martedì, 24 luglio 2007
(placebo, meds)

L'aquila è l'unico uccello che arriva a vivere 70 anni. Ma per farlo, intorno ai 40, deve prendere una decisione seria e difficile.

A quell'età, le unghie divengono troppo lunghe e troppo flessibili. Non riescono più a tener ferme le prede. Il becco, allungato e appuntito, si curva eccessivamente. Le ali, invecchiate e pesanti per effetto dello spessore delle penne, si piegano verso il petto e provocano lacerazioni. Volare diventa difficile.

In quel momento cruciale della sua vita, l'aquila ha due alternative: non fare niente e morire, o affrontare un doloroso processo di rinnovamento che durerà 150 giorni.

Diciamo che la nostra aquila ha deciso di affrontare la sfida. Vola verso l'alto di una montagna e si stabilisce in un nido vicino a un ghiaione, dove non avrà bisogno di volare. Quindi, inizia a picchiare il becco sulla roccia finché non riesce a strapparlo. Poi, aspetta che le cresca un nuovo becco, con cui strappare le vecchie unghie. Quando le nuove unghie cominciano a spuntare, si mette a strappare le vecchie penne. Solo dopo cinque mesi può uscire per il volo del rinnovamento e vivere altri 30 anni.

Ci vediamo a dicembre.



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venerdì, 20 luglio 2007
(ramones, blitzkrieg bop)







"Oltre che dal difficile clima politico, il nuovo stallo è stato provocato da una serie di problemi tipo 'cubo di Kubrick'".

(Roberto Petrini, in "Fumata nera sulle pensioni", Repubblica, sabato 14 luglio 2007, pagina 13)
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martedì, 17 luglio 2007


(kooks, she moves in her own way)

www.someecards.com

stamattina pensavo alle conversazioni fondamentali, quelle che ti cambiano la vita. dialoghi, silenzi, monologhi, non importa. ora che sono giunta a quell'età della scena del metro di moretti su Aprile (se non si capisce m'importa una sega), ogni volta che intraprendo una conversazione più o meno decisiva mi viene da pensare: ma tu, interlocutore o interlocutrice, stai nei titoli di testa o in quelli di coda o fai solo un cameo? tipo also starring?

troppi telefilm.

una delle conversazioni che mi ha segnato di più nella vita è stata con la mia zia Assunção, sorella di mio nonno. l'unica goduriosa della famiglia. doveva avere un 67 anni, e disse a me e a mia cugina "questa è la fase migliore, ragazze, non mi devo preoccupare per le gravidanze, già lo so quel che vuole, lui sa cosa voglio, forse conosco meglio il suo corpo del mio..."

(lo zio morì pochi mesi dopo).

ogni volta che viene fuori uno di quei rigurgiti da sindrome del metro tiro fuori questo ricordo dal baule. ma la consolazione funziona solo fino a un certo punto. ho perso troppo tempo studiando i corpi sbagliati.
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sabato, 07 luglio 2007
(aretha franklin, respect)



Terza media.

Mi piaceva la terza media. C'era una professoressa toposa che si chiamava GIORGINI. Piccoletta, capelli mossi, CYNDI versione DELIRIO MEDITERRANEO.

BERTÈ, un po' meno SERVAGGIA.

Un giorno, la Giorgini CONSULTA la classe:

"A qualcuno piace fare il tema a casa?"

I ragazzi suonano il clacson, all'UNISONO:

"AMMMMMMMEEEEEEEEEEE!"

Mani alzate. E io come loro, ovvio. Trovavo una MERDA dover scrivere temi e litigavo OGNI SANTO GIORNO con TUTTI QUANTI per non doverlo fare, ma non c'era modo. E lo facevo MOLTO INCAZZATO. Ma non avrei mai ammesso NULLAZ. Il leccaculismo era la moda di quei giorni e volevo essere IN, visto che non avevo soldi per comprare quei bermuda tipo gangstaman di ENERGY.

All'epoca, tutto quello che avevo erano DUE pappagalli, che in realtà erano di mia nonna FRIDA – da ELFRIDE.

Eddaje.

Si chiamavano CICO e RICO. Vivevano una curiosa storia di PENOSO amore OMOSESSUALE, i due. Si ferivano come pazzi durante la COLLUSIONE e continuavano a PUGNARE anche dopo. Cico, eternamente più DEMENTE, le prendeva sempre da Rico, quella CANAGLIA.

Il fatto è che la Giorgini ha proseguito:

"Mentre voi copiate il tema GIANNI, vieni qui che ti devo dire una cosa".

Ci vado, scemo di felicità.

Ero sempre in prima fila perché ero stato, fin dall'inizio, una QUERCIA della FURBIZIA e, inoltre, un MASTER di SAGGEZZA. La Giorgini era TUTTA LODI per me. Nella mia mente PUERILE, calcolavo che, se la Giorgini aveva SOLLECITATO LA MIA PRESENZA, tutto sarebbe andato, definitivamente, bene.

"Gianni... un UCCELLINO mi ha detto che non ti piace fare i temi..."

STRACAZZO, ho pensato. Il panico si diffonde nel sistema e SPEGNE il mio cervello, delegando tutte le funzioni al povero CERVELLETTO. Il mio primo istinto mi ha riportato in camera mia, con la finestra che AFFACCIAVA sulla gabbietta dei PAPPAGALLI, quei FIGLI DI PUTTANA. SICURO potevano essere stati solo LORO, quegli UCCELLI DI MERDA, che le hanno detto che non mi piaceva fare i temi.

Peggio era che davanti a noi non dicevano nulla. La nonna passava ORE a cantare ninnenanne tradizionali AUSTRIACHE e una serie di altre canzoni di famiglia e quelle troie di pappagalli si limitavano a LANCIARE GRIDA SCONNESSE in risposta. Certe volte riproducevano, molto grossolanamente, qualche melodia. Ma non hanno mai detto UN CAZZO davanti a noi. Sono andati a parlare proprio alla GIORGINI, quei figli di puttana.

Cazzo. SONO FOTTUTO.

"Perché non ti piace fare i temi, Gianni?"

Mi ha guardato così triste che non ho avuto il coraggio di DELUDERE quella DONNA. Non avrei mai ammesso che ero un NATURAL BORN FANCAZZISTA e che non mi piaceva fare quei cazzo di temi perché mi rubavano del tempo PREZIOSO in cui avrei potuto ascoltare CASSETTE, guardare telefilm o mangiare qualche schifezza. No, quella TOPA DELLA GIORGINI non se lo meritava.

Allora, mi sono offerto in SACRIFICIO.

"Lo sa perché? Non mi piace farli perché sono troppo facili. Non mi SFIDANO abbastanza."

"Nessun problema. D'ora in poi ti assegnerò ogni giorno un TEMA EXTRA oltre a quello normale. Magari una ricerca da fare con i libri che hai a casa."

"Fico."

SONO FOTTUTO.

Durante tutto l'anno, ho fatto le più aleatorie ricerche secondo i dettami della GIORGINI. Violette. Api. Ferrovie. Il Nord Dakota. L'Elettricità. I Profumi. Posso dire di aver SMERIGLIATO tutta l'UTET ed. 1981. Assetato di INFORMAZIONI per colpa del BISOGNO di SAPERE, mi sono rivolto perfino ai fascicoli dei FRATELLI FABBRI, D'AGOSTINI, CURCIO EDITORE e tutti quei GOOGLE PREISTORICI.

Durante quei mesi ho scoperto che i pappagalli erano, in fin dei conti, innocenti, e mi sono sentito vagamente in colpa per avergli dato dei SEMETTI DURISSIMI da mangiare, nella speranza che ci spaccassero il BECCO.

Ma il fatto è che, anche se un po' RICCHIONI, i pappagalli erano DEI DURI e sono stati capaci di SBRICIOLARE, senza troppo AFFANNO, i semetti che gli ho propinato io, io che mi sbriciolavo d'amore e desiderio, innocente e SCIMUNITO nel risveglio BALORDO di quella FUNESTA primavera.
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venerdì, 06 luglio 2007
(elvis presley, blue suede shoes)



1. solo ora capisco perché fin dal 1981 ho preso l'abitudine di firmare con nome e data di lettura la pagina che contiene il riassunto supremo del libro: autore/titolo/editore. durante gli anni del matrimonio, marco mi ha accusata di farlo già pensando al divorzio, sottintendendo che fossi anche una ladra, nel firmare libri suoi che mi piacevano (era vero, cazzi suoi, doveva firmarli per primo). un fidanzato raffinato mi ha regalato un timbro ex libris, che giace nello stesso cassetto in cui si trovano tutti i miei accendini, orecchini, calzini spaiati, penne e appunti fondamentali. chissà dove.

il gesto era in previsione dell'avvento di anobii. metto il link anche se ormai ci sarete tutti, ma preavverto ai pochi che non ci sono che può creare dipendenza. come al solito è tutta colpa di jest.

2. dentroefuori. non è roba porno. è un blog di detenuti del carcere di torino. leggere per allibire.
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martedì, 03 luglio 2007
(arctic monkeys, fluorescent adolescent)

A quei tempi, aspettavo la metropolitana con le mani piene di sudore freddo, guardandomi le spalle per la paura che qualcuno mi spingesse. Avrà un nome sta sindrome. Panico, terrore, ansia, disturbo, deficit d'attenzione. Voglio dire che per due secondi interi avrei giurato che qualcuno mi avrebbe spinto e sarei morta lì, straziata dal treno che non avrebbe avuto il tempo di frenare. Mi mettevo in prima fila, quasi oltre la riga del pericolo, per poter entrare per prima e avere qualche chance – o no – di scegliere un sedile vuoto – o no. Erano le cinque del pomeriggio, poche chances, ma chi lo può sapere, sono la regina delle fortune inutili, la vita mi vuole bene, mio malgrado. Sono entrata nel vagone stordita ancora dalla paura di essere spinta e dai miei quiproquo con la vita, e ho percepito un mucchio di persone agglomerate davanti alla porta, mentre a sinistra il vagone era vuoto. A quei tempi ero sempre raffreddata, utente vorace di deltarinolo, ma anche così, quando le porte si sono chiuse, ho sentito un odore fortissimo di merda che si spargeva per il vagone. La gente, la gente, la gente parlava, parlava, parlava ma lo stordimento della paura di essere spinta mi lasciava sorda per un po'. Per qualche minuto. La gente elucubrava, la sentivo senza ascoltare. Sentivo bene l'insopportabile odore di merda. Curiosa come sono, mi sono mossa verso la parte vuota della metro, in fin dei conti, cosa mai stava succedendo? E ho visto un uomo in giacca e cravatta, seduto per terra, tutto cacato addosso. Un uomo nella merda. Letteralmente. Piangeva come un bambino. Singhiozzava che gli tremavano le spalle. Ma la gente, la gente, la gente era come in uno zoo, tutti stupiti commentavano, che ora qualcosa sentivo, tutti commenti fuori luogo. La maggior parte, ovviamente, faceva finta di niente, imbarazzata dall'imbarazzo altrui e annusava il polso profumato alle 8 del mattino per alleviare il terrore dell'odore di merda. L'uomo cacato, chissà perché, un guaio, una sfiga, uno di quei regalini di un dio stronzo, una scoreggia bagnata, un'infezione intestinale, una merda, proprio una merda. L'uomo in giacca e cravatta, bello, l'avrei detto se mi fosse passato accanto per strada. Cacato. E piangente. A quei tempi ero così ottimista, e non mi rassegnavo a vedere la gente nella merda senza provare ad aiutarla. Terribile e non metaforica, ancor più crudele. L'uomo lì che sguazzava nella sua merda marrone, un po' acquosa, dall'odore che mi riproponeva il pranzo triste con il mio ex marito. A quei tempi, i bambini abitavano con lui, e tutti lo trovavano strano, ma devo confessare che la cosa mi piaceva. Sergio è sempre stato un ottimo padre. Io, una madre mediocre. Mi avvicino all'uomo cacato e piangente come chi si prepara a strizzare un brufolo prima di uscire di casa. Sappiamo che non bisogna farlo, ma lo strizziamo lo stesso. Certo che lo strizziamo. Non dovrei farlo, la mia vita è già un caos, ma era tutto così brutto, così orribile, la merda era tanta, che tutto diventava perfino bello, fin troppo bello. M'incammino verso di lui, la gente si stupisce davanti alla pazza che è entrata nella gabbia del leone, del giaguaro, dell'ippopotamo. Ma la gente è curiosa, non vuole che tu ci vada, ma visto che ci vai lo stesso, vediamo come va a finire, dai, restiamo un altro po'. Sarebbero rimasti, io sarei rimasta, Sergio sarebbe rimasto, i bambini sarebbero rimasti, tutti noi. Saremmo rimasti. A guardare. Ero single da parecchio, l'amore non arrivava fino a me, arrivava qualche onda periferica ma non lo sentivo mai a pieno, sulla punta delle dita. L'avrei voluto. Amore nei polpastrelli. Chissà se esiste. L'uomo piangeva ancora e io a quei tempi avevo fazzoletti di carta nella borsa, e vedevo che soffriva troppo. Troppo imbarazzante. Avrei voluto essere precisa, togliere tutta la merda, senza dover passare 75 fazzolettini ed essenze e incensi e profumi. Nello zoo, la gente osservava in un silenzio che provoca il cancro, occlude le arterie, nuoce a te e a chi ti sta intorno, uccide. Canticchiavo dai diamanti non nasce niente. L'uomo mi sorride e tutto mi sembra tanto sincero e reale e giusto. L'uomo sorride e diventa ancor più bello e dice tra le lacrime. "Ho perso la fermata".

"Ce ne sono tante altre", gli dico col sorriso di chi sa sudare freddo. Gli do un bacio sull'occhio sinistro e concludo, mentre sento i polpastrelli che pulsano: dal letame nascono i fior.
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