storie di altri bambini, ascoltando le storie delle domestiche di casa, strane ragazze vissute nella cameretta buia, senza finestre che stava accanto alla cucina del nostro appartamento a Rio, rua Hilário de Gouveia, Copacabana. Noi, famiglia di classe media, avevamo a servizio una cuoca, più una donna delle pulizie che di solito rimaneva incinta dopo un paio di mesi, più la stiratrice tre volte la settimana e la lavandaia grassa, anche lei tre volte. Le eventuali e varie venivano dalle terre di mio padre, mandate da mia nonna perché trovassero lavoro presso la sterminata famiglia di mia madre. Le loro erano le storie migliori, storie amazzoniche.

I racconti erano sempre terrificanti (la paura era necessaria) con scheletri dalla voce nasale e mostri, come le mulas-sem-cabeça, sorta di centauri femmina galoppanti che andavano a letto coi preti e generavano figli normali fino al settimo, fatalmente lupo mannaro. All'inizio ascoltavo soltanto ma una sera ho cominciato a inventare, e ho scoperto che mentre raccontavo la paura diminuiva – non ero io a tremare ma gli altri, di solito le mie sorelle sdraiate sul letto a castello o le cuginette sedute per terra o i cugini che restavano mascolinamente in piedi, a Rio, a Cachoeiro, nella fattoria del nonno, a scuola. La scoperta mi ha rafforzato: trasferendo la paura che blocca e avvilisce mi liberavo, ora erano gli altri a tremare, proiettavo in loro la mia paura. E il resto.

Alcune storie venivano bissate spesso, ai bambini piace la ripetizione, ai bambini e ai vecchi. Ma all'apice dell'emozione finivo per ingarbugliarmi nelle trame, scambiare i nomi dei personaggi, incasinare la fine della storia. Allora gli ascoltatori più attenti si ribellavano, Ma questa non finisce in questo modo qui! La soluzione fu cominciare a scrivere le storie non appena ho imparato a scrivere, nelle pagine in fondo ai quaderni, quelle che rimangono bianche più a lungo, con la mia scrittura tonda che incartava (o scartava) trame. Ricordo com'era difficile raccontare la storia del tagliaboschi nella foresta con moglie e figlio, questa storia era il mio cavallo di battaglia e perciò fu la prima che decisi di scrivere, sì, raccontarla era facile, ma scriverla?!... questo bambino veniva divorato da una bestia spaventosa che entrava nella capanna e il taglialegna era così triste che volle essere consolato e mise la testa in grembo alla moglie e lei, cercando di distrarlo, gli carezzò i capelli. Lui sorrise e in quel momento la moglie (che difficile scrivere questa cosa!) scappò terrorizzata perché riconobbe, tra i denti del tagliaboschi, i fili rossi dello scialle che avvolgeva il figlio divorato nella culla dal cagnone nero nella notte di luna piena.

Registrare l'invenzione per garantire la sua permanenza – tutto qui? Il gesto, la smorfia, l'urlo si potevano perdere ma la parola scritta, bisognava conservarla come le lucciole che chiudevamo nelle scatole di saponette. Ancora oggi la spinta alla scrittura è la stessa. Ma faccio sempre più fatica a partorire immonde bestie divoratrici di bambini. Soprattutto non so perché lo faccio.

scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (6)
sabato, 05 maggio 2007
(eugenio finardi, la radio)

Non bisogna essere neutrali in nessun momento della vita, se non altro per non correre il rischio di diventare svizzeri. Perfino guardando una regata mi sento in obbligo di scegliere una barca da tifare, io che in barca a vela ho sempre e solo fatto la polena, e che non distinguo un gennaker da una randa o un tangone da un timone. In questi giorni seguo la vuittoncup – il trofeo è un magnifico set di valigie, immagino – che finalmente, grazie agli svizzeri (i migliori marinai del mondo) si fa nell'emisfero nordoccidentale. Ci son queste barchette che si danno da fare mentre mangio e mi regolano la peristalsi. Quando giocano luna rossa o i mascalzoni non ho dubbi, mentre mi rifiuto di tifare più39. Certo che tre barchette italiane mi sembrano troppe. Istintivamente, preferisco lunarossa per via di torben grael, che da parecchi anni fa parte del mio pantheon nel ruolo di Eolo. (il dio, non il nano).

A-do-ro vedere la barchetta francese che arriva due, e mi domando come mai gli inglesi non hanno uno straccio di barchetta contro cui tifare, loro che hanno inventato la coppamerica, ma dev'essere lo stesso meccanismo per cui hanno inventato il calcio ma non vincono mai i mondiali, il parlamentarismo ma si tengono la regina, e il tè con le tartine.

Il sud del mondo è rappresentato dai neozelandesi e dai sudafricani. Mi piace tifare per il sud del mondo, infatti la mia terza barchetta è Shosholoza, perchè bisogna premiare chiunque abbia scelto un nome così. Anche i neozelandesi li tiferei, per via di Russell Crowe e delle statistiche che dimostrano che la Nuova Zelanda è il paese col più alto numero di atei dichiarati: il 25% della popolazione. Gli antipodi, insomma.

Ma sento che Torben non gradirebbe che tifassi per NewZealand, tanto per mantenere la razionalità irreprensibile e coerente dei miei criteri di scelta. Comunque devo stare attenta a questa mia istintiva solidarietà subequatoriale. Adottarla come criterio significherebbe tifare Argentina nelle partite contro l'Emisfero Nord.

Fuori discussione.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (2)
venerdì, 04 maggio 2007

(police, spirits in the material world)

A proposito di scritte antipapa, il Brasile si prepara ad accogliere Bento 16. In vari muri di Rio è comparsa la scritta PAPA GAIO. Terroristas! Terroristas!

Peccato che Bento non andrà a Rio. Il cerimoniale vaticano ha fatto una selezione severa degli artisti che potranno presentarsi nello show papale che ci sarà a San Paolo. Incomprensibilmente, è stata vietata la partecipazione della band Engenheiros do Hawaii, che dovevano cantare il loro grande successo O Papa é Pop. Terroristas! Terroristas!

scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (3)
giovedì, 03 maggio 2007
(weezer, keep fishin')

Ricordo vagamente di aver riassunto in un vecchio post i vari vorrei-essere nelle diverse età della mia vita. Avendo (quando scrivo avendo penso sempre a Totti) passato il primomaggio lunghe ore all'orto botanico, interrotte solo dalla pisciatina di pioggia postmeridiana, ho aggiunto un nuovo vorrei-essere alla lista. Innaffiatrice all'orto botanico. Magari nei prossimi anni di siccità e riscaldamento globale so' cazzi. Ma per ora mi sembra un gran bel lavoro.

La settimana è all'insegna dei giardini. Bisogna tagliare un albero, arrivato in 10 anni a 28 metri d'altezza. Narbero stupido, dice il giardiniere, inutile, se je taji npezzetto senti puzza de pesce frascico. Prima ipotesi: mandiamo su un giovane exextra coi ramponi e una sega. Uh².

Già vedevo il mio giardino nella cronaca del Messaggero: Tragedia Del Lavoro In Giardino A Monteverde: giovane rumeno spiaccicato. Dichiarazioni dei vicini di casa: una famiglia così tranquilla, chi l'avrebbe mai detto... Prevedevo anche il telegramma indignato di Giorgio, l'esecvazione di Fausto, il cordoglio di Uolly, la presa di distanza dell'interno 1, la solidarietà dell'interno 3.

Macché ramponi! St'arbero se rompe come li pioppi! Qui ce vole er ragno!


Sono salva.

Ci vuole un gatto col ragno. Tanto semplice.

Si va su, e si sega tutto. Nessuno si spiaccicherà.

Ora devo solo trovare 1500 euri. Uh³.
scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (7)
martedì, 01 maggio 2007

(supertramp, breakfast in america)


Leggo su Liberation un'intervista  a Eric Hobsbawm in cui dice le solite cose intelligentissssime che per un attimo ti sembrano contagiose, perché ti illudi di averle addirittura pensate in qualche punto remoto del tuo personale gioco dell'oca. Salvo, ragionandoci ex post (che scrivo per fare pendant con un ab ovo per cui da una settimana subisco lazzi della tulipanskaya), renderti conto di aver pensato sullo stesso argomento cose periferiche e pochisssimo intelligenti. Dice Eric:

Viviamo in un'epoca di moltiplicazione degli anniversari. Con obiettivi molto diversi: educativi, ovviamente, ma anche turistici, ideologici, politici, commemorativi. Prima festeggiavamo pochi avvenimenti storici, con parsimonia. Oggi festeggiamo continuamente. È una reazione all'accelerazione dei cambiamenti sociali ed economici, che si è tradotta in una profonda trasformazione dell'atteggiamento degli stati nei confronti dei cittadini. Ci sono poi i cambiamenti culturali, ma c'è anche una questione anagrafica: la generazione che ha vissuto la seconda guerra mondiale se ne va, e la generazione successiva può riconsiderare i fatti storici acquisiti.

Il mio senso di dèjá pensée veniva dall'aver ragionato sulla moltiplicazione di feste e anniversari improbabili. Se seguissimo il calendario delle feste ONU, per esempio, sarebbe un casino. A maggio, oltre a questo buon vecchio primo, sarebbe festa anche il 22, Giornata internazionale per la diversità biologica – che festeggerei passandola tutta intera sdraiata sul divano col mio gatto, e il 31, Giornata mondiale senza tabacco, in cui, per ovvi motivi,  non potrei certo lavorare. Sulla tendenza a festeggiare continuamente sono in perfetta sintonia con il mio millennio, mentre avevo creduto, fino al 14 aprile scorso, di vivere in tempi di rimozione, non di riconsiderazione storica. Pensiero rafforzato dal racconto imbarazzato di un'affollata lezione a RomaTre, durante la quale, su 150 studenti, solo 5 hanno saputo rispondere alla domanda "cosa si festeggia il 25 aprile". Sono tentata di spiegare i 145 ignoranti come un caso statisticamente trascurabile di resistenza all'effervescenza storica di cui parla Eric nell'intervista. Oppure i 145 stanno solo riconsiderando i fatti.

scritto da debitiecoccole | Permalink | commenti (2)